Bye Bye, Doc

Dal ritorno di Doctor Who sugli schermi televisivi siamo stati abituati a una piccola regola: un Dottore non dura mai più di tre stagioni.
Quella che era nata, probabilmente, come una scelta dettata dalle circostanze in seguito all’addio del Decimo, David Tennant, si è poi trasformata in una ferrea legge con l’Undicesimo, Matt Smith. E così è stato anche per il Dodicesimo, Peter Capaldi, il quale si è reso protagonista di un’incarnazione del Dottore decisamente diversa da quelle che avevano caratterizzato il ritorno dell’alieno preferito del Regno Unito sulle frequenze della BBC.
Per gli Whovian l’addio di un Dottore è sempre un momento particolare: alla tristezza per la perdita di un interprete si accompagna la curiosità di scoprire chi sarà il prossimo attore a prestare il proprio volto al ruolo del protagonista.

Ma dire addio al Dottore di Capaldi non sarà facile. Il personaggio è stato sicuramente affascinante, capace di conquistare gli spettatori, anche grazie all’interpretazione magistrale del suo attore.
Più alieno, più scontroso e difficile da inquadrare. Un ritorno alle origini, per molti versi simile al Primo Dottore di William Hartenell, ma anche con tratti che portavano all’estremo alcune caratteristiche solo accennate da Tennant e Smith, quel suo essere un “uomo” di pace costretto a vivere costantemente in uno stato di guerra. L’interpretazione di Capaldi, insomma, ha esaltato i tratti distintivi della personalità del Doctor Who, portandoli alla sua massima espressione.

Nonostante le ottime premesse dovute a un personaggio dall’enorme potenziale e la presenza di un interprete di altissimo livello, gli ultimi anni non sono stati proprio rose e fiori.
Non tutti hanno recepito bene questo cambiamento. C’è chi, ormai assuefatto all’idea di un certo quoziente glamour nella figura del Dottore, ha criticato la scelta e l’interpretazione di Capaldi. Altri invece negli ultimi anni hanno individuato un nuovo nemico: Steven Moffat. Eppure la sua gestione durante le stagioni dell’Undicesimo, parimenti condotte dal co-creatore di Sherlock, non era stata portatrice di tante critiche.
Semplicemente, gli ultimi anni con Moffat alla sceneggiatura si possono tradurre in una frase: tante buone idee, gestite male.

doctor who 10 occasioni mancate

Last call, Doctor

L’ultima stagione di Peter Capaldi era chiamata a riscattare quella che è stata, non esitiamo a definire, una delle migliori interpretazioni del Dottore. L’interprete scozzese ha messo tutto sé stesso in quel personaggio che non ha mai nascosto di amare, regalandoci negli anni una serie di scene splendide. Capaldi sembrava nato per interpretare quel ruolo, sia che stesse duellando contro Robin Hood armato solo di un cucchiaio, o stesse cercando di evitare la guerra tra Zygon e umani con un appello accorato alle parti in causa. La naturalezza con cui passava dal suonare spensierato una chitarra elettrica su un tank al confronto serio e teso con Davros sono una delle immagini che ci porteremo nel cuore del Dodicesimo.

Un Dottore che, anche in questa occasione, ci ha regalato delle vere perle, cominciando dal seminario tenuto all’università, una splendida “summa” di tutto ciò che è stato nel corso dei suoi anni. Con la rigenerazione ormai imminente, Moffat ha dato risalto alla sua particolare interpretazione del Signore del Tempo, quasi volesse strizzare l’occhio allo spettatore per dirci “adesso capite cosa vi state perdendo?”. E, possiamo dirlo, Capaldi ci mancherà: ci sentiamo di affermare che il suo Dottore non ha mai deluso.

A deludere sono stati spesso gli sviluppi sotto la sua gestione, fatta fin troppo spesso da aspettative tradite e dalla mancanza di una trama lineare.
Le prime due stagioni del Dodicesimo ci avevano abituato a un ritmo spezzato: raramente le premesse venivano mantenute e spesso ci trovavamo a domandarci dove volesse andare a parare l’intero arco narrativo di una stagione.

