Quando il WTF diventa uno strumento narrativo indispensabile

Sono le quattro di notte, o le tre, o un qualsiasi altro orario in cui normalmente si dovrebbe dormire. Guardate il cellulare, indecisi se continuare imperterriti e mettendo così fine ad ogni qualsiasi speranza di dormire come una persona normale. Nel profondo vi sentite anche un po’ in colpa ma alla fine non resistete e iniziate a vedere il prossimo episodio; nonostante i richiami sempre più frequenti di Netflix, incapace di capire se siete semplicemente delle amebe sociali o se siete già sprofondati tra le braccia di Morfeo. Ecco, comunque la mettiate ogni volta che ci trovate in questa situazione, oltre il senso di colpa, quello che vi pervade è la sicurezza di vedere una serie capace di intrattenervi come poche. Questo è quello che mi è successo con The OA, una delle serie più strane che abbia mai visto. Tutto quello che riguarda The OA esce fuori dai canoni, persino il modo in cui è stata annunciata. Un trailer davvero breve ed ermetico messo online a brevissima distanza dalla sua uscita ufficiale, poche, pochissime informazioni rilasciate dai canali ufficiali se non una sinossi striminzita che tutto faceva presagire.

Protagonista della serie è Prairie, ragazza cieca misteriosamente scomparsa per sette anni e che riappare all’improvviso mentre tenta di suicidarsi lanciandosi da un ponte. Prairie dopo il suo ritorno appare evidentemente traumatizzata, riporta alcune strani cicatrici sulla schiena e, come se non bastasse, ha riacquistato la vista. Questo in soldoni è l’incipit della serie, e queste sono le uniche informazioni riguardati la trama che troverete in questo articolo. Sia perché non voglio fare spoiler, sia perché inserire altre informazioni, senza poter scrivere veramente tutto sulla serie risulterebbe completamente fuorviante vista la particolarità delle serie. The OA non è il prodotto migliore in circolazione, non è una serie che farà scuola, eppure difficilmente dopo averla vista ve ne dimenticherete. The OA riesce, anche all’interno di un singolo episodio, a spaziare tra diversi generi, cambiando camaleonticamente registro scena dopo scena, senza però perdere il filo della narrazione, e soprattutto tenendovi incollati allo schermo, perché curiosi di vedere come andrà a finire.
La stessa durata degli episodi (otto in totale) è quantomeno singolare, se considerate che il pilota dura più di un’ora, mentre il quinto o il sesto, durano poco più di trenta minuti. Non che questo sia un valido motivo che vi costringerà a guardarla, ma offre comunque un segnale, seppur labile, di come la serie non segua prettamente i segnali canoni della narrazione televisiva. Come dicevo The OA spazia tra vari generi, attingendo prevalentemente all’immaginario fantascientifico, spostandosi poi su contenuti che definirei fiabeschi, il tutto contornato da episodi tipici del teen drama (amore, bullismo, problemi tra genitori e figli ecc.). Nonostante questo enorme poutpurri narrativo, The OA non sfora mai nella forzatura stilistica, non lascia mai il fianco a quella che potrebbe essere una trovata fuori contesto, ideata unicamente per impressionare lo spettatore. Questo è possibile grazie ad un uso costante della sospensione dell’incredulità, che in un certo senso è il collante che tiene salda l’intera produzione. The OA in tal senso va giudicato in maniera completamente diversa da altri prodotti simili, perché nel momento in cui lo si vorrebbe analizzare in maniera canonica la sua bellezza appassirebbe all’istante, lasciandovi un prodotto incoerente ed imperfetto.

Brit-Marling-The-East

The OA richiede allo spettatore, in maniera piuttosto lampante tra l’altro, di sospendere costantemente l’incredulità, vuoi per la sua bizzarra componente fantascientifica, vuoi per tutta una serie di momenti che vi faranno restare, per l’appunto, increduli, mentre vi chiederete: “cosa cazzo sto guardando?”. E questo è un altro punto fondamentale su cui vale la pena soffermasi: i momenti WTF. The OA è piena di scene bizzarre, se vogliamo anche grottesche, quasi come se gli autori cercassero di prendere in giro quel cinismo, e quella voglia di coerenza assoluta che pervade un po’tutte le serie in circolazione e da cui ormai lo spettatore medio è assuefatto. I quesiti posti all’interno di The OA, i misteri e tutti i dubbi che di porrete durante la visione, verranno sì man mano dipanati, ma il modo in cui questi vengono spiegati è spesso assurdo, irreale e il più delle volte genera WTF ancora più grandi dei precedenti. Proprio per questo è difficile canonizzare The OA in un genere, difficile anche solo paragonarla ad altre serie simili, anche perché effettivamente non ce ne sono. In tal senso, e in maniera completamente spontanea, vi consiglio semplicemente di vederla senza aspettarvi nulla, senza porvi troppe domande… e in tal senso sicuramente non ne resterete delusi.

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  • Elena

    Mi sono ritrovata totalmente nella tua recensione. Ho finito oggi la serie, con dispiacere e una stretta allo stomaco, convinta di aver visto cose assurde ma per niente dispiaciuta di averlo fatto. Trovo anche io che la costruzione narrativa sia eccellente: non molla un secondo, non ci sono scene “evitabili”, tanto per riempire l’episodio (che sia proprio anche il fatto di essersi slegati dall’imposizione della durata?) e ogni elemento mi ha convinto dal punto di vista stilistico. Più che una serie mi è sembrato un grande film ben costruito e molto lungo, con pause nei punti giusti.
    Aggiungo solo che per me l’elemento di maggior pregio di tutta la serie è la caratterizzazione dei personaggi e il loro sviluppo psicologico. Una grande catarsi, un viaggio negli animi dei personaggi (piuttosto originali rispetto alle altre serie) e nei loro reciproci rapporti.

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