Uno, nessuno e centomila Buzzelli

La rivoluzione delle graphic novel, che ha travolto le nostre librerie negli ultimi anni segnando numeri da capogiro, oltre che a lanciare tanti artisti giovani, dinamici e pieni di energia ha permesso la riscoperta di molti altri che, ai tempi, nonostante la grande fama ottenuta tra gli appassionati erano rimasti nella maggior parte dei casi sconosciuti al grande pubblico.

Eccoli dunque tornare sugli scaffali, posti tra l’ultimo bestseller di Zerocalcare o l’ennesimo capolavoro di Gipi, in straordinarie edizioni di lusso che permettono ai loro lavori di pregiarsi della cornice ideale in cui risaltare. Autentiche icone della cosiddetta linea del fumetto d’autore come Sergio Toppi, Attilio Michelluzzi e Dino Battaglia, insieme ai più blasonati Hugo Pratt e Andrea Pazienza, che dialogano col pubblico al pari delle star moderne. Tra queste, ce n’è un altro che, per la sua importanza, merita un posto d’onore in un simile pantheon di mostri sacri. Stiamo parlando di Guido Buzzelli, una matita fondamentale e fuori dal coro, che Coconino Press ha deciso di ripubblicare nella collana Coconino Cult. E ora, dopo la riproposizione della Trilogia che raccoglie autentiche pietre miliari come La rivolta dei Racchi, I labirinti e Zil Zelub, arriva la raccolta intitolata Annalisa e il Diavolo.

Assurdi, surreali, malinconici, realistici, fuori dal mondo, paranormali, intimi, infernali… In tanti modi possono essere definiti i racconti di Guido Buzzelli. Anche perché, spesso, partono da presupposti che sembrano strizzare l’occhio a dei generi predefiniti (storie di mare, di teatro, di guerra, di viaggi…) per poi sfociare in un altro e in un altro ancora, oppure inventandone di sana pianta, trovando delle conclusioni totalmente inattese e spiazzanti. L’immaginario di un grande narratore, eclettico come pochi, che veleggia continuamente verso i mari della fantasia e cambia rotta al primo accenno di un vento nuovo. Ma per quanto possano apparire bizzarre, lontane e peculiari, queste narrazioni brevi hanno un particolare in comune: la presenza stessa dell’autore, che declina attraverso le tavole la propria identità in decine di sfaccettature differenti. E dunque assumono all’improvviso un sapore diverso, il sapore di un viaggio all’interno dell’inconscio di Buzzelli, che ci guida di persona, tenendoci per mano.

Il valore di Guido Buzzelli nella storia del fumetto italiano (e quello della cultura in generale) è testimoniato dal fatto che, probabilmente, porta la sua firma la prima graphic novel mai realizzata nel nostro paese. Infatti, nel 1967, in un volume chiamato Lucca Comics Almanacco, dedicato alla manifestazione che all’epoca stava facendo i suoi primi passi, uscì la Rivolta dei racchi, in anticipo di pochi mesi sulla Balla del mare salato di Hugo Pratt e perfino su quell’opera che viene considerata, convenzionalmente, la prima graphic novel di sempre: Contratto con Dio di Will Eisner.

Precedendo questi due imprescindibili riformatori dell’arte sequenziale, Buzzelli realizzò un fumetto che si distaccava del tutto dalla qualità media di quelli pubblicati all’epoca e che dominavano in edicola, un fumetto che, in un periodo di sconvolgimenti in seguito sfociati nelle rivolte del ’68, ci parlava d’ingiustizia sociale, e società divise in classi con un forte stile grafico unito a dei pregevoli riferimenti letterari. Non a caso, a testimoniare il valore “alto” della pubblicazione, fu poi rieditata dall’Istituto di Pedagogia dell’Università di Roma, proprio per i suoi contenuti e l’intensa metafora visiva messa in scena. Inoltre, quest’opera contribuì a consolidare la fama di Buzzelli quale “Michelangelo dei mostri”, come lo descrisse Michel Grosolia, e perfino di “Goya italiano“, secondo il parere di Michel Bourgeois.