La prima ha avuto la sua conclusione nell’ennesimo confronto tra il Dottore e il Maestro nella sua nuova veste femminile, Missy. L’idea è stata interessante, specie perché il Dodicesimo per gli spettatori era ancora imperscrutabile sotto molti punti di vista: avrebbe ceduto al ricatto morale della sua vecchia nemesi? O sarebbe stato capace di mostrarsi ancora superiore? Anche le premesse della seconda run erano più che interessanti, con il Dottore era chiamato a piegare le regole, portando la cosa alle estreme conseguenze pur di salvare chi gli stava a cuore.
Il problema, in entrambi i casi, è che il risultato è stato raggiunto con una serie di alti e bassi nell’intera gestione della trama.

E questa decima stagione? Sarà stata diversa?

Il pilot aveva mostrato un Capaldi in grandissimo spolvero e ci aveva donato una companion diversa dalle ultime viste accanto al Dottore. Se in un certo senso Clara, tanto odiata dal fan medio, era stata elevata a un livello di importanza tale da farla diventare fondamentale per la mitologia del Dottore, Bill è stata un netto ritorno alle origini di questa nuova run, iniziata nel 2005. Una ragazza normale, con un livello di istruzione nella media, ma spigliata, sveglia e dotata di un’ironia sagace che permetteva al nostro protagonista di avere una companion capace di farlo risaltare senza oscurarlo (come, talvolta, succedeva con Clara).

È stata da apprezzare, nel personaggio di Bill, la gestione della sua omosessualità: il rischio di farla diventare solo un tratto della sua personalità era forte. In passato in Doctor Who abbiamo avuto altri personaggi non certo eterosessuali (River Song e Capitan Jack) trattati in maniera adeguata, e assolutamente non caricaturale. Con Bill la cosa ha assunto una nuova dimensione: le sue preferenze sessuali non sono diventate il centro del suo personaggio, qualcosa che ne ha determinato la gestione. Erano parte di lei, ma questo non la condizionava nelle sue scelte. Insomma, Bill si è dimostrata un personaggio riuscito, che ci ha donato momenti di profonda commozione, come il suo duro confronto col Dottore in “Lie of the Land” e la sua morte apparente in “Oxygen”. Purtroppo la sua permanenza a bordo del T.A.R.D.I.S. non è stata delle migliori, considerato che durante questo periodo è stata soggetta a diversi eventi sfortunati (oltre alla già citata “morte” nel corso del quinto episodio, il suo addio al Dottore è stato uno dei più dolorosi visti nella storia della serie).

Menzione più che positiva anche per quello che è stato (a tutti gli effetti) il secondo companion di questa gestione, Nardole. Dopo la sua prima comparsa nell’episodio natalizio “I mariti di River Song”, l’annuncio che Matt Lucas sarebbe diventato un personaggio regolare in questa stagione ha destato alcune perplessità nei fan. Anche qui il timore che potesse essere solo un “cane di latta”, destinato ad essere il bersaglio dei nemici del Dottore, riducendosi a una spalla comica, era forte. Invece il Nardole che abbiamo incontrato è stato tutto fuorché questo: ci siamo trovati davanti un vero e proprio companion, testardo e risoluto, pronto a portare a termine la missione affidatagli prima da River e poi dallo stesso Dottore. Le sue abilità sono state messe in risalto più di una volta, facendone un’aggiunta assolutamente interessante al cast di questa decima stagione.

Trame spezzate

Purtroppo il leitmotiv delle precedenti stagioni è tornato a farsi sentire. Doctor Who è una serie che mantiene ancora un’alternanza tra episodi di trama ed episodi con “il mostro della settimana”. In questa ultima, però, la cosa sembra essere leggermente cambiata, tanto che potremmo dividere nettamente l’intera gestione in tre diversi tronconi.

