La guerra in TV

Dopo quattro anni da La vita di Pi, Ang lee torna al cinema, sempre con un film tratto da un libro e sempre con un film dalle tematiche coraggiose.
Parliamo
Billy Lynn: Un giorno da eroe, un film sulla guerra, e non di guerra, estremamente interessante quanto prono a stupide semplificazioni. La sensazione che si riceve infatti, guardando l’ultimo lavoro di Lee, è estremamente positiva per la maggiore parte del tempo, salvo poi percepire di quando in quando la presenza di banalità che appaiono messe lì solo per portare acqua al proprio mulino. Quello che fa storcere la bocca è che il discorso del regista è perfettamente sensato, e quindi che queste banalizzazioni sviliscono semplicemente un ragionamento che sarebbe inappuntabile, e che non necessita dei suddetti mezzucci.
Ma stiamo già arrivando alle conclusioni, quindi iniziamo dall’inizio e vediamo di cosa parla Billy Lynn!

Billy Lynn fa parte della Squadra Bravo, impegnata in Iraq. La Squadra si è trovata nel mezzo di un’operazione che l’ha portata alla notorietà, in fondo senza nessun motivo in particolare. Il nostro protagonista, infatti, è giunto in soccorso del suo superiore dopo che questi era stato colpito, e nonostante il suo aiuto quest’ultimo è passato a miglior vita. Ordinaria amministrazione in guerra, direte voi. Sì, esatto, ma non per la macchina propagandistica americana – sembra suggerirci Lee – che li porta sulla cresta dell’onda, celebrando Billy ed il resto della squadra come eroi. Così si apre il film con i nostri in tournee in giro per gli States a prendersi i complimenti di tutti.
È durante l’ultima giornata di tour che si ambienta il film, con la Squadra Bravo a fare da ospite d’onore ad una partita di football, in Texas, durante la quale conosceremo le varie sfaccettature dell’americano. Perché innanzitutto la pellicola
 è una critica a come l’America si relaziona con la guerra e alle persone che vengono spedite nei diversi teatri, e a come lo showbiz tratta l’argomento, facendo un giro e rendendo il film un meta film.

I soldati che vediamo a schermo sono persone normali, lontanissimi dall’ideale di eroe che merita di essere celebrato, in teoria. Fin dalla prima scena abbiamo a che fare con un gruppo di ragazzi normalissimi, che hanno passato la sera precedente tra alcool e spogliarelliste, che non hanno niente da spartire con l’idea dell’integerrimo soldato. Durante lo svolgimento dell’opera vedremo che nessuno si è arruolato per amore di patria, che a nessuno frega niente del sogno americano, stanno semplicemente facendo un mestiere, ingrato. Dubitano del ruolo dell’America in Iraq, dubitano di portare democrazia e anzi, Billy crede che l’unico risultato che porta tutta questa situazione è quello di creare nuovi terroristi, nuovi nemici.  Di contro però il loro paese li celebra, hanno un agente che vuole fare un film di loro. Film che in realtà un po’ stiamo guardando, perché nella pellicola di Lee ci sono tutti i canoni del cinema di guerra, come il protagonista che trova una donna tanto bella quanto stupida e affascinata solo dalla sua divisa, che però in questo caso non intende essere l’altra metà dell’eroe, quanto la presa per il culo di sé stessa e della storia d’amore di cui dovrebbe essere parte, e di cui sarebbe parte in un film di guerra.
Le situazioni in cui i soldati sono sviliti, piuttosto che nobilitati, sono tante e precise, e sembrano volerci mostrare come la macchina della propaganda americana abbia più cura di celebrare il paese, piuttosto che curarsi realmente di chi è stato sotto al fuoco per mesi, rendendoli semplicemente degli attori (non pagati) di un gioco più grande di loro. Il regista è molto abile in questo, mettendo forse in ridicolo i soldati, ma solo per mostrarci come il cinema li renda di fatto delle macchiette sovraccariche di un ideale patriottico, mentre Lee semplicemente sembra provare empatia con questi ragazzi, scostandosi dai motivi per cui la propaganda ammanta di gloria chi va in guerra, rischiando di venire ucciso ogni giorno.
Tutto funziona bene ed il messaggio è perfettamente efficace, ma – come sempre – c’è un ma.

Lee semplifica in modo eccessivo e a tratti fastidioso quella che è la realtà dei rapporti di forza esistenti in seno alla politica internazionale. Perché la giustificazione della guerra in Iraq non può essere semplicemente: “C’è il petrolio”. Non entreremo assolutamente in merito a situazioni che non ci competono, ma probabilmente l’affare è ben più complesso.
Eppure le motivazioni per cui gli Stati Uniti si trovano in guerra si risolvono in modo semplicistico, ed è un peccato, perché il discorso sul “perché stiamo mandando ragazzi a morire dall’altra parte del mondo” avrebbe meritato tutt’altro trattamento, soprattutto in quanto i personaggi escono dal coro dei vari soldati di Hollywood in modo, se non innovativo, almeno rinfrescante.

Passando agli aspetti più tecnici, Lee non realizza questa grande prova registica. È un film girato in modo discreto, con qualche idea eccessivamente trash come l’alienazione del protagonista dalla sua realtà resa mettendo tutta la scena, fuorché lui, in bianco e nero. Non c’è niente di speciale dal punto di vista visivo in questo Billy Lynn. Non che sia brutto, assolutamente, ma semplicemente si poteva fare di più. Questo vale anche per la colonna sonora, niente di memorabile, e per le prove degli attori, di discreto livello ma che non riescono mai a fare quel passo in più per raggiungere un’interpretazione da non dimenticare. Complessivamente comunque non c’è di che lamentarsi.

Conclusioni:


Il nuovo film di Ang Lee convince sotto il punto di vista delle tematiche, nonostante manchi nel dare motivazioni più solide dietro ai conflitti che gli Stati Uniti portano avanti. Le semplificazioni non sono mai utili, soprattutto se si parla di argomenti complessi ed attuali come quello che si è scelto di trattare in questo film. Se mettiamo da parte questo però, ci troviamo per le mani un film che disegna benissimo quella che è la realtà dei soldati, nient’altro che uomini, mentre critica lo show business che, in modo squallido, li celebra per quello che non sono, per farne profitto. E lo fa in modo molto intelligente, trattandosi di un prodotto che fa parte dello stesso business che vorrebbe criticare, introducendo molti momenti da meta film e dimostrando consapevolezza del fatto che, fondamentalmente, sta criticando gli stessi prodotti di cui il film fa parte. Il consiglio è quello di vederlo, chiudere un occhio su certe cose, e riflettere sul fatto che mediamente la celebrazione dell’esercito è, appunto, una celebrazione, quindi spesso lascia il tempo che trova.

Luca Marinelli Brambilla
Nato a Roma nel 1989, dal 2018 riveste la carica di Direttore Editoriale di Stay Nerd. Laureato in Editoria e Scrittura dopo la triennale in Relazioni Internazionali, decide di preferire i videogiochi e gli anime alla politica. Da questa strana unione nasce il suo interesse per l'analisi di questo tipo di opere in una prospettiva storico-politica. Tra i suoi interessi principali, oltre a quelli già citati, si possono trovare i Gunpla, il tech, la musica progressive, gli orsi e le lontre. Forse gli orsi sono effettivamente il suo interesse principale.