Giunti al 2018 è il momento di fare i conti con noi stessi e di cercare di fare di meglio

Il 2017 se n’è andato. Nichilisticamente possiamo concordare che quella del capodanno è una convenzione umana, architettata per dare un senso al tragico bisogno di dare inizio e fine alla vita, da parte di una razza, quella umana, tediata dal pensiero della morte della carne. E vabè. Facciamo che nello spirito dell’ottimismo che dovrebbe contraddistinguere le buone intenzioni, diciamo invece che il capodanno è un momento eccezionale per tirare le somme su se stessi e per fare i conti con il tempo che verrà. In soldoni: il capodanno è un momento ideale per caricarsi di tanti buoni propositi e di buona volontà, nella speranza di un domani migliore.
A questo punto spazio all’uomo cinico di cui sopra, che vi direbbe una cosa tipo: “il futuro dipende dalle nostre scelte, e dunque un futuro è migliore in misura di quanto bene lavoriamo con noi stessi”. Touché omino cinico, sei uno tosto. E dunque, all’insegna dell’anno che verrà, mi sono interrogato su quali dovrebbero essere i miei buoni propositi per il nuovo anno, ma un articolo che parlasse del fatto che devo mettermi a dieta seriamente in questo 2018 non avrebbe avuto poi molto senso. Ho pensato allora di guardarmi indietro, e mentre ero lì a mettere su il pezzo sui Most Wanted 2018 (con tanto di fighissime infografiche) mi sono detto: dovrei dare alla gente una speranza. Ma visto che non ho né aureola né toga, e che soprattutto non trasformo l’acqua in vino, quello che posso fare nel mio piccolo è offrire ai miei lettori un po’ di buoni propositi ad uso e consumo di quella passione che ci tiene uniti: i videogame.

Perché il 2017 è stato un bellissimo anno per i videogiochi, e guardandomi indietro mi rendo conto che se queste sono state le premesse, allora il 2018 potrebbe essere un anno col botto. Ma del resto, il succitato articolo con i Most Wanted 2018 ha tracciato, più o meno chiaramente, l’attesa fervente che c’è in redazione, con una cricca di titoli in uscita nei prossimi 12 mesi (Death Stranding escluso ovviamente, perché seriamente: ma chi cazzo ci crede che esce quest’anno?!) capace di far saltare dalla sedia anche il più frigido cuore di pietra. Ma – perché c’è un ma – è impossibile negare che il 2017 si sia portato appresso anche tanti problemi legati ai videogame, alcuni squisitamente tecnici, altri più propriamente “deontologici”. Questo perché nessuno di noi ha cominciato l’anno con dei buoni propositi. Nessuno di noi si è fermato a pensare a cosa cazzo stesse facendo. Nessuno ha dato valore ai propri soldi. E quindi, ciancio alle bande, questo è il mio prontuario di buoni propositi per un 2018 da videogiocatori. Che poi è anche un vademecum. Che è poi, e soprattutto, un inno al buonsenso.

1 – Comprare meno limited edition

Questa è una cosa che mi auspico sempre. SEMPRE. Dateci un taglio con le limited edition. A causa vostra (sì, vostra, maledetti spendaccioni), oggi non esistono più quelle “vere”. Avete presente quando scrivete sui social “non ci sono più le limited edition di una volta!”? Ecco, è colpa vostra, e dei vostri acquisti forsennati. È colpa di tutti quelli che hanno prenotato le limited edition di Assassin’s Creed Syndicate pensando che non le avrebbero mai e poi mai viste accatastate nei negozi. È colpa di chi ha speso i propri soldi per gli occhialetti di Call of Duty o di chi si è vilmente macchiato dell’acquisto di quelle limited (tipo il primo Wolfenstein) che dentro non avevano neanche il disco del gioco. Ogni tanto tutti cadiamo in questo tranello, ma fate che sia un acquisto veramente, veramente figo. Una bellissima statua, o magari un pupazzo che REALMENTE non potete trovare da nessun’altra parte. Meglio ancora se tutto questo è numerato e davvero raro. C’è una differenza, neanche tanto sottile, tra collezionare rarità ed accatastare spazzatura. A causa della mondezza sulle vostre mensole, oggi non ci sono più rarità o fantasticherie assieme ai videogame, perché qualche stronzo (più di “qualche”) ha ben pensato di pagare un gioco quasi il doppio per avere un codicillo di un costume aggiuntivo. Peste vi colga!