Se la trama principale è sempre stata quella del “vault” e di tutto ciò che è ad esso conseguito, ci sono stati diversi momenti particolari all’interno della serie. I primi cinque episodi sono stati quasi introduttivi, ci hanno mostrato il cementificarsi del rapporto tra il Dottore e la sua nuova companion; dopo aver fatto conoscenza con Bill, abbiamo assistito a un viaggio nel futuro, uno nel passato e per finire ad una avventura sulla Terra, nel presente.

Le cose sono cambiate non poco con il quinto episodio, Oxygen. Siamo riusciti ad assistere a un episodio di Doctor Who che potrebbe insegnare parecchie cose ai serial televisivi sugli zombie.
Al suo interno abbiamo visto i due volti del Dottore.
Da un lato quello dell’enigmatico alieno che, pur di evitare una catastrofe maggiore, non esita (almeno apparentemente) a sacrificare delle persone che gli sono vicine. Il momento della morte apparente di Bill è stato uno dei più drammatici e toccanti di questo arco narrativo, gestito in maniera tale da farci persino dubitare del Dottore, giunti a un certo punto.

Ma quello che ci ha regalato Oxygen è stata anche una menomazione di Doctor Who che non ha precedenti nella serie. Alla fine dell’episodio il Signore del Tempo si ritrova privato della vista.
Molti di noi, a questo punto della storia avevano iniziato a formulare teorie e pensare a come questo handicap avrebbe condizionato il Dodicesimo, convinti per lo più che potesse essere qualcosa che si sarebbe risolto unicamente con la sua rigenerazione. Purtroppo questo stato di cose permarrà solo pochi episodi, cancellato con un vero e proprio colpo di spugna.

L’episodio successivo, Extremis, segna anche l’inizio del secondo arco narrativo, quello che vede i Monaci giungere sulla Terra con lo scopo di conquistare il pianeta. Questo è il preludio di una vera e propria trilogia a sé stante all’interno della stagione, che svela anche il mistero della cella custodita dal Dottore. Al suo interno c’è Missy, che il Dodicesimo ha preso in tutela desideroso di redimerla, spinto anche da River Song che ha mandato come suo tramite Nardole.

La trilogia dei Monaci ha visto degli sviluppi potenzialmente eccellenti sacrificati sull’altare della redenzione del Maestro. La cosa avrebbe avuto un senso se gli ultimi quattro episodi della stagione fossero stati interamente dedicati a questo tema, ma ciò avviene solo nel finale.

Dopo una vera e propria pausa di due puntate, in cui Missy viene utilizzata meno, la parte conclusiva viene completamente dedicata a lei e alla sua figura. Tutto è pronto per la caduta del Dottore.

Due Maestri sono meglio di uno

World Enough and Time è forse uno dei migliori episodi visti nella gestione di Moffat. Al suo interno c’è tantissimo, scene memorabili, un sapiente uso della mitologia del Dottore e della sua storia personale, ma soprattutto un ruolo di primo piano per Bill, protagonista assoluta di questa puntata.

Vengono mostrate le motivazioni che hanno spinto il Dottore ad accettare la richiesta di Missy, quella supplica che gli viene mossa perché le insegni “ad essere come lui”. In poche, efficaci parole il suo desiderio di redimere il Maestro viene approfondito. Non c’è solo la volontà di mantenere la parola data alla cara River Song, ma molto di più. Il Maestro, prima di essere il suo più grande rivale, è stato anche il primo vero amico del Dottore, verso il quale da ragazzo ha provato anche qualcosa in più di una semplice amicizia. E tutto sembra avere finalmente un senso, tutti i sacrifici, l’idea stessa di rinunciare a viaggiare nel T.A.R.D.I.S. all’inizio della stagione sono stati fatti in funzione di Missy, per permettere a una delle persone più importanti della sua vita di cambiare.

