Avvolto per sempre dal profondo della notte

still-of-wes-craven-in-shocker-(1989)La creatività è una cosa strana: chiunque ne abbia il dono, la sente crescere dentro, ingigantirsi con il solo desiderio di manifestarsi: un’entità astratta, quasi senza volto che impone la sua presenza e vive dentro la nostra mente, dentro la nostra testa.
Purtroppo, certe cose hanno il brutto vizio di uscire dai confini della metafora, al di là dell’analogia e del concetto astratto, per diventare maledettamente reali e tangibili, come un incubo che prende forma e sostanza: quella cosa che cresceva nella testa di Wes Craven aveva invece un volto e un nome, il terribile male del ventesimo secolo: il 30 agosto del 2015 il tumore al cervello ha avuto la meglio su uno dei registi horror più iconici e seminali degli ultimi trent’anni, portando via tutta la sua creatività futura.

Può sembrare una cosa di cattivo gusto, forse, ma in realtà rappresenta ribaltandola, la poetica di questo regista che cercava (e trovava) l’orrore nella quotidianità. E non c’è di niente di più oscenamente tragicomico di come proprio il cervello di Wes con tutte le idee che poteva contenere siano poi diventati latori di morte. Una sorta di amara ironia che ci lascia attoniti e inquieti, come i protagonisti dei suoi film, in balia degli eventi e quasi senza via di scampo.

Scriptore

Paradossalmente, appena ho ricevuto la notizia della scomparsa di questo autore, la prima cosa che mi  balzata in mente non aveva nulla a che fare con la sua carriera cinematografica, con i suoi tanti film (da sceneggiatore e da regista e da produttore), ma invece ho pensato a lui come scrittore. Sì, perché Wes ha pubblicato un libro, un romanzo fantahorror con una buona base scientifica alle spalle, fitto di ricerche e di richiami a molte teorie mediche ardite. Lo ricordo con piacere perché lo lessi in pieno periodo di esame, nel bel mezzo del corso di studi di medicina, e quindi trovare tutte quelle parole impronunciabili, i riferimenti anatomici e neurofisiologici mi faceva sentire quasi parte della storia stessa, creava un legame in più tra me e l’autore. Era come se a ogni pagina io mi voltassi verso di lui e gli strizzassi l’occhio, per fargli capire che avevo capito e che ero anche d’accordo.

image_bookIl romanzo in sé non era male, non era neanche un capolavoro (lo ammetto) ma si faceva leggere e si arrivava tranquillamente fino alla fine con una certa soddisfazione. Il titolo italiano era La società degli immortali e lo presi sia per il nome che campeggiava sulla copertina sia perché mi faceva ridere il mio automatico riferimento alla Società Dei Magnaccioni… Lo so, vivo di cortocircuiti mentali, non ci posso fare niente.

Con quel medio (ma non mediocre) romanzo, che trattava di immortalità, clonazione, trapianti di cervello e tutte queste menate antietiche a cui una ricerca senza controllo può arrivare, imparai a conoscere un altro aspetto del cineasta che non avevo mai effettivamente focalizzato. Da ragazzetto imberbe, universitario, non avevo mai immaginato che oltre che regista, Wes Craven era anche autore degli script, dei soggetti, si occupava dello sviluppo dei personaggi e del loro tratteggio emotivo. Già vedo dal fondo della sala qualcuno che si sta alzando per dirmi incazzato che scrivere una sceneggiatura e scrivere un romanzo non sono la stessa cosa, che sto riempiendo questo paragrafo di stronzate e blablabla. Grazie per l’intervento, Uomo Dal Fondo Della Sala, ma queste cose le sappiamo già.

COR_PROMODi fatto, senza quel romanzo non avrei pensato a Wes come l’uomo davanti alla macchina da scrivere oltre che quello dietro la cinepresa. Tra l’altro, la scrittura della Società degli immortali è molto hollywoodiana, spedita, serrata, secca nelle descrizioni, e tradisce palesemente l’esperienza di sceneggiatore di Wes Craven. Ma non solo quello: il background culturale dell’autore lo vede all’inizio della sua carriera impegnato come insegnante di lingua inglese, dopo il suo degree in Filosofia e Scrittura. Quindi non era certo uno che non sapesse come mettere in fila le parole. E tutto questo fa di lui un potenziale buono scrittore. Tra l’altro è anche autore recente dei testi di un web comic, Coming of Rage, in compagnia di Steve Niles (quello di 30 giorni di buio), una miniserie in cinque numeri (ora sono al terzo) che sta vedendo la luce anche in formato cartaceo.