2 – Capire la differenza tra opinionismo e giornalismo

Questa crociata è una lotta che strenuamente l’intero settore dell’editoria porta avanti più o meno dalla nascita dei social. Non che con i blog o i forum non esistesse l’idiozia, ma diciamo che questa si è acuita con l’avvento di Facebook. Qualcuno deve aver aperto la gabbia delle scimmie, e queste si sono riversate per le strade. Esiste parere e parere. E dire che tutti i pareri sono uguali è come dire che non c’è differenza tra chi ha studiato e chi no. Tra chi sa fare un mestiere e chi passa i propri giorni a grattarsi le palle. Se date per errato questo assunto vi chiedo un favore: abbandonate la galassia, possibilmente in una meravigliosa e colorata implosione stellare. Il succo è che dovete sempre e comunque discernere tra chi parla per sentito dire (o per intrattenimento) e chi invece vi offre un parere perché è parte del suo mestiere. L’opinione di un critico non è equiparabile alla vostra. Non perché vi si voglia dare degli ignoranti, ma perché non si può prescindere dalle competenze, dalla professionalità e dal mestiere altrui. Che consideriate questo o quel giornalista inaffidabile ci sta, ma da qui a dire che “c’avete ragione voi” ne passa di acqua sotto ai ponti. Se quando state male decidete di andare dal medico invece di curarvi con Wikipedia ci sarà un motivo, e quel motivo è lo stesso che dovrebbe farvi desistere dall’ascoltare qualunque altro ciarlatano voglia sostituirsi ad un professionista. Che sia un medico, un imbianchino, un cuoco o anche “solo” un critico. Per questo, magari, a tale buon proposito aggiungo il consiglio “tornate a leggere”. Che non potete dire di sapere qualcosa se il circolo di informazioni che avete si limita alle vostre idee, per altro ponderate mentre giocate a Clash of Clans sulla tazza del cesso.

3 – Provare cose nuove

Che non sono le pastiglie colorate in discoteca. Troppo spesso ci si crogiola di quello che si conosce, ignorando totalmente tutto il resto. Questo, per quanto riguarda quasi tutte le cose della vita è sbagliato, e per quanto riguarda i videogame è quasi un peccato mortale. Da quando il mercato degli indie è esploso 4 o 5 anni fa, il mondo del videogame è cambiato. È cambiato il modo di produrli, di concepirli e ovviamente di venderli. Troppo spesso si buttano soldi per prodotti che sono copia/incolla di idee trite e ritrite, incollate sul mood del momento giusto per dare un alone di novità. Capisco che alcuni di voi non resistano al fascino del nuovo Call of Duty, perché non c’è nulla di più bello che passare 1000 ore nel fare sempre la stessa mappa per sentirsi più bravi di qualche giocatore koreano. Però, ecco, magari c’è qualcosa di più lì fuori. Ci sono storie, mondi, intuizioni geniali che possono nascondersi dovunque. Che sia lo store PlayStation o quello Microsoft, che sia la libreria di Steam o quella Android. Potreste, ad esempio, scoprire che una roba pompata da Twitch come Player Unknown è fondamentalmente un gioco di merda, e che è da idioti pagare a prezzo pieno su Xbox One X un titolo che è un early access. Potreste, e magari dovreste.

 

4 – Smetterla di comprare remastered inutili

Se avete quantomeno le elementari sul groppone, il ragionamento che segue non dovrebbe sconvolgervi più di tanto: nel 2018 usciranno almeno 5 o più film dedicati ai supereroi, laddove 10 anni fa al cinema se ti diceva bene ti beccavi il solo Iron Man, e magari l’anno dopo un altro grande supereroe. Per il giro di boa successivo dovevi aspettare un anno, e cinecomic erano una gran rarità. Erano fighi, attesi, e non sembravano intrappolati in una mole assurda di stereotipi e cliché. Poi qualcuno ha annusato l’affare, i supereroi hanno cominciato a macinare così tanti soldi che neanche Zio Paperone li avrebbe contenuti nel suo deposito, ed ecco che oggi non passa mese che non esca un film al cinema o ne venga annunciato uno in cantiere. I soldi hanno pompato un business di nicchia e lo hanno trasformato in una mostruosità immensa. Chiaro? Bene. Per lo stesso principio oggi siamo inondati dalle remastered, che altro non sono che le “riedizioni” di titoli vecchi. Dove vecchi, sempre più spesso, significa roba di massimo 10 anni fa. Ci sono casi celebri (tipo il recente Okami) che sono addirittura remastered di altre remastered, con il risultato che qualche stronzo ha comprato lo stesso gioco 2 o 3 volte. Tutto ciò è imbarazzante. Ben vengano le remastered se queste sono di titoli che è oggettivamente impossibile giocare oggi (Grim Fandango, ad esempio, è ingiocabile oggi senza bestemmiare con Windows 10, senza contare che trovarlo originale anche solo usato è come trovare il proverbiale ago nel leggendario pagliaio), o quando più che altro sono quasi dei reboot (come per Ratchet & Clank o anche Crash Bandicoot, visto i notevoli improvement grafici), ma se si tratta di mere riedizioni lasciatele sullo scaffale. Grazie alla vostra idiozia qualcuno (Square Enix) ha pubblicato gli stessi giochi (Kingdom Hearts), così tante volte che qualche titolo potreste averlo in quintupla copia. Bravi.

