Essere o non essere, questo è il bolema… BOLEMA?!

PlayLink è la nuova linea di prodotti PlayStation 4, e sinceramente ci è parsa geniale sin da subito. L’idea è semplice e intrigante: mettere in vendita a prezzi modici, dei software/videogame che attraverso l’interazione con smartphone e tablet siano utilizzati per delle sessioni di gioco in gruppo. Dei giochi di società digitali insomma, il cui primo esperimento (per altro a lungo gratuito sullo store sin da quest’estate) era stato “Dimmi chi Sei”, vero e proprio quiz game che, con tanti limiti, ci aveva fatto tornare in mente i tempi di Buzz!. PlayLink è però un progetto ancora da avviare per bene, e per quanto la volontà di Sony sia quella di spingere questo concept attraverso una buona scelta di prodotti, la verità è che non tutti sono all’altezza delle aspettative, e non tutti riescono a mantenere le promesse di sessioni di gaming di cui godere in gruppo. Planet of the Apes: Last Frontier si vorrebbe fregiare del conseguimento dello scopo, aggiungendovi per altro il fascino di un brand cinematografico che con la più recente trilogia è ritornato ai fasti di un tempo. Vorrebbe…

Sviluppato da Imaginati Studios, Last Frontier si interpone tra il secondo e il terzo episodio della storia di Cesare, e conta dalla sua un team che per quanto piccolo ha alle spalle per direzione e fondazione sua maestà della motion capture Andy Serkis, meglio noto come l’attore che ha dato movenze e recitazione a Gollum e, non ultimo, allo stesso Cesare del film. Un rapporto quindi ben consolidato tra l’attore e il brand, la qual cosa ci aveva francamente emozionato, specie considerata la licenza del prodotto in sé, vista la bontà della trilogia. La verità è che Last Frontier, oltre ad essere limitato da una serie di inefficienze (o se vogliamo inesperienze) tecniche, tali da renderne l’impatto altalenante, è anche quanto di più distante ci sia da un videogame. Siamo più dalle parti dei laser game per DVD che si sono venduti per qualche tempo con i primi lettori da salotto, tanto che neanche titoli fortemente scriptati come quelli di Quantic Dream possono dirsi appartenenti allo stesso genere. Questo perché The Last Frontier è nulla più che un lungo film messo in piedi con un motore digitale, la cui interazione del giocatore è limitata ad una serie di risposte da dare durante i numerosi bivi narrativi. Non c’è controllo diretto, non c’è ricerca, investigazione o esplorazione. Il gioco fa tutto da solo, limitandosi a offrire una manciata di situazioni in cui occorre premere il tasto X (e solo quello) al momento giusto.

Se già questa scelta di scarsa, scarsissima interattività potrebbe risultare ai più demotivante, c’è da considerare anche l’andazzo della trama in generale che scegliendo (per ovvi motivi) di scollarsi quasi del tutto dai film originali, racconta le vicende di un inedito gruppo di scimmie, e dei loro contrasti con un gruppo umano che vive nei pressi della montagna su cui si sono rifugiati. Scimmie e uomini vivranno momenti di forte contrasto, con la possibilità che le vicende si risolvano in tre direzioni diverse, e con una moltitudine di bivi che, potenzialmente, insieme ai trofei dovrebbero aumentarne la “rigiocabilità” (virgolette più che doverose). Il punto è che la stragrande maggioranza delle scelte, per quanto ideologicamente sofferte, viene costantemente disillusa dall’andazzo del gioco, che virerà comunque verso una decisione prestabilita. Immaginate ad esempio che possiate scegliere se sparare con una pistola o meno, e che selezionando “spara”, il gioco decida comunque di non farvi sparare per motivi di trama. L’esempio è di per sé frustrante, e Last Frontier succede di continuo, disinnescando anche quel senso di ansia che emozionalmente potrebbe influire sul già impigrito spettatore/giocatore. Senza considerare che anche la trama in sé, specie considerando la bellezza dei film a cui si riferisce, è una porcheria senza capo né coda che dovrete praticamente sorbirvi per tre ore buone.

Dal punto di vista tecnico il gioco è mosso dall’Unreal Engine con il risultato di una discreta modellazione di volti e modelli, con attenzione evidente per la resa delle scimmie, spesso più espressive e carismatiche delle controparti umane. Purtroppo tutto il resto è indietro di almeno due generazioni. Nonostante il gioco non offra esplorazione o quant’altro (e dunque non c’è granché da caricare), assistiamo a problemi di clipping e pop up come se piovesse, oltre ai ben noti problemi di texture tipici dell’Unreal Engine ai più scarsi livelli di ottimizzazione. Gli ambienti di gioco sono espressivi come un catalogo Ikea, e la colonna sonora praticamente non esiste, affidando tutto il pathos ad una, e dico UNA, sola traccia acustica. Dulcis in fundo, il coinvolgimento multigiocatore è limitato al premere tutti assieme il tasto X quando richiesto. Che se un amico vi offrisse una partita in coppia ad un gioco simile credo che meriterebbe quanto meno il vostro linciaggio.

Verdetto

Planet of the Apes: Last Frontier è praticamente un lungo film interattivo, con così poco mordente da riuscire a gettare alle ortiche la combo INCREDIBILE data dal brand di riferimento ed alla presenza di Andy Serkis. Trama noiosa, interattività inesistente, recitazione mediocre, ambienti degni del Nintendo 64, fallimentare implementazione (?) del modello PlayLink. Sul serio gente serve altro a giustificarne il voto?

 

 

Planet of the Apes: Last Frontier - Recensione
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