Di lì a pochi anni, uscirono altre storie che richiamano la visionarietà della Rivolta dei Racchi portandone avanti lo spirito in modi diversi, come I labiritini del 1970, che raccontava di un mondo post apocalittico dove gli scienziati giocavano a fare Dio, e Zil Zelub del 1972, la vicenda di un uomo qualsiasi che vedeva la sua vita andare in pezzi, entrambe pubblicate nella Trilogia di Coconino insieme alla Rivolta.

Nel dettaglio, quest’ultima, Zil Zelub (che altri non è che l’anagramma del cognome di Buzzelli stesso), sembrava indicare una svolta nella sua personale poetica visiva. Si trattava infatti di un racconto fortemente autobiografico che metteva al centro l’autore e le sue nevrosi. Filo conduttore, questo, che segna anche la raccolta Annalisa e il Diavolo, non a caso pubblicata dopo la Trilogia e che si inserisce in assoluta continuità con essa.
Dieci racconti (Annalisa e il Diavolo, La locanda, L’intervista, New York, L’agnone, Guerra Videologica, Peisithanatos, La complicata carriera del signor Temistocle, Piazza del popolo e Sposalizio) che, sfruttando presupposti variegati, sviscerano l’anima e la mente di chi li ha creati. Che si tratti del resoconto di un viaggio, di un colloquio sostenuto con misteriosi personaggi, burle realizzate dal buontempone di turno e le peripezie di improbabili compagnie teatrali, in tutte queste vicende, da protagonista o sullo sfondo, salterà fuori la figura di Buzzelli col suo corpo magro e rigido, la barba perfettamente curata e l’elegante sobrietà dei vestiti.

Un forte richiamo introspettivo che dà l’impressione di unire forme di auto-analisi provenienti da due medium differenti: la scrittura biografica e l’autoritratto, che si incontrano nel magico mondo del fumetto, non a caso fondato sulla coesistenza di testo e immagine. Un binomio, questo, che l’autore non si limita a seguire pedissequamente ma cerca di svilupparlo a fondo, attingendo al meglio da entrambe le tradizioni.

Da un lato, c’è tutta una letteratura novecentesca che ha trascorso decenni ad interrogarsi, tra psicanalisi e riflessioni, sulla natura umana e, dall’altro, un campionario di mostri, figure terribili e grottesche che incarnano le pulsioni celate all’interno di quella stessa anima. Per Buzzelli è tutto collegato: Landolfi, Kafka e Pirandello duettano insieme a Goya, Magritte e Toboral, romanzieri e pittori che parlano la medesima lingua e si incontrano in un territorio comune.
Ed ecco che il fumetto non è più un mezzo che ruba il lato migliore ad altri medium facendoli collidere, ma una zona franca che riesce a farli dialogare trovando qualcosa di diverso; una sorta di sintesi filosofica ed esistenziale va oltre quegli stessi limiti che letteratura e pittura da soli non sono riusciti a superare. Ma ci sono riusciti insieme, sotto l’egida di un autore visionario come Guido Buzzelli.

annalisa e il diavolo

Verdetto

Annalisa e il Diavolo, seconda pubblicazione di Coconino Press su Guido Buzzelli dopo La Trilogia, si inserisce nel solco di quest’ultima creando un percorso in perfetta continuità. Stavolta però, invece che tre romanzi grafici, abbiamo 10 racconti brevi che seguono lo spunto dell’ormai classico Zil Zelub: la figura dell’autore declinata in una miriade di sfumature differenti.
Il valore personale, intimo e introspettivo di queste narrazioni autoconclusive riprende tutta una serie di spunti maturati dalla letteratura e dall’arte novecentesca, trovando una sorprendente unione capace di svilupparli ulteriormente. Buzzelli, confermando di essere un precursore allo stesso livello dei grandi riformatori, eleva il medium fumetto mostrandone non l’abilità nel copiare pregi altrui ma le potenzialità che ha di valorizzarli ancora di più.

Se vi piace Annalisa e il Diavolo…

Visto che l’abbiamo citata in diverse occasioni, non potete lasciarvi sfuggire La Trilogia di Guido Buzzelli recentemente pubblicata da Coconino Press. Invece, se volete approfondire un altro esponente della cosidetta linea del fumetto d’autore, Poema a Fumetti di Dino Buzzati è quello che fa per voi.

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