La Bella e la Bestia secondo Guillermo del Toro

Guillermo del Toro è uno di quei registi verso cui è difficile provare disaffezione, una volta che hai iniziato ad amarlo.
Nel corso della sua carriera raramente ha perso qualche colpo, e pur quando ha dato vita a pellicole che non hanno riscontrato un favore totalizzante, come nel caso del suo film più recente, Crimson Peak, si è sempre trattato di ottime produzioni che non hanno minimamente scalfito l’affetto e l’adorazione dei fan.
Questo perché del Toro è uno che crede fortemente in quello che realizza, e ciò rende autoriali tutti i suoi lavori, tratteggiando una linea comune che è in grado di unire opere anche molto diverse tra loro.
L’ultimo masterpiece è The Shape of Water un racconto fantastico ambientato nell’America degli anni ’60, Leone d’Oro al Miglior film nell’ultima rassegna di Venezia e che vedrà la luce nelle nostre sale a partire dal 15 febbraio.

Siamo nel 1962, e l’America è in piena Guerra Fredda con l’Unione Sovietica. In un laboratorio scientifico di Baltimora arriva una misteriosa creatura, catturata dal temibile colonnello Strickland (Michael Shannon). Elisa Esposito (Sally Hawkins) è una donna delle pulizie che lavora all’interno della struttura e casualmente nota questo particolare essere marino, dalle sembianze quasi umanoidi, che lo rendono un perfetto mix tra un uomo e un pesce. La donna purtroppo è muta, ed incuriosita da questa creatura, per la quale prova anche compassione per via del fatto che viene tenuta in cattività, inizia ad entrare di nascosto nella sala in cui risiede questo strano essere, riuscendo incredibilmente a comunicare con lui.

Il racconto di del Toro è una fantastica rinnovata versione de La Bella e La Bestia, con questo particolare rapporto che si instaura tra la creatura e la dolce Elisa. Una fiaba che prende la sua mirabile forma anche grazie all’incredibile fotografia di Dan Laustsen, che dalle prime sequenze ci catapulta in una realtà terrena che al tempo stesso riesce a comunicare la forte componente fantastica dell’opera, in un modo che solo la supervisione di del Toro poteva garantire.

Qui la comunicazione diventa l’elemento fondante attraverso cui si snodano poi i molteplici aspetti che il film va a toccare, e non si può non sottolineare quanto sia fiabesco e romantico l’avvicinamento e la conseguente evoluzione del rapporto tra Elisa e la creatura, totalmente differenti all’occhio umano ma incredibilmente simili per via dell‘impossibilità, per entrambi, di parlare. La creatura emette dei suoni, Elisa nemmeno quelli, per colpa di un trauma subito da piccola e del quale porta ancora i segni sul collo.
La necessità di essere capiti, ascoltati, trovare qualcuno simile a noi è un concetto senza dubbio non nuovo nel mondo del cinema, ma la maniera in cui sceglie di trattarlo il regista lo fa sembrare di una originalità disarmante.

Elisa è il motore della vicenda, colei che muove le fila del racconto e trova in se stessa una forza e una determinazione che forse non sapeva di avere, ergendosi ad eroina senza macchia e senza peccato, quasi intoccabile, al di sopra di tutto e tutti e perfino dei complessi e delicati giochi di potere tra USA e URSS. Sally Hakwins ci fa letteralmente innamorare di lei. Del suo corpo dolce, sinuoso, leggiadro, che si muove sulla scena a passi di danza. Delle sue debolezze e del modo in cui le affronta, generando nello spettatore tenerezza e passione, sentimenti che per altro uniscono Elisa alla creatura, che al di là della sua indole selvaggia si dimostra più umana di molti dei personaggi del racconto di del Toro. Più di Strickland, di sicuro, un uomo dispotico e ossessionato dal potere e dall’ottenimento del risultato a tutti i costi, interpretato da un Michael Shannon per il quale abbiamo davvero finito le parole, dato che non sbaglia un ruolo da quando fa questo mestiere.
L’uomo del futuro guida la Cadillac“, gli dice il venditore di auto prima che il colonnello acquisti il suo nuovo bolide, ma il chiodo di fisso di Strickland, quello di non rimanere ancorato in una posizione di stallo e di elevarsi al di sopra della massa si trasforma presto nel suo più grande incubo, quando per fare i conti col suo futuro non deve correr dietro ai temibili servizi segreti sovietici, ma a delle donne delle pulizie che agiscono per un bene più grande.

Tra forme divine, oniriche e sostanze terrene e mortali, inframezzate dal corposo elemento del fantastico, prende vita questa fiaba in cui c’è tanta acqua da inondare tutto, ma in cui i personaggi respirano senza fatica alcuna. L’opera di del Toro è un racconto bellissimo da vivere tutto d’un fiato, e che sa ricordarci che a volte i mostri non sono quelli che la società ci indica.

la forma dell'acqua the shape of water recensione

Verdetto:

La Forma dell’Acqua – The Shape of Water è un racconto eccezionale, ambientato nel 1962, in piena Guerra Fredda, ma in cui risiede il forte elemento del fantastico. Il regista Guillermo del Toro mette su un’opera straordinaria, una sorta di propria visione de La Bella e la Bestia, dove la comunicazione e l’amore divengono i punti cardine attraverso cui poi si snodano i numerosi aspetti abbracciati da questa bellissima favola.

La Forma dell'Acqua - The Shape of Water - Recensione
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