Berlino, Repubblica di Weimar

I punti di contatto tra il fumetto e il romanzo sono infiniti. Negli anni della sua ascesa e della sua consacrazione, il primo ha spesso rubato dal territorio del secondo creando degli innesti che hanno poi finito per diventare una nuova forma di letteratura. Cos’è, in fondo, Superman di Jerry Siegel e Bob Shuster se non la narrazione religiosa (di stampo ebraico) che, incontrandosi con le vignette e i balloon, ha incarnato una visione diversa del racconto biblico? E l’Universo Marvel di Stan Lee, cos’altro è se non la versione con gli Uomini in Calzamaglia di quel grande romanzo americano che ogni scrittore statunitense (tra cui lo stesso The Man) ha cercato di realizzare per secoli? Incontri, scontri, zone franche: quando parola stampata e nona arte si incrociano, nascono autentiche meraviglie capaci di battere strade sconosciute. Per rendersene conto, non è necessario guardare troppo lontano, basta rivolgere la vista all’interno dei nostri confini. Per esempio i libri di Zerocalcare, che con la loro poetica mettono al centro il passaggio dalla giovinezza alla vita adulta, cos’altro sono se non la riproposizione attraverso i disegni di quel bildungsroman che ha contraddistinto il Romanticismo e ha reso indimenticabili autori come Goethe? E le tavole di Gipi con la loro tendenza a tradurre in immagini sfumature prettamente poetiche, non possono essere considerate il corrispettivo visivo dei versi immortali di Ungaretti, Saba e Montale? In fondo, c’è un motivo se molti chiamano questa forma di fumetto con l’appellativo di “romanzo grafico“. E, adesso, c’è un altro autore che merita di essere menzionato in questa particolare lista di fumettisti capaci di dare corpo ai generi letterari. Si chiama Jason Lutes e, dopo 22 anni di lavoro, ha concluso Berlin, la sua saga storica in tre parti.

Pubblicata nello spazio di due decadi, dal 1996 al 2018, prima dalla dalla Black Eye Productions e poi dalla celebre Drawn and Quarterly, Berlin è forse una delle opere che più ispira, durante la lettura, la definizione di graphic novel. Si tratta infatti di una serie dalla gestazione articolata, pensata per essere raccolta in tre volumi ma originariamente editata come serie a uscire regolari, seppur intervallata da pause più o meno lunghe. E ora, dopo i primi due La città delle pietre e La città di fumo, arriva il terzo atto conclusivo: La città della luce, portato in Italia (come per i suoi predecessori) da Coconino Press. Un lavoro mastodontico, monumentale, che muove dal desiderio di raccontare la Berlino a cavallo tra le due Guerre Mondiali, quella nata, cresciuta e morta sotto la Repubblica di Weimar. Un periodo, questo, per molto tempo dimenticato e trascurato dalla narrativa ma che sta vivendo, specialmente di recente, un’inedita riscoperta. Di questo parla, ad esempio, Babylon Berlin, la più imponente produzione televisiva mai messa in cantiere in Europa, tratta dai gialli di Volker Kutscher. Tuttavia, nonostante queste somiglianze, Berlin assomiglia pochissimo a questa famosa saga thriller. Sebbene la metropoli raccontata sia la medesima, quella che va dagli anni 1928-1934, la differenza sostanziale è giocata dalla particolarissima prospettiva di Lutes stesso. Mentre Kutsher e il rispettivo adattamento optano per una strada più convenzionale, parlandoci dell’ispettore della buoncostume Gireon Rath che investiga su casi oscuri e misteriosi (indagando dunque, per riflesso, anche sulla stessa capitale), qui Lutes sceglie di mostrarci una visione realista, dettagliata e, soprattutto, ecumenica. Le sue pagine non hanno un chiaro protagonista, un punto focale da sui si snoda il raccolto, anche se in diverse parti vengono seguite le peripezie di alcuni personaggi rispetto ad altri. La narrazione, compassata e a volte semplice, ospita un quantitativo impressionante di voci, umori e personalità.