Però, sappiamo benissimo perché siete qui, cosa vi ricordate di Wes Craven, cosa avete visto e allora mi pare giusto parlare anche della sua massima espressione artistica, parlare di Wes Craven regista.

L’occhio Rosso del Male

L’esperienza di Wes Craven come regista risale alla metà degli anni settanta, quando non sapeva assolutamente come si facesse un film. Per sua stessa ammissione, per tutta la sua infanzia, trascorsa in una famiglia di fondamentalisti Battisti, non aveva mai visto un film in quanto tale. Le uniche sue esperienze dirette con il cinema erano i Cinegiornali che il suo ‘ziastro’ gli faceva vedere. Quindi, Wes sapeva che esisteva il grande schermo, sapeva che ci potevano proiettare dei filmati, ma tutto quello che aveva visto fino a quel momento erano le notizie e i servizi di cronaca. Per lui il cinema era un’emanazione stessa della realtà, una rappresentazione ingigantita degli eventi che accadevano in America. Mancava, nella sua visione infantile, l’aspetto magico, l’aspetto narrativo, l’aspetto stilistico. Avrebbe scoperto successivamente i film, e sicuramente ne avrà divorati a migliaia, ma da bambino, tutto questo non faceva parte del suo immaginario.

A metà degli anni 70, quando ci fu la vera svolta e Wes trovò la strada della sua vita, il ragazzo ex insegnante presso il Clarckson College si era innamorato dell cinema e voleva farne. Solo che non aveva idea da dove iniziare. Per parafrasare una frase di un celere autore nostrano: ‘L’unico modo per fare cinema è FARLO.’. È così, grazie al produttore folle Sean Cunningham e 90000 dollari, Craven si trovò a imparare a fare il suo primo film: L’ultima casa sulla sinistra.

E fu uno shock.

ultimacasaposterIl film, sulla falsa riga dei film di exploitation di quel periodo, narra le vicissitudini di due ragazze, Mary e Phyllis, intrappolate da Krug, un maniaco omicida evaso, e i suoi scagnozzi, sottoposte a torture e violenze fino alla morte. E questa è solo la prima parte del film, quella facile.
Perché poi, i cattivi della storia, braccati dalla polizia, decidono di scappare e di trovare rifugio nell’ultima casa sulla sinistra, quella dove vivono i genitori di Mary, benpensanti, borghesi regolari, normali, che condannano la violenza e la sua rappresentazione anche televisiva o cinematografica. Qui, paradossalmente, la situazione si ribalta. Una volta scoperta la morte della loro figlia e capito che in casa ci sono proprio gli assassini, Mamma e Papà diventano delle bestie assetate di sangue e compiono una vendetta tanto sanguinaria quanto (erroneamente) liberatoria.

Correva l’anno 1974 e il film fu uno shock senza precedenti, tanto che in Inghilterra fu vietato e bandito per decenni, negli Stati Uniti ci fu il panico nelle sale di proiezione, con gente che assaltava le cabine di regia per distruggere le pellicole, gente che faceva a pugni e gente che ammirava il coraggio del giovane regista.

Questo è stato l’esordio di Wes Craven come cineasta: una rivoluzione.

Per sua stessa ammissione, il germe di questa storia e il modo di raccontarla estremamente brutale e contemporaneamente asettico e crudo venne proprio dalla visione dei documentari sulle violenze fatte dai soldati americani e dagli stessi vietcong durante la disastrosa campagna americana in Vietnam. Da quello e dalla domanda semplice: fin dove ci si può spingere per vendicare i propri affetti, quanto è davvero importante il nostro piccolo recinto etico-morale-politico quando è stato messo a rischio quel che abbiamo di più caro? La risposta a questi quesiti sta tutta nella pellicola L’ultima casa sulla sinistra. Vedetela, ma a vostro rischio e pericolo.

