In Trilogia della catastrofe, osservare i disastri in tre momenti diversi ci aiuta ad affrontare la contemporaneità da una nuova prospettiva

Il termine catastrofe sta lentamente sostituendo quello di crisi nel linguaggio giornalistico e mediatico. Il perché è presto detto: mentre le catastrofi precedenti non ci coinvolgevano direttamente, e di conseguenza ci concedevamo il lusso di definirle crisi (dalla crisi in Medio Oriente alla crisi economica), vicende globali come il Covid stanno facendo rinascere questo genere di termini (e quindi anche concetti) persino nel panorama mainstream. Sì, ci sono ancora delle resistenze difficili da abbattere (si pensi al continuo uso di cambiamento climatico, piuttosto che catastrofe climatica), ma è evidente che ormai anche il cosiddetto Occidente ha iniziato a prendere coscienza dell’entità di certi fenomeni: dai colossali media di largo consumo come Netflix fino ai portavoce di giganteschi enti politici e burocratici, clima e virus sono sulla bocca di tutti, e non certo in chiave positiva.

Ed è proprio su questi temi che, con Trilogia della Catastrofe, pubblicato dalla casa editrice effequ, Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa ci sfidano a ripensare le nostre categorie concettuali, tramite prospettive opposte ma complementari.

trilogia catastrofe

Infatti, le tre firme che hanno composto i rispettivi capitoli della Trilogia della Catastrofe utilizzano stili espressivi e registri linguistici molto diversi tra loro, ma il testo che emerge da queste partecipazioni passa dal romanzo al reportage e alla saggistica con fluidità e senza alcun tentennamento. Anzi, tale varietà rinfresca la lettura, la rende efficace perché rinnova la curiosità in chi legge, che di conseguenza assorbe più facilmente i contenuti presenti. La facilità di comprensione è legata anche alla capacità di Carbé, D’Isa e La Forgia di non celarsi al lettore, di mettersi in primo piano nel racconto, non limitandosi a illustrare dei fatti storici o filosofici, ma accompagnandoci in un discorso tra noi e l’autore. Un esempio: quando Emmanuela Carbé decide di parlarci del prima della Catastrofe, lo fa partendo dalla concezione stessa dell’inizio del tutto. D’altronde, come stabilire l’inizio di una specifica apocalisse (nel nostro caso, per esempio, quella da Covid) senza riconoscere che ogni evento è in qualche modo un processo che ne precede e ne segue un altro? Bisogna dunque risalire al primo di questo fenomeni, ma quale mente umana può cogliere una tale estensione, affrontare un tale compito? Ecco che allora Carbé decide un tempo e un luogo specifici per originare tutto ciò che conosciamo: il Congresso di Vienna: Diciamocelo con franchezza e senza paura di vertigine: cosa sarebbe un ununpentio se lo zar di Russia quel giorno non avesse detto “andiamo con calma, una cosa alla volta?”

In un divertente excursus che unisce autobiografia e immaginazione, l’autrice ci accompagna quindi nell’invenzione dell’Argentina da parte di uno dei pomposi aristocratici congressisti, o del concetto stesso di tempo libero, inventato chiaramente anch’esso durante le concitate fasi congressuali. La lettura di questo primo capitolo, L’inizio degli inizi, è quella forse più facilmente digeribile, e di certo non a caso: il suo compito sembra essere anche quello di accogliere il lettore, di mostrargli che chi scrive (non solo Carbé, ma tutti gli autori) si rende conto dello sforzo titanico richiesto dal radicale cambio di prospettiva a cui si va incontro. Ed è solo alla fine di questo divertente percorso che scopriamo il legame diretto, umano e personale di Carbé tra il prima e il durante della catastrofe.

A seguire, in Costruire il risveglio Jacopo La Forgia ci racconta del durante un’apocalisse, una catastrofe che si rinnova ogni volta che viene taciuta: il massacro indonesiano del 1965. Il frammento di La Forgia rimane sempre in equilibrio tra l’inchiesta e la testimonianza, tra l’indagine giornalistica e l’introspezione filosofica, ma senza mai abbandonare il lettore a se stesso: veniamo accompagnati passo passo alla scoperta di una tragedia raramente discussa, dai numeri tanto atroci (a seconda delle stime, si parla di più di un milione di morti) quanto stranianti, dato il modo in cui quest’ultimi sono stati cancellati dal dibattito pubblico indonesiano.

Ed è questo forse il legame più forte che Costruire il risveglio condivide con i temi di Trilogia della Catastrofe: dopo il prima, La Forgia mostra un durante che non è però percepito da tutti, che è nascosto ai più ma che è innegabilmente catastrofico, dimostrando inesorabilmente come un evento assuma connotati apocalittici a seconda dei contesti, della cultura e del discorso intorno a esso.

Questa differenza di prospettive emerge persino all’interno della stessa popolazione indonesiana, che La Forgia riesce a descrivere sia personalizzandone il racconto, sia riportando analisi più strutturate e scientifiche; dalla giornalista ribelle che rischia la vita per restaurare la memoria al professore universitario che fa da polo culturale per il discorso sul ’65, sono tante le testimonianze che incontriamo nel capitolo e che riescono a ricostruire efficacemente un tragico affresco del prima, durante e dopo la catastrofe indonesiana.

Non è un caso che il parallelo con l’Olocausto e i suoi reduci emerga più di una volta, durante il racconto: sono motivi sia personali che storici quelli che spingono La Forgia a un confronto che solo a chi è disinformato più apparire estremo. E dunque Costruire il risveglio chiude i due terzi del libro con una domanda indiretta: se il prima è impossibile da inquadrare e il durante cambia a seconda delle prospettive, come gestiremo il dopo?

Ed eccoci dunque a Gestire la morte, terzo e ultimo capitolo di Trilogia della Catastrofe, dove Francesco D’Isa elabora un corposo memento mori finalizzato non alla distruzione dell’ego di latina memoria, ma alla riscoperta del valore dell’azione individuale. In quello che, posizionato intelligentemente alla fine del volume, è il passaggio dal sapore più saggistico e accademico, D’Isa illustra efficacemente le attuali catastrofi planetarie, descrivendole sia dal punto di vista personale (raccontando i suoi impegni e disimpegni su questo o quel tema) che scientifico, tramite dati, report e link utilissimi al lettore per destreggiarsi tra le informazioni.

Esattamente come il resto dei testi presenti, Gestire la morte non genera mai frustrazione da senso di colpa, non può essere percepito come un moralistico rimprovero all’individuo, ma come la richiesta di una presa di coscienza più strutturale nei confronti di una catastrofe che non solo stiamo vivendo, ma che ogni tipo di studio suggerisce possa essere il nostro più probabile futuro. D’Isa ci accompagna dunque tra specismo e cambiamento climatico, percezione e realtà, capacità di mettere in crisi noi stessi ed efficacia della comunicazione scientifica, non rinunciando mai al difficile equilibrismo tra critica al sistema e richiesta di partecipazione attiva del lettore.

La chiusura del testo riesce anche a sintetizzare l’intero percorso tematico della Trilogia della Catastrofe: dobbiamo anche cambiare noi stessi e ribellarci contro la nostra più antica e radicata essenza, ma non innata, aggiungo io, ed è da questa realtà che ritroviamo speranza nel cambiamento. E infatti: è difficile, ma non impossibile. E se fosse troppo tardi? Un saggio disse che il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa, il secondo momento migliore – ed è oramai evidente – o oggi.

No more articles