Visione storica e allegorica della Serie Classica

Star Trek è un mare magnum di contenuti di ogni genere, spalmati in oltre settecento episodi e più di dieci lungometraggi. Da questo semplice dato si può facilmente intuire quanto possa essere stancante andare a vedere ogni singolo tema trattato nella serie, sia per intenzione degli sceneggiatori, sia per una questione puramente narrativa. Fortuna che per questo tipo di imprese ci siamo noi di Stay Nerd a darvi una mano. Per tutto il resto c’è Mastercard. Forse.

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Come in tutte le opere di intrattenimento, sotto la superficie scintillante e patinata di un divertimento quasi spensierato, si nascondono delle intenzioni ben più serie e auliche, nascoste dietro un abile gioco di specchi. Se da una parte abbiamo visto quanto fosse visionaria in termini tecnici e tecnologici, ora faremo un bel giro sul sottotesto che anima la celeberrima serie fantascientifica americana. Per una questione didascalica ci limiteremo a guardare la prima serie, quella definita “Classica”, ma non perché le altre siano meno interessanti o più superficiali, quanto perché è in questo frangente che tutta la filosofia di Star Trek è stata scritta e filmata.

È iniziato tutto con il capitano Kirk, Spok e il Dr. Bones, e alle spalle di questi personaggi c’è la figura di Gene Roddenberry, aviatore pluridecorato e ostinato che riuscì a mettere parte del suo cuore e del suo pensiero, maturato negli anni Sessanta (periodo convulso e confuso, in cui la società stava cambiando a vista d’occhio, nuove identità sociali stavano prendendo coscienza di sé e il cambiamento, così prepotente e soverchiante, stava per spazzare tutto quello che incontrava), nella serie che oggi tutti conosciamo. In questo frangente storico così importante, Star Trek sembrava essere solo una serie televisiva, neanche tanto famosa (almeno agli occhi del network): quello che nessuno poteva sapere è che su quei set plasticosi, dalle luci finte e dagli effetti puerili, si stava in qualche modo contribuendo al diffuso cambiamento generazionale, nel bene e nel male.

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IL BIANCO E IL NERO (E GLI ALTRI COLORI)

Quello razziale è uno degli argomenti tra i più spinosi da mettere su carta di questi tempi ed è stato uno dei capisaldi della serie, su cui si è dibattuto e si continua a fare quasi senza sosta, grazie anche all’arrivo nelle sale cinematografiche dell’ultimo lungometraggio, Beyond. Star Trek (la Serie Classica) è stata ‘prima’ in molte cose: è stata per esempio la prima serie di fantascienza a essere diretta verso un pubblico adulto, e non verso i ragazzetti che si cibavano di pulp magazines. Roddenberry aveva ben chiaro il suo target, e voleva che fosse quello, perché il suo messaggio era complicato, abbracciava temi seri e difficili, incartati in episodi dall’atmosfera sci-fi, ma decisamente profondi e toccanti.

Per la prima volta in TV si vedevano lavorare gomito a gomito esseri umani di diverse etnie, oltre ad alieni di vario genere, senza alcun problema, senza alcun disturbo. Alla sua messa in onda, la crew dell’Enterprise vantava un bianco (il capitano Kirk), un asiatico americano (Sulu), una donna africana (non afroamericana, ma africana e basta, Uhura) e un ibrido metà umano metà vulcaniano (Spok). Da notare che tutti questi personaggi, diversi dall’eroe bianco e senza macchia, ricoprono ruoli cruciali all’interno dell’ecosistema dell’astronave. Sulu addirittura si ritroverà a comandare, in mancanza di Kirk e Spok, la nave stessa!

