Lo specchio oscuro in cui riflettiamo. Episodio per episodio.

Black Mirror ha un grande pregio: è bello. Se questo vi basta, non perdete tempo e iniziate a guardare la quarta stagione. Se desiderate sapere di più, senza spoiler pesanti, proseguite a leggere, perché siete nella pagina giusta.
Dicevamo dunque che Black Mirror ha quel grande pregio, ma non solo. Come suggerisce il nome stesso, è una serie che non mostra soltanto tetri scenari futuri che ci attendono, o che per certi versi si stanno avverando, ma evidenzia anche i nostri lati oscuri. Perché, se ad una prima occhiata, sembra la tecnologia il male di molti episodi, con una più attenta riflessione ci accorgiamo che la tecnologia siamo noi. È una estensione del genere umano, creata e utilizzata da noi. Un nostro riflesso, che unito ai nostri più turpi sentimenti e desideri, finisce per mostrare allo spettatore una visione a volte distorta, a volte distopica di una nostra società e di un nostro possibile (e plausibile) futuro.

La quarta stagione era molto attesa, perché ormai Black Mirror è un prodotto assai chiacchierato, guardato e su cui si sono spesi fiumi di parole, e i nuovi episodi mantengono il filo conduttore di tutti gli altri: ovvero la tecnologia con tutti i suoi infiniti possibili sviluppi o interazioni con la società. Non perdiamo altro tempo. Vediamo uno ad uno i 6 gioielli che compongono questa nuova stagione.