La Signora del Tempo viene così messa in una situazione “controllata” con lo scopo di comportarsi come farebbe il Dottore, intervenendo per risolvere una situazione critica e salvare delle vite. Ma le cose si complicano rapidamente. La nave di cui il Dottore capta la richiesta di soccorso è stata parzialmente inghiottita da un buco nero, circostanza che fa scorrere in maniera molto diversa il tempo ai due estremi. Nel frattempo, un gruppo di creature col volto coperto e vestite con camici ospedalieri sembra aver iniziato a compiere delle razzie all’interno della navetta, rapendo gli esseri umani. A farne le spese è Bill. Il pilota terrorizzato, un umanoide dalla pelle blu, per impedire che le creature arrivino, cerca di uccidere la ragazza.

E, apparentemente, ci riesce! Il momento in cui ci viene mostrata Bill con uno squarcio nel petto in corrispondenza del cuore è agghiacciante: una delle fini più brutali per un companion. Se gli addii di Donna, dei Pond e di River erano stati emotivamente sconvolgenti, nulla si avvicina a questa terribile scena, cruda e crudele allo stesso tempo. Un pugno emotivo in piena faccia.

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Tuttavia sembra esserci ancora speranza: la ragazza viene portata dai misteriosi invasori della nave sull’altra estremità del mezzo spaziale, dove viene operata per permetterle di sopravvivere. Le viene così impiantata un’unità toracica, destinata a sostituire il cuore distrutto. Il Dottore ha giusto il tempo di chiederle di aspettarlo, prima che venga portata via.

Bill si risveglia così in uno scenario da film dell’orrore, un ospedale dove tutti i pazienti hanno il volto coperto e sono costretti al silenzio grazie a un semplice altoparlante spento. Quei pochi in grado di parlare ancora vivono un’esistenza fatta di dolore e sofferenza, un’agonia che sperano possa terminare il prima possibile, supplicando di morire.

Lo scenario dipinto è perfetto: il giusto misto di orrore e pietà, capace di rievocare situazioni tristemente note al genere umano (il parallelo con gli esperimenti umani fatti dai nazisti è immediato). In questa situazione l’unica speranza di Bill sembra essere uno strano individuo, Mister Razor, il quale la prende con sé, proteggendola da una sorte peggiore.

Le spiega il diverso scorrere del tempo alle due estremità dell’astronave, mostrandole un video dove il Dottore, Nardole e Missy progettano il suo salvataggio in cui i tre appaiono immobili. Bill aspetta così dieci anni, nei quali inizia a fraternizzare con Razor, che sembra essersi molto affezionato a lei. Le spiega che tutte le ricerche fatte in ospedale sono funzionali alla salvezza degli abitanti di quel livello dell’astronave, un tentativo di renderli più forti per permettere loro di sopravvivere.

Ciò si traduce nella trasformazione dell’equipaggio in Cybermen! Questi nemici del Dottore, per quanto importantissimi nella sua storia, avevano perso da tempo quel senso di minaccia che li aveva contraddistinti nelle loro prime apparizioni. Icone di una fantascienza un po’ naif, i primi Cybermen appaiono oggi abbastanza ridicoli, degli uomini con un passamontagna in testa e della chincaglieria metallica per dare loro un aspetto da automi.
Eppure, nel mostrare la loro genesi in questo finale di stagione, il recupero delle loro fattezze originarie, quei Cybermen Mondasiani realizzati con pochissimo denaro negli anni sessanta, l’effetto di dare allo spettatore una sensazione di terrore riesce.

A concludere il tutto è il finale della puntata, emotivamente sconvolgente come pochi. Da un lato il Dottore inizia la discesa verso gli strati più bassi dell’astronave, nel frattempo Razor “tradisce” Bill, consegnandola ai medici di bordo perché inizino la sua conversione.

Si svela presto la vera natura di Razor: non è altri che il Maestro in una precedente incarnazione, quella di John Simm, lo stesso che era riuscito a farsi eleggere primo ministro della Gran Bretagna e dominare il mondo per un anno intero, prima che esso venisse cancellato dalla storia. L’interazione con Missy si gioca tutta su un Maestro “preoccupato per il proprio futuro”, ancora ben distante dal concepire l’idea di poter agire come il Dottore.