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Questo sistema così variegato e colorito di razze dipinte in un connubio pacifico nasce dalla volontà di dimostrare al pubblico che la convivenza e la tolleranza (?) sono raggiungibili, e che le disuguaglianze non esistono. Un messaggio ben diretto, soprattutto in un frangente come gli anni Sessanta in cui gli scontri razziali stavano prendendo una pessima piega. L’aderenza della serie alla realtà, la sua potenza allegorica si palesa ancora di più in un episodio specifico, che ci mostra come il vero fine di Roddenberry era quello di mostrare al suo pubblico quanto di brutto e sbagliato c’era nel mondo, cercando in qualche modo di smuovere le coscienze. Nell’episodio Sia questa l’ultima battaglia (in onda nel 1969), il capitano Kirk e la sua ciurma si imbattono negli ultimi due abitanti del pianeta Cheron. La particolarità di questi esseri viventi è di avere il corpo per metà bianco e per metà nero, in una divisione verticale netta. Però c’è un problema: questi ultimi due Cheroniani sono in perenne lotta tra di loro, uno imputa all’altro di essere bianco dal lato sbagliato! Se si legge fra le righe il riferimento al razzismo, alle lotte tra bianchi e neri è praticamente lapalissiano. Andando più a fondo, poi, la cosa ancora più drammatica è che il conflitto tra le due razze speculari alla fine non si risolve, ma al contrario, di fronte alla distruzione dell’intero pianeta e delle due popolazioni, i due trovano nuovi argomenti per continuare la loro stupida lotta. Kirk si trova quindi obbligato dalle circostanze a lasciarli a loro stessi, sul loro pianeta devastato e disabitato, commentando che l’odio era l’unica cosa rimasta loro.

A volerla vedere bene, questa puntata di Star Trek dipinge un futuro terribile, dove le lotte per il predominio razziale portano all’autodistruzione, senza in definitiva risolvere niente. Ricordate che era la fine degli anni sessanta: c’era Martin Luther King Jr che continuava a sognare, e con lui milioni di afroamericani, ma una volta girato l’angolo c’erano anche Malcolm X e le Black Panther, che invece si stavano armando per dare pan per focaccia ai bianchi bastardi. Il clima era intenso, rovente, e Roddenberry con questo episodio ha deciso di schierarsi e lo ha fatto in maniera quasi esplicita, lasciando le ultime battute dell’episodio a Uhura e Kirk, un’africana e un bianco…

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GALEOTTO FU IL BACIO E CHI LO SCENEGGIÒ

Ci sono altre sequenze discusse a lungo in gruppi di studio appositi, che hanno a tema la multi-razzialità di Star Trek: una di queste, forse la più famosa e quella che viene perennemente citata è la famosa scena del primo bacio interrazziale (anche se non è proprio il primo). Le linee di pensiero riguardo a questa particolare presenza è duplice e l’episodio stesso è fuorviante. Innanzitutto, iniziamo col dire che il bacio è tra il capitano Kirk e Uhura e che non è un bacio volontario che prelude a qualcosa di romantico. Kirk viene forzato telepaticamente a baciare la sua Luogotenente in una scena che è di per sé romantica e terribile allo stesso tempo.

Quando la sequenza venne girata, la NBC che mandava in onda il telefilm rimase un po’ interdetta, perché il bacio era abbastanza esplicito e temeva eventuali ripercussioni dei fan e di persone che ne sarebbero state scandalizzate. Dopo la messa in onda, l’ente di broadcasting fu subissato da lettere, come c’era da aspettarsi: paradossalmente, l’audience di Star Trek si dimostrò estremamente progressista, in tutte e due le direzioni: c’erano donne che chiedevano alla Nichols (che interpretava Uhura) come fosse baciare il Capitano, e uomini che cercavano informazioni speculari su Uhura! Solo alcune lettere di lamentela giunsero dal profondo Sud degli States, dove la segregazione razziale era ancora accesissima, e in una di queste l’autore affermò che comunque, davanti a una donna come Uhura, per il Capitano Kirk sarebbe stato impossibile trattenersi. C’era effettivamente un po’ di confusione da tutte le parti…

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IL RUSSO E IL RAZZISMO

Sempre in merito al tema della multietnicità, oltre a Sulu e Uhura, nella seconda stagione, l’equipaggio si arricchisce di un’altra figura scomoda: il russo Pavel Checov, in un momento storico in cui la guerra fredda tra Americani e stati Uniti si stava facendo sempre più… fredda. Certo, bisogna anche dire che nemmeno Star Trek è esente dal razzismo, in un certo senso volutamente, come una valvola di sfogo, per mostrare anche la bassezza umana e non dipingere il genere umano del futuro troppo perfetto. I migliori siparietti in materia sono tra il Dr. Bones e il buon Spok. Infatti il dottore apostrofa il vulcaniano in mille modi diversi, facendo riferimento alle sue orecchie a punta, alla sua indole logica, alla sua assenza di emozioni, tirando fuori un repertorio di piccole angherie, lasciate passare come scherzi innocenti o battute sagaci.