In molte occasioni è possibile associare a quei volti dei nomi e delle identità precise, cosa che favorisce il nascere di una certa empatia nei loro confronti, in altre invece questo risulta impossibile e rimane solo una vaga idea di chi sia quella figura che vediamo agire. Il cast di Lutes brilla per questa sua intrinseca varietà che gioca sull’anonimato e sulla riconoscibilità, trovando continuamente nuovi spunti e livelli di lettura. Basti pensare ai personaggi centrali, tutti diversi e mai stereotipati, come la giovane artista Marthe Müller, che cerca la sua indipendenza e la sua ragione d’essere e che a Berlino troverà, invece, una realtà capace di stregarla e di sconvolgerla al tempo stesso. O alla sua amica Anna, una donna che si veste da uomo e che inizialmente fa passare questa sua tendenza per un capriccio, una risposta a delle privazioni imposte dal modello maschilista, e che invece poi si trasforma nella sua stessa individualità, quello che la definisce rispetto agli altri. Oppure a Kurt Severing, un giornalista moralmente integerrimo e disilluso, un uomo che ha visto la guerra e che ha assistito alla progressiva discesa all’Inferno del suo paese, la voce della moderazione e della ragionevolezza in un mondo che sembra ormai aver optato per la ferocia e l’irrazionalità.

O la sua ex amante Margarethe Von Falkensee, una nobildonna decaduta desiderosa di riappropriarsi del suo status e disposta a qualunque nefandezza pur di riuscirci, metafora di un’intera classe dirigente costretta a fare i conti con la fine di un potere ritenuto eterno e immutabile. Figure interessanti e stratificate, che sembrano (tanto per rimanere in ambito letterario) uscite dai migliori romanzi mitteleuropei. Un affresco impressionante, soprattutto se consideriamo che è stato un americano come Jason Lutes a realizzarlo, il cui talento brilla quando non si limita a mostrarci i piani alti della società ma abbraccia perfino i bassifondi, dove abitano gli umili e i reietti. Leggendo Berlin, si ha la sensazione che l’autore abbia ripreso le scene dal vivo e in tempo reale, senza trascurare nessun dettaglio. Anzi, sembra quasi che abbia voluto includere davvero tutto, ogni cosa, perfino gli aspetti più terribili, difficili e ambigui, su cui è impossibile restare indifferenti.

E così veniamo a conoscenza dei grandi sommovimenti, politici e religiosi, che animano i quartieri disagiati, attraverso gli occhi della madre comunista Gudrun Braun e poi di sua figlia Silvia, di David Schwartz e Pavel, due “rossi” di origine ebrea che provano sulla loro pelle le prime avvisaglie di quell’antisemitismo che diventerà la bandiera del Nazismo e che porterà all’Olocausto. Nonostante questo caleidoscopio di umanità, già di per sé vasto e prolifico, Lutes aggiunge ancora inserendo personaggi che rappresentano quella classe media da sempre è il vero agente patogeno delle dittature e delle svolte autoritarie. Perché, esattamente come accadde col Fascismo in Italia, sono stati i Secondi, non gli Ultimi, a permettere l’ascesa degli “uomini forti” per proteggere i propri interessi e il proprio stile di vita. Senza trascurare le figure senza nome, che fanno capolino ogni tanto tra le inquadrature di Berlin, quelle che vediamo parlare per una pagina o anche solo per una vignetta e poi spariscono per sempre, che però svettano grazie alla loro forza comunicativa e che si uniscono ad un coro che parla con la melodia stessa di una città in perenne cambiamento.