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Nel frattempo il Dodicesimo finalmente arriva al livello in cui spera di ritrovare la sua companion, si trova di fronte a un Cyberman Mondasiano che continua a ripetergli “io ti ho aspettato”. Dapprima il dubbio, poi la certezza: dietro a quel mostro fatto di metallo si cela Bill Potts, trasformata in un Cyberman. La scena dello sguardo terrorizzato di Bill dietro la maschera che piange chiude l’episodio, lasciando lo spettatore con un misto di panico e scoramento. Ci troviamo di fronte a un finale traumatico, uno dei più grandi fallimenti nella storia della serie.

Col Dottore soverchiato da Cyber-Bill e dai due Maestri si chiude quello che possiamo definire come uno dei migliori episodi dell’ultima stagione di Doctor Who. Le premesse per il finale, Doctor Falls, sembrano eccellenti.
Sembrano.

In puro stile Moffat, tutti gli sviluppi dell’ultimo episodio vengono quasi cancellati con una semplice sequenza iniziale. Il Dottore, nel brevissimo tempo di una colluttazione col Maestro, sarebbe riuscito a raggiungere una console di comando per reimpostare i parametri di ricerca dei Cyberman, rivoltandoli contro i due nemici. La scelta appare affrettata, un vero pasticcio di sceneggiatura utile solo a far progredire la storia.

A questo si aggiunge il “ritorno” di Bill. La ragazza sembra riacquistare la propria coscienza, permettendole di salvare il Dottore e trascinarlo a un livello superiore dell’astronave, occupato dalle fattorie solari. Nel nuovo livello Bill pare risvegliarsi come sé stessa. Non c’è più il metallo a ricoprirla, ma le altre persone presenti continuano a temerla. Solo una bambina ha abbastanza coraggio da parlarle, portandole uno specchio e mostrandole il suo aspetto, ancora quello di un Cyber-Man. La ragazza, con la sola forza di volontà, è riuscita a mantenere il proprio intelletto e la propria personalità nonostante la conversione, creandosi un’illusione di normalità per non impazzire. Il Dottore le spiega la situazione, le promette che cercherà di riportarla al suo stato originario, anche se non sa come fare. E, su richiesta di Bill, le promette anche che porrà fine alla sua esistenza se dovesse perdere il controllo.

Parallelamente assistiamo allo sviluppo del rapporto tra i due Maestri. Quello di Simm, sempre straordinario nella sua interpretazione, capace di unire all’istrionismo del personaggio quel tocco di follia omicida che lo contraddistingue, e Missy, a cui Michelle Gomez sa donare un nuovo spessore. Ci troviamo di fronte sempre al vecchio Master, il nemico storico di Doctor Who con tutte le sue abilità, la sua vena di pazzia e la sua astuzia. Ma è un Master che ha vissuto più a lungo, più anziano e maturo, consapevole della necessità, questa volta, di stare accanto al Dottore.

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Lo si vede nella sua reazione quando il Dottore si rivolge a lui: viene fatto riferimento agli scontri avuti tra il Maestro e il Decimo, al fatto che la battaglia tra loro sia futile. Non è una questione di vincere o perdere, è una questione di fare la cosa giusta al momento giusto, anche se questo sforzo servirà a poco.

Tanto sembra bastare a convincere Missy, che in un estremo tentativo di tornare ad aiutare il vecchio amico accoltella la sua vecchia incarnazione, venendo però a sua volta colpita a morte. L’intreccio dei due Master, insomma, ci appare godibile e profondo, ma resta un po’ di amarezza, forse dovuta ad aspettative ben diverse. Siamo di fronte a un arco narrativo che giunge a conclusione, Missy che infine si converte e decide di stare al fianco del Dottore, arrivato in maniera troppo improvvisa. Il tutto, comunque, salvato dall’egregia interpretazione di Simm e Gomez.