In realtà, questo gioco delle parti è possibile e quasi accettabile perché Spok è bianco, oltre che ibrido, e quindi non si ha la rottura di nessun tabù. Se Spok fosse stato interpretato da un uomo di colore, come era stato immaginato da Roddenberry, forse tutte queste libertà linguistiche non ci sarebbero state. Vedete bene com’è sottile l’ironia dietro tali scelte, volontarie o meno, e quanto ci dicono sul modo di ragionare socialmente nei lontani anni sessanta: siccome l’attore che interpreta un personaggio per metà alieno è bianco, allora è possibile esercitare su di lui una certa pressione razziale, perché questo è comunque accettato. All’interno di questa considerazione c’è una feroce critica ai benpensanti americani, alla loro ipocrisia e al loro bigottismo!

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LA BRUNA…

Abbiamo incontrato Uhura, la principessa africana che parla fluentemente Swahili e ricopre il ruolo importante di Luogotenente responsabile delle comunicazioni a bordo dell’Enterprise. Uhura racchiude in sé il duplice traguardo di rappresentare una donna e anche di colore che lavora in una posizione altolocata in un ambiente, quello delle flotte spaziali, comunque governato dagli uomini.

Affacciandoci fuori dalla finestra degli Studios, si potevano vedere i movimenti femministi che nascevano e cercavano di dare alle donne quella consapevolezza di sé che la società maschilista aveva minato e eclissato per decenni. Gli anni Sessanta erano quelli in cui i primi reggiseni furono bruciati nelle piazze e durante i quali l’utero trovò il suo unico e vero possessore. Va da sé che una serie così progressista come Star Trek, dopo tutto il discorso sulla multietnicità, doveva per forza di cosa mostrare una società in cui gli stereotipi maschilisti sulla donna dovevano essere ampiamente superati.

Ed è vero. Almeno in parte.

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Roddenberry, nel primo pilot di Star Trek che presentò, inserì un personaggio senza nome, chiamato Number One, che era una donna, di grado immediatamente inferiore al Capitano Kirk e che aveva una conoscenza enciclopedica e super-informata della nave, delle tattiche e delle strategie di battaglia. Era così brava e preparata da essere scelta come sostituto del capitano stesso in plancia, durante le missioni fuori bordo. Era un personaggio così carico e intenso che ovviamente fu cancellato, grazie all’intervento della produzione che lo trovava fuori luogo e inverosimile, un personaggio troppo poco rappresentativo al quale gli spettatori non si sarebbero potuti affezionare o identificare. Roddenberry fu praticamente obbligato a cedere su questo punto per vedere la sua serie realizzata.

D’altronde, ci pensò Uhura e la sua interprete a prendere il testimone della fantomatica Number One, anche se in maniera più sotterranea, e sicuramente dopo battaglie e urla tra l’attrice e i vari screenwriter che cadevano nell’errore di voler rappresentare una donna debole. Uhura invece è in grado di badare a se stessa, di prendere decisioni senza che sia un uomo a farlo al posto suo, brava a difendersi, a combattere e forte abbastanza da prevalere anche in situazioni spinose e pericolose. Se state sorridendo a queste parole, se già la femminista che è in voi sta per esplodere, allora fate un passo indietro, prendete un bel respiro e ricordatevi sempre che (lo so, lo ripetiamo spesso, ma è necessario) erano solo gli anni sessanta. In quel periodo la donna praticamente non esisteva, se non come appendice munita di gambe di qualche uomo. Da questo punto di vista, seppur timidamente, Star Trek prende le distanze dalle tradizioni americane. Ma fino a un certo punto…