Da quel momento, Wes cercò di fare ‘qualcosa di diverso’, scrivendo ogni tipo di sceneggiatura che gli venisse in mente, ma non trovò mai finanziatori: tutti volevano un altro Scary movie. Cunningham creò Jason e il suo venerdì 13, Craven, invece, dopo altri successi come le Colline hanno gli occhi e Swamp Thing, si abbandonò alla sua personale interpretazione dei sogni, anzi degli incubi. Nacque la serie Nightmare (on Elm Street) e fu anche questa un successo che noi figli degli anni ottanta conosciamo benissimo, che abbiamo visto, rivisto, stravisto. Con quella pellicola fu lanciato Johnny Depp, fu inventato l’icona horror più sputtanata del secolo, il buon Freddy Krueger e si crearono delle sequenze oniriche fantastiche, ormai praticamente storiche.

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Ma anche Nightmare, così come L’utima casa, affonda le sue radici nella provincia e nella provincialità americana, nel vicinato perfettino e colorato, tra prati ben curati e steccati sempre ben verniciati, adolescenti sorridenti fuori, ben vestiti, cromati. Il vero male e il vero orrore sta tutto nella contrapposizione di questi ambienti suburbani e i loro abitanti con l’incubo che posso celare, una scatola bianca e profumata che nasconde il cadavere di un gatto in decomposizione. E il regista è sempre stato perfetto nel descrivere questa dicotomia, questi due mondi paralleli e contemporaneamente tangenti ed è arrivato a esprimerli perfettamente nella sua ultima saga cinematografica, Scream, dove ridefinisce le regole del teen horror e continua la sua esplorazione dell’ambiente malato in cui viviamo.

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The best house left

Wes Craven ha effettivamente fatto tanto per il cinema, e ho passato tutto il tempo della stesura di questo articolo a chiedermi quale potesse essere il film più rappresentativo. Non il più bello, perché con una filmografia così ricca, la scelta è difficile: basti pensare alle Colline che ci spiano, al Serpente con il suo arcobaleno, agli Occhi Rossi, fino alla musica che tocca il Cuore, è davvero complicato e non gli faremmo giustizia, perché tutte queste opere hanno qualcosa da raccontare e tanti sottotesti, sociali, politici, umani.
No, io mi sto arrovellando il cardine (cit.) per trovare il film che meglio dia l’idea di cosa volesse significare fare cinema per Wes Craven, la pellicola dove l’autore ha cercato di esprimere in maniera quanto più esplicita possibile la sua poetica, senza tingerla di belletti e vestiti di cartapesta.

wes-cravens-new-nightmare-promo-17Credo, e con questo mi attirerò le ire di molti lettori, che il film che stiamo cercando sia Wes Craven’s New Nightmare. Sì, lo so, non è il più bello della serie, sembra quasi tirato su per far soldi (perché gli altri che erano, scusate?), ma guardiamolo sotto una diversa prospettiva. In questo metafilm, Wes dirige se stesso e gli attori, descrivendo più o meno la loro vita quotidiana di star del cinema, tra incontri, party, hobby e contratti per fare un nuovo film. In tutta questa routine e naturalezza si scaglia l’ineffabile presenza di Freddy Kreuger che si ripropone spogliato della frase ammazzamostri ‘Tanto è un film…’ e che piomba direttamente nella cosiddetta vita reale, sconvolgendola. La scena di Robert Englund che dipinge, di Wes Craven che scrive lo script in tempo reale, di Heaher Langenkamp che realizza che forse il film horror ha cessato di essere un film ed è diventato solo horror,  tutto questo converge nella descrizione della realtà scombussolata dalla violenza esterna.
Non il migliore di Wes, ma un piccolo ritratto del suo modo di fare cinema e di trarre ispirazione da tutto quello che lo circondava.

Rimaniamo ancora un po’ qui, ora, e intoniamo insieme la filastrocca che tutti conosciamo dal 1985 almeno…

One, Two: Freddy’s coming for you;

Three, Four: Better lock your door;

Five, Six: Grab your crucifix;

Seven, Eight: Gonna stay up late;

Nine, Ten: Never sleep again!

Eugene Fitzherbert
Vittima del mio stesso cervello diversamente funzionante, gioco con le parole da quando ne avevo facoltà (con risultati inquietanti), coltivando la mia passione per tutto quello che poteva fare incazzare i miei genitori, fumetti e videogiochi. Con così tante console a disposizione ho deciso di affidarmi alla forza dell'amore. Invece della console war, sono diventato una console WHORE. A casa mia, complice la mia metà, si festeggia annualmente il Back To The Future Day, si collezionano tazze e t-shirt (di Star Wars e Zelda), si ascolta metal e si ride di tutto e tutti. 42.