Ed ecco che questa immensità di personaggi, sguardi e parole, apparentemente indefinita per quanto mastodontica, ci mostra chi è il protagonista dell’intera epopea di Lutes. La protagonista è Berlino stessa, sviscerata attraverso tutti le sue stratificazioni, che sono quelle passate e presenti, ma specialmente quelle future che negli eventi qui raccontati trovano le loro inevitabili radici. E ci accorgiamo che questa metropoli enorme, per quanto sull’orlo del collasso, presenta delle contraddizioni che sembrano trasformarla in un’entità capace di contenere tutto e il suo esatto contrario. Lo vediamo costantemente. Assistiamo alla vita in perenne fermento della capitale, ai fatti di cronaca, alle rivoluzioni politiche (ma i grandi della Storia mancano sempre), alla miseria, allo squallore, al liberismo sessuale,  all’intolleranza razziale e ai fervori culturali. Un calderone ribollente di vita che esorcizza il luogo comune secondo cui la Repubblica di Weimar era solamente uno Stato morente, pieno di debiti e in procinto di affrontare una crisi irreversibile, cosa in parte vera visto che tempo pochi anni avrebbe visto l’ascesa di Hitler e del suo partito invocata a furor di popolo. Quello che però spesso i libri non ci insegnano e che, invece, sarebbe interessante tenere conto è che le società allo sbando sono spesso ricettacoli di grandi rivoluzioni, ideali e cambiamenti. Orson Welles nel Terzo Uomo diceva: “In Italia, sotto il dominio dei Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrori, omicidi e stragi. Ma anche Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno saputo dare al mondo? L’orologio a cucù!“. Citazioni a parte, è evidente come i periodi di crisi siano spesso anche periodi pieni di novità e, per certi versi, lo stiamo vedendo anche ai giorni nostri. Questa sfumatura, fondamentale per capire l’epoca di Weimar, che percepiamo dalla graphic novel altro non è che la diretta conseguenza del taglio varato da Jason Lutes nel suo capolavoro.

Abbiamo già menzionato i 22 anni che l’autore ha impiegato per progettare e terminare Berlin. Tutto questo tempo è stato necessario perché lui, con la minuzia e l’attenzione degna del miglior storico, ha passato decenni a documentarsi su tutti i materiali disponi sulla Berlino di fine anni ’20. Del resto, lo si nota fin da subito che in ogni vignetta, in ogni dialogo e in ogni inquadratura si nascondono mille particolari, che sono carichi di riferimenti e densi di veridicità storica. Ed ecco che torna, prepotentemente, la letteratura. Perché il Romanzo Storico, quel particolare genere che tante fortune ha fatto nei secoli scorsi, si basa proprio sulla ricerca e sull’autenticità dell’ambientazione trattata nonostante racconti spesso storie di fantasia. Il tutto viene fatto per dare valore di verità alla materia narrata e rendere più potente il suo messaggio, per permettere al lettore di avere uno sguardo sugli eventi del passato che formano il suo presente e per comprendere il mondo in cui vive. Un paradigma, questo, di cui troviamo migliaia di precursori in letteratura (come il nostro Alessandro Manzoni), ma anche nel fumetto. Il capostipite (come per tante altre cose) è stato Maus di Art Spiegelman, che aveva delle ambizioni di carattere  storico nonostante la rappresentazione drammatica e in parte caricaturale della vicenda dei Campi di Concentramento e delle persecuzioni ebraiche. Di questi tempi, paragonare una graphic novel a Maus può risultare fuori luogo e infatti molti lo fanno con una puntualità quasi ridicola. Ma Berlin regge tranquillamente l’accostamento, nonostante le due opere abbiano in realtà pochissimo in comune, tranne forse una gestazione lunga. Tuttavia, entrambe offrono nuove prospettive su due periodi storici di straordinaria importanza (e anche strettamente collegati). La loro è una funzione catartica e di comprensione che consente al lettore di fare pace col passato di vedere i punti di collegamento col presente. Quello che dovrebbe fare ogni buon romanzo storico che si rispetto. Pardon: fumetto.

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