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LA BIONDA…

Pensate a Janice Rand, interpretata dalla bellissima (c’è poco da commentare) Grace Lee Whitney, scomparsa nel 2015. Nonostante tutto il progressismo di cui Star Trek è intriso, la Rand rappresenta la sintesi di tutti gli stereotipi della tv di genere di quel periodo. È la classica bionda da salvare, un po’ svampita, l’attendente del Capitano Kirk. Lei lo accudisce, gli porta il caffè in plancia e lo offre anche agli altri ufficiali, si preoccupa affinché il Capitano prenda le sue pillole e segua la dieta che gli ha prescritto il dottore. Insomma, è una segretaria spaziale, per di più vestita in maniera succinta, con un completino dalla gonna estremamente corta, ossessionata dalle sue stesse gambe e dal desiderio di farle notare al Capitano Kirk, di cui è chiaramente invaghita.

Era il personaggio femminile preferito dalla produzione proprio perché non minava nessuna particolare convinzione, infondeva tranquillità ai capoccia della NBC. Inoltre, in un’intervista, anche la Whitney ha confessato di amare quel personaggio, di volerlo fare proprio così e che anzi, secondo le sue stesse parole, “una volta che nello show si sono viste le gambe è arrivato il successo”. Janice Rand è poi sparita dal telefilm a causa dei gravi problemi di alcool dell’attrice e del suo fare uso di pillole per dimagrire (a.k.a. anfetamine).

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…E TUTTO IL RESTO.

Allo stesso modo di Janice Rand, anche le altre donne del cast erano relegate a mera interpretazione di sfondo, senza una vera anima, ancor di più in alcuni episodi in cui personaggi femminili entravano ed uscivano dalla storia senza quasi lasciare traccia. Una lettura femminista di alcune puntate della serie ha mostrato un lato estremamente sciovinista degli scrittori di Star Trek, sicuramente frutto di un lavoro un po’ lontano dalla visione di Roddenberry e più vicino ai temi rassicuranti e “americani” della produzione.

Dobbiamo aspettare le serie successive, come Voyager, dove abbiamo una donna al comando dell’eponima astronave, o ancora The Next Generation, per vedere le donne indossare i pantaloni e gli uomini passeggiare con le loro uniformi a mo’ di kilt. Ma questi sono già gli anni ’80, un momento storico meno convulso e più spensierato, quando era facile fare di queste cose senza passare guai.

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FEDERAZIONE O IMPERO?

Star Trek dipinge le avventure dell’Enterprise e della sua ciurma, che si muovono là dove nessuno mai ha osato arrivare, con il solo spirito dell’esplorazione e della scoperta. In realtà studiando i vari episodi e come al solito rapportandoli alla realtà contemporanea dello show, il quadro dipinto è leggermente diverso.

Roddenberry ha cercato di mandare un messaggio antimilitarista, su questo non ci sono dubbi, ma non si è spinto poi così in là, anche perché l’America di quel periodo stava passando un bruttissimo momento storico: c’era la Guerra Fredda, con un unione Sovietica minacciosa e ringhiante, era reduce da una Seconda Guerra Mondiale che aveva mostrato loro il terribile potere distruttivo della bomba atomica e in più era in pieno svolgimento la sanguinosa offensiva sul Vietnam, dove ragazzi imberbi venivano mandati a morire senza neanche sapere davvero il perché.

Il teatro mondiale era caldo e la propaganda governativa si stava scontrando con i movimenti anti-Vietnam, pacifisti e di protesta, lasciando l’opinione pubblica interdetta e senza punti di riferimento. C’era un clima di confusione, tra chi voleva che il conflitto si facesse ancora più duro e chi voleva che smettesse, senza che ci fosse una vera linea di pensiero uniforme. In questo clima di gran casino si muovevano Roddenberry e gli altri screenwriter, sempre sotto la supervisione della produzione, attenti a non urtare i sentimenti o le sensibilità dei telespettatori, chiunque essi fossero.