5 – Aspettare prima di spendere soldi

E visto che di acquisti si parla, vi do un consiglio aureo: smettetela di comprare tutto e subito. Quasi mai ne vale la pena. Se parliamo di qualcosa di limitato nel tempo, che non infranga il buon proposito numero 1, allora passi pure, ma correre nei negozi ad ogni fottuto day one non vi rende degli eroi. Perché invece non vi godete i giochi che avete o che state terminando? Perché non aspettare un calo di prezzi (ormai per certi titoli avvengono dopo neanche 3 mesi dall’uscita, specie in formato digitale)? Ma soprattutto, consci dei tempi che corrono, tra promesse di sviluppo infrante, patch, aggiustamenti vari e crisi da microtransazioni, perché non aspettare che quel benedetto gioco, semplicemente, non si assesti? “Perché”, mi chiedete? Ma perché magari se la smettete di correre nei negozi, l’industria non si ferma ma rallenta. Forse è da stupidi sperare in un mondo migliore, ma magari un’industria più lenta non porta nei negozi con costanza titoli bisognosi di fix e riassestamenti. Magari se i più si accorgono che non siete pronti SEMPRE E COMUNQUE a mettere mano al portafogli, diminuiscono anche i bug che tanto odiate, con le annesse patch da 4 o più giga, propinate di solito al day one. Tutte cose che si eviterebbero se non ci fosse quell’ansia di vendere e e comprare.

6 – Riscoprire le partite in locale

Ormai siamo tutti schiavi del gioco online. Che sia su console, al PC o sul cellulare, ogni gioco verte sull’online e su quello che ne consegue. Non ho nulla di specifico contro tutto ciò, ma diciamo che ogni tanto val la pena metterlo da parte e tentare il disperato approccio del gioco offline ma comunque in multiplayer. Dico “disperato” perché se l’offerta si limita a 1,2 Switch capisco il vostro disgusto. Però, credetemi, c’è tanta roba interessante lì fuori da poter giocare in 2. Che sia la stravagante modalità coop di Mario Odissey, o le sfide di Mario + Rabbids. Che siano le corse di Mario Kart 8 o le (inaspettatamente) appaganti partite di Monopoly. Che sia Tekken, Injustice 2 o Street Fighter. C’è un mondo da rovistare tra i giochi dimenticati nei cestoni e i titoli abbandonati a loro stessi nei vari store digitali. Magari, se avete seguito il mio consiglio numero 2, e siete tornati a leggere ed a fidarvi delle persone giuste, potreste scoprire che avreste potuto svoltare le serate delle feste natalizie con qualche cugino e Overcooked. Che costa una miseria su PS Store ed è fottutamente divertente. Così, tanto per dire.

editoriale 2018 videogiocatore

7 – Dare una chance ai giochi mobile

A causa dei problemi evidenziati nel punto 2, capisco la titubanza di molti di voi verso i videogame su smartphone, spesso incastrati tra titoli sbandierati come rivoluzionari (come il succitato Clash of Clans), o intrappolati tra i confini dei simil Candy Crush. Premesso che non si è mai detto che siano giochi indegni, ed è plausibile che abbiano un pubblico vastissimo, è altrettanto vero che si è finito per archiviare il videogame mobile come qualcosa di indigesto. Come se su cellulare non ci si potesse imbattere in opere autentiche e appaganti. Peggio ancora, non si considerano i videogiochi mobile come meritevoli del denaro che talvolta costano, ed anzi ci si lamenta se qualcosa superi la soglia dei 99 centesimi. Del resto il più di voi avrà uno smartphone dai 500 euro in su… di certo finirete falliti per aver acquistato un gioco da 3 euro (mah!). Su mobile, specie negli ultimi due anni, sono usciti giochi fantastici, buoni per passare il tempo in metro come per restarci incollati in qualunque altro momento della giornata. Ci sono titoli bellissimi come Monument Valley, ci sono i grandi giochi Amanita Games come Machinarium. Ci si può imbattere in gioielli come Reigns, o anche cazzeggiare con dei cupi ma intriganti punta e clicca come Rusty Lake. Il settore mobile, vi dirò di più, è forse l’ultimo anfratto digitale in cui ritrovare quel bellissimo genere che è il “punta e clicca”, con tanto di possibilità di rigiocarsi in qualunque momento “robette” come Syberia o la serie Broken Sword. C’è poi un mondo immenso di giochi scadenti, e questo non lo nego, ma non occorre andare per tentativi. Basta informarsi. E lamentarsi per un gioco da 4 euro non è stupidi, è da ignoranti.

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