Danny Boyle torna al cinema col tutto il suo opportunismo. Dopo il mediocre In Trance ed il sottovaluto (dall’Academy) 127 ore, il regista del pluripremiato The Millionaire porta sulla scena un’altra storia in grado di poter concorrere per qualche statuetta dorata: Steve Jobs.
Come si cimenta Boyle in tutto questo?
Si affida ad un maestro della sceneggiatura, ovvero Aaron Sorkin, uno dei più grandi nella trasposizione di storie non originali (vedi The Social Network), e dopo aver incassato un paio di fragorosi “no” da individui come DiCaprio e Bale, scrittura per il ruolo del protagonista uno che – come colui che interpreta – non si ferma un istante: Michael Fassbender. Al suo fianco, per non correre alcun rischio, si tutela anche con Kate Winslet.

Il risultato è tutto meno che eccezionale.
Innanzitutto se si decide di chiamare un film “Steve Jobs” e non “Apple” si presume che si debba cercare ad ogni costo di trovare un protagonista il più somigliante possibile al personaggio interpretato. Ma anche andando oltre il concetto di corrispondenza fisica, nonostante l’altezza adeguata e gli sforzi sovraumani, Fassbender non può far molto per la sua corporatura e per quel faccione, continuando così a ricordarci Magneto senza la maschera, pur regalando al pubblico una prestazione coi fiocchi. Ma sì sa, “infilarti le penne nel culo, non fa di te una gallina”.
Fincher lo faceva dire a Tyler Durden, perché Fincher sa sempre cosa deve o non deve far dire ai suoi personaggi. Sa quando usare il bastone, e quando la carota.

Ma cosa c’entra Fincher con Boyle? Molto. Per questo film infatti Aaron Sorkin (che comunque si rifà alla biografia scritta da Isaacson) ha elaborato ancora una volta una grande sceneggiatura, anche se non tocca le vette di quel The Social Network, creato per Fincher.
In confronto a quest’ultimo il ritmo è totalmente diverso. I dialoghi sono incalzanti come di base per Sorkin, ma risultano frenetici, e intrappolano lo spettatore in un’apnea senza fine con bombole con meno ossigeno rispetto alle due ore di film.
La struttura di un plot molto teatrale ben si confà comunque alla scenografia in loop. Sembra di non uscire mai dalla sala delle presentazioni, come se fossimo anche noi all’interno di quell’edificio.
In tal senso è emblematico il flash iniziale (ed in questo, bisogna ammetterlo, Boyle è maestro) con l’inquadratura di numerosi seggiolini rossi: una platea artefatta, simbolo e rappresentazione di ciò che si è in procinto di vedere.

steve jobs recensione

In questa direzione la regia ed il montaggio sono assolutamente coerenti, tutto è molto agitato ed in perenne movimento, nonostante la pellicola gongoli in uno stagno scenografico.

L’incoerenza invece la ritroviamo in alcuni aspetti del ruolo ritagliato per il suo protagonista, uno Steve Jobs cinico e spietato, ma poi disposto a chiacchierare con chiunque nei minuti precedenti le presentazioni di questi appuntamenti con la storia, lasciandosi stravolgere da capi, ex capi, ex moglie, figlia, e chi più ne ha, più ne metta.
Il rapporto con la figlia poi è un’altra nota dolente. Boyle ci confonde, e ci lascia dubbi sul fatto che voglia parlarne oppure no. Se questo legame lo sfioriamo appena per 100 minuti di film, che senso ha buttarci in mezzo la morale perbenista nei ultimi 10?

In questo – come abbiamo già fatto notare – sono del tutto incolpevoli gli attori, i quali fanno benissimo i compiti loro assegnati, da bravi secchioni.

In primis il sovracitato (e sovraesposto) Fassbender, tra i primi della classe per la sua generazione, alle prese con uno Steve Jobs particolarmente complesso, soprattutto per le difficoltà affrontate nel renderlo credibile. Poi c’è Kate Winslett, come al solito straordinaria, e forse stavolta più che mai, poiché stretta in un ruolo da gregaria e sciuscià, nonostante il quale riesce a far emergere la sua grandissima caratura attoriale.

steve jobs recensione

In definitiva Steve Jobs ci sembra un film in cui Boyle si specchia costantemente senza osservarsi davvero, con la convinzione di esser bello a prescindere, rinunciando persino alla coerenza della narrazione pur di creare a tutti i costi ciò che ha in mente. Peccato, perché quando Boyle vuole fare cinema piacevole, e non piacente, ci riesce molto bene.

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