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I teorici della serie classica hanno fatto un bellissimo parallelismo allegorico tra la Federazione dei Pianeti e l’Impero Klingoniano: ovviamente la Federazione rappresenta la visione televisiva dell’America e della NATO, e l’Enterprise ha la missione di portare il modo di pensare e di vivere della Federazione oltre i confini della galassia, qualcosa di molto simile all’attuale ‘esportazione di democrazia’, ma in maniera pacifica.

L’impero Klingon, brutale, cattivo, estremamente legato al senso del dovere, dove la lealtà verso la propria patria arriva a far desiderare la morte in battaglia come morte gloriosa e auspicabile, rappresenta il blocco Orientale, l’Unione Sovietica, i Comunisti. La contrapposizione tra queste due superpotenze è esattamente la stessa che si ha sulla Terra, in quegli anni. In questa macro-rappresentazione allegorica, si ritrovano spesso riferimenti agli avvenimenti che insanguinavano l’Oriente di quel periodo.

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Sono stati individuati alcuni episodi che richiamano o hanno un diretto contatto con fatti di cronaca militare dell’epoca, con chiaro rimando al Vietnam. Ad esempio, in Una piccola guerra privata, il capitano Kirk atterra su un pianeta in cui imperversa una guerra tra gli Abitanti delle Colline e i Contadini delle Pianure, con la differenza che i Contadini hanno un armamento all’avanguardia di produzione Klingoniana. Kirk riesce a prendere queste stesse armi e a fornirle agli Abitanti delle Colline per permettere loro di combattere ad armi pari, giustificando questa scelta dicendo che l’unico deterrente per questo tipo di guerre è avere un perfetto bilanciamento delle forze e facendo riferimento a una guerra nell’Asia durante il Ventesimo Secolo… Purtroppo alla fine dell’episodio si ricrederà, terrorizzato da quel che stava per fare. Questo episodio, che richiama alla guerra in Vietnam quasi in maniera esplicita, andò in onda durante una delle offensive più sanguinarie e sanguinose ad opera dei Viet Cong che colpirono le principali città vietnamite, facendo centinaia di morti.

Un altro esempio del genere è un episodio in cui una guerra è combattuta virtualmente tra due pianeti grazie all’uso di un computer. Il calcolo delle vittime viene poi concretizzato uccidendo un ugual numero di persone. Le statistiche dei morti e dei feriti cui fa riferimento quell’episodio furono estrapolate dai rapporti sulla guerra in Vietnam e i numeri, seppur sottostimati, erano (e lo sono tutt’ora) drammatici.

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SPERANZA, ULTIMA FRONTIERA

Abbiamo visto come Star Trek sia stato uno show dalle molteplici sfaccettature culturali, di quanto abbia influenzato non solo lo show business del periodo, ma anche il modo di concepire la fantascienza. Come tutte le opere di grande respiro è figlio del suo tempo, e sicuramente andando a scavare si troverebbero ancora decine e decine di riferimenti storici e sociali. Certo, lo spirito indomito della serie ha dovuto fare i conti con una produzione un po’ conservatrice, e talvolta là dove poteva prendere una posizione decisa in materia di temi importanti, ha preferito mostrare una soluzione vaga e poco incisiva.

Sicuramente, però, Star Trek ha creato un universo in cui la speranza non manca mai. I mondi della Federazione vivono pacificamente, esplorano, portano il verbo, ma il loro cammino per raggiungere questo risultato è irto di pericoli, insanguinato e pieno di dolore. Il messaggio, letto in un periodo in cui l’instabilità politica tra America e URSS, la guerra in Vietnam e le pressioni razziali riempivano le persone di paura e indecisioni, è semplice e immediato: l’umanità può farcela, deve farcela, ma deve anche lottare e alla fine tutto si rimetterà a posto. L’unico vero motore di tutte le esistenze passate, presenti e future è uno solo: la Speranza.

Come ha detto uno un po’ più bravo di me: non può piovere per sempre.

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  • Filippo Simone

    Ma come si fa a scrivere “Spok” senza c? Allucinante.