Nel corso dell’evento Le Strade del Paesaggio di Cosenza abbiamo avuto il piacere, e anche il grande onore, di incontrare nuovamente David Lloyd, storico disegnatore dell’opera di Alan Moore, V for Vendetta. Non potevamo quindi perdere l’occasione di scambiare nuovamente quattro chiacchiere con lui, visto che non è certo una cosa di tutti i giorni parlare con un autore di questo calibro. Ecco la nostra intervista.

 

Il simbolo di V è visto come un simbolo di ribellione ora. Come ti senti a riguardo, e cosa ne pensi del fatto che lo usino ormai sia attivisti, sia hacker, ad esempio?

Ne sono felice, non ho alcun problema a riguardo. Non credo però sia un simbolo di ribellione, ma di protesta contro una tirannia, è una cosa diversa.

La tirannia purtroppo c’è ancora. Pensi sia ancora attuale il messaggio politico che volevi mandare?

Certo, anzi è più valido ora che in passato, vista l’ascesa del populismo in diversi paesi. Non penso ci sia un paese in Europa ad esempio che non ne sia affetto. Si punta il dito contro l’immigrazione e non è difficile purtroppo rivedere lo spettro del nazismo.

Quali sono i punti di forza del fumetto nel veicolare un messaggio politico, rispetto ad altri media?

Sono facili da leggere e facili da reperire. E anzi, dovrebbero essere ancora più facili da reperire, soprattutto in Rete dove potrebbero raggiungere ancora più gente. Sono letti da persone che cercano azione, e che in qualche modo sono più attente alle questioni politiche. E anche l’età dei lettori aiuta. In realtà in Italia l’età media dei lettori è anche più alta, perché avete una grande tradizione per quanto riguarda i fumetti venduti in edicola, e sono letti da persone di tutte le età. Negli USA e in UK l’età invece è più bassa, e si tratta dunque di persone che sono più interessate a ricevere un messaggio. Più sei giovane, più hai voglia di cambiare le cose. E poi penso sia una forma d’arte molto viscerale, al contrario della prosa ad esempio. Il problema è che non è un mercato economico, i fumetti costano troppo, ed è più difficile far girare idee in un mercato del genere. La chiave inoltre è intrattenere, non dire alle persone cosa dovrebbero fare. Non bisogna essere un predicatore, bisogna raccontare una storia, che abbia un messaggio, altrimenti è solo uno spreco del proprio talento.

Cosa ne pensi del fatto che molti fumetti ultimamente sono stati trasformati in film o serie TV?

Non mi interessa particolarmente. Mi interesserebbe se stessero facendo cose importanti, ma a me sembra semplicemente che sia un modo per Hollywood di fare soldi. Pochissimi di questi film o serie hanno davvero qualcosa da dire, per cui preferisco non guardarli. Forse Wonder Woman mi è piaciuto, proprio perché aveva un messaggio. V for Vendetta aveva un messaggio. Il resto a dire il vero non fa nemmeno tanto bene ai fumetti: le vendite dei fumetti stavano calando prima e stanno continuando a calare ora. Le case editrici usano i loro prodotti per sopravvivere, e l’industria del cinema ci guadagna, è davvero tutto lì.

Quanto è stato difficile mettere concretizzare su carta le idee di Alan Moore?

Mi sono divertito molto a lavorare con Alan, e sono stato la prima persona con cui lui abbia collaborato. Molte persone mi fanno questa domanda a dire il vero, perché sentono storie sul fatto che gli script di Alan fossero estremamente intricati, ma non è così. Anzi, francamente se lo fosse non avrei mai lavorato con lui. È stato invece piuttosto facile e ci siamo divertiti, anche perché eravamo entrambi agli inizi. È stato facile insomma.

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