Il ritorno di un classico

Ci sono pochi film capaci di influenzare in maniera profonda l’immaginario collettivo, opere talmente fantasiose e potenti da condizionare quelle che le seguiranno in maniera indelebile tracciando una netta linea di separazione tra un prima e un dopo. Spesso ci vuole del tempo per valutare l’onda lunga di queste avanguardie assolute, che acquisiscono lentamente il rango di cult dopo anni passati tra repliche, edizioni home video. Perché hanno dimostrato di poter prevedere il futuro o di decodificare il presente. La fantascienza è stata una fonte inesauribile di simili capolavori, in questo senso, tant’è che nel grande clima da revival dell’ultimo periodo hanno quasi tutti, per un motivo o per un altro, trovato nuova vita attraverso sequel, remake e spin-off che dir si voglia. Film imprescindibili come Blade Runner, Il Pianeta delle Scimmie, Matrix, Alien, Terminator… E tra questi si merita un posto speciale Akira di Katsuhiro Otomo, che per il suo trentesimo anniversario torna al cinema in una nuova versione, restaurata e ridoppiata, solamente il 18 aprile.

Anno 2019. Neo-Tokyo è una gigantesca megalopoli che sorge sulle rovine della vecchia Tokyo, devastata trent’anni prima da un’esplosione di origine ignota che ha dato origine alla Terza Guerra Mondiale. Appena ripresosi dal tremendo conflitto, il Giappone è in subbuglio e il governo lotta contro una frangia terrorista che semina il panico nella nazione. Nella capitale, queste tensioni sono ogni giorno più forti e la società è prossima al collasso, nonostante fervano i preparativi per i giochi olimpici, che dovrebbero portare pace e stabilità dopo anni difficili. Tuttavia, di notte, per le strade scorrazzano impunemente delle bande di motociclisti costantemente in guerra tra loro. Proprio durante una delle solite scorribande, due biker scapestrati, Kaneda e Tetsuo, quasi investono uno strano bambino, dall’aspetto rinsecchito come quello di un anziano. L’esercito appare all’improvviso per portarlo via e preleva anche Tetsuo, per un motivo misterioso. Kaneda, aiutato dalla terrorista Kei, farà di tutto per aiutare l’amico e salvarlo da un destino orribile.

Sono tanti i meriti e i pregi di Akira, uscito esattamente tre decadi fa, nel lontano 1988 e sbarcato in Italia nel 1992. Non si contano più i successi dell’opera (tratta dall’omonimo manga di Otomo), i premi ottenuti e la fama che ne ha fatto un autentico cult a livello mondiale. Tra tutti, però, ce ne sono almeno due che andrebbero ampiamente sottolineati. In primo luogo, il fatto che si è stata una delle più complesse e riuscite produzioni di sempre, con un budget stimato di un miliardo di yen, che ha visto lavorare oltre 1300 animatori provenienti da cinquanta studi diversi e per aver battuto la strada della computer grafica, realizzando un ibrido che ancora oggi fa impallidire di vergogna molti dei competitor moderni. E, in secondo luogo, ha il vanto di essere stato un’autentica bomba di mercato capace di unire in modo indissolubile l’animazione nipponica e l’occidente, dando vita ad un legame che nei decenni si è fatto sempre più stretto. Non a caso, ultimamente si sentono spesso dei sussurri in merito ad un possibile adattamento live action (alcuni vorrebbero perfino Taika Waititi promesso regista dell’operazione). Questo non ci stupisce visto che, col senno di poi, è forse impossibile valutare quale sia stato esattamente l’impatto di Akira negli anni successivi. Ecco perché, sfruttando la celebrazione per questo evento, era doveroso realizzare una versione italiana che fosse rispettosa e degna di quella originale. Infatti, purtroppo, all’epoca della prima uscita il film venne maltrattato in più parti, con una traduzione molto libera che finiva inevitabilmente per svuotarne il senso.

Non è mai semplice rimettere mano ai grandi anime del passato per colpa di quegli accorgimenti che, ai tempi, avevano finito per danneggiarli restituendo al pubblico italiano una forma troppo diversa e aggiustata, anche a causa dei gusti non ancora maturi degli spettatori. Oggi, per fortuna, la sensibilità a riguardo è molto diversa e tante di queste operazioni hanno ottenuto dei buoni successi, portando fan accaniti al cinema per rivivere l’esperienza e permettendo ai nuovi di conoscere le glorie di un tempo. C’era quindi il consueto misto di fiducia e timore per l’idea di Nexo Digital in collaborazione con Dixit: offrire, finalmente, una versione italiana definitiva di Akira. Obiettivo centrato sotto moltissimi aspetti, sia per quanto riguarda l’adattamento che per la scelta delle voci. Se i dialoghi costituivano, malauguratamente, la grande pecca della prima edizione, con quel lessico desueto che contribuiva a rendere ermetica e poco chiara la storia, questa volta un’aderenza precisa e maniacale nei dettagli (ai limiti del possibile) restituisce una grande naturalezza nei fatti e negli avvenimenti, cosa apprezzata perché stiamo parlando di un’opera dal grande significato, che spinge lo spettatore ad andare oltre, ad interrogarsi su quello che ha visto. Una naturalezza che, ovviamente, è dovuta anche al cast dei doppiatori arruolato per la missione. Infatti, i personaggi possono vantare, stavolta, delle voci di alcuni dei più importanti professionisti italiani del settore. A partire dal protagonista, Kaneda, doppiato dal Manuel Meli, un giovane ma affermato doppiatore che in passato ha preso parte a blockbuster come Animali Fantastici, Hunger Games e la trilogia dello Hobbit. A dare anima a Tetsuo, invece, troviamo Alessio Pucci, celebre per aver prestato la voce a Daniel Radcliffe nella saga di Harry Potter. A questi si aggiungono personalità dal calibro di Pierlugi Astore (colonello Shikishima) e Emanuela Damasio (Kei), entrambi con una lunga esperienza nelle serie animate, Alberto Bognanni (Ryu), Giulio Bartolomei (Masaru) e Alessio De Filippis (Kai).

Il ritorno al cinema di un classico senza tempo come Akira non poteva essere fatto in modo migliore, affrontando con rispetto e consapevolezza un’opera dal peso incalcolabile e restituendole una forma il più vicino possibile all’originale. Il risultato è forse un qualcosa di molto diverso rispetto alla prima versione, quella del 1992, cosa che potrebbe frastornare tutti quelli che, all’epoca, si innamorarono del lavoro di Otomo. Ma vale la pena superare questo scoglio e andare a vederlo, perché la sensazione è quella di avere tra le mani la versione definitiva di un capolavoro dell’animazione di tutti i tempi.

 

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