Nel frattempo, arriva anche la caduta del Dottore: mentre Nardole viene messo in salvo, Bill decide di rimanere e combattere al suo fianco contro di Cybermen. Lo scontro, però, volge a sfavore del Dodicesimo, il quale viene colpito a morte. In un ultimo gesto disperato, il Signore del Tempo riesce a far saltare in aria l’intero piano, distruggendo i Cybermen.

Sembra la fine, ma tutto si risolve grazie a un deus ex machina abbastanza raffazzonato. Bill, quasi distrutta, trova il Dottore moribondo, piangendo sopra di lui quando, all’improvviso, si ritrova fuori dal corpo da Cyberman, apparentemente tornata umana. Il merito è di Heather, la ragazza al centro del primo episodio della stagione, che ha convertito Bill in un essere della sua stessa razza. Le due riportano il Dottore nel T.A.R.D.I.S., prima di intraprendere insieme un viaggio per il cosmo.

Per quanto le scene tra Heather e Bill abbiano un alto impatto emotivo e siano state rese bene dalle due interpreti, è difficile accettare una soluzione che ci appare, a monte, troppo semplicistica. Non è da escludere che tutto ciò sia dovuto anche alla delusione di dover dire dire a Pearl MacKay, che con la sua interpretazione ci aveva donato una companion diversa dal solito, capace di conquistarsi un posto nel cuore degli spettatori.

Il finale di puntata, preludio all’episodio natalizio in cui vedremo la Rigenerazione del Dodicesimo, ci consegna un Dottore che ricorda (quasi) tutti i precedenti companion della nuova serie. Per tutto l’episodio ha bloccato la rigenerazione, quasi fosse un colpo di tosse da reprimere, rifiutandosi di cambiare ancora. E qui il ricordo va al modo tanto contrastante con cui se ne sono andati il Decimo e l’Undicesimo: il dolore del primo per il fatto di doversi rigenerare e la serenità del secondo, felice di essere stato il Dottore. Il T.A.R.D.I.S. sembra spingere perché il Doc si rigeneri, ma l’opposizione del Signore del Tempo è caparbia: non cambierà ancora. Riprendendo la scena con cui si apriva il penultimo episodio della stagione, il Dottore esce dal T.A.R.D.I.S., ritrovandosi in una landa ghiacciata dove compare di fronte a lui la sua prima incarnazione, qui interpretata da David Bradley.

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Come al solito, il T.A.R.D.I.S. non porta il Dottore dove vuole, ma dove ha bisogno di andare. E il protagonista ora ha bisogno di capire, come la sua precedente incarnazione, che pur cambiando, pur mutando nell’aspetto e nella personalità resterà sempre il Dottore, un uomo buono pronto ad andare in guerra, un Signore del Tempo che si è prefissato di non scappare mai di fronte al pericolo e di aiutare sempre gli altri, anche se non potrà farlo a lungo. Una serie di riferimenti a diversi episodi della gestione di Moffat, insomma, tra cui lo splendido episodio “The Doctor’s Wife” con Matt Smith, che ci lascia in sospeso per l’inizio dello speciale di Natale in cui diremo addio a Capaldi. E, soprattutto, a Moffat.

Il prossimo showrunner di Doctor Who sarà Chris Chibnall (ideatore e autore di Broadchurch, splendido poliziesco con nientemeno che David Tennant), il quale, nelle precedenti interviste, ha ammesso di avere alcune idee radicali sulla gestione del Dottore nei prossimi anni.

Quali saranno i cambiamenti non possiamo ancora saperlo, così come non sappiamo chi sarà il prossimo Dottore: uomo, donna, britannico o irlandese che sia, siamo certi che lo accompagneremo ancora a bordo di quella cabina della polizia blu.

Federico Galdi
Genovese, classe 1988. Laureato in Scienze Storiche, Archivistiche e Librarie, Federico dedica la maggior parte del suo tempo a leggere cose che vanno dal fantastico estremo all'intellettuale frustrato. Autore di quattro romanzi scritti mentre cercava di diventare docente di storia, al momento è il primo nella lista di quelli da mettere al muro quando arriverà la rivoluzione letteraria e il fantasy verrà (giustamente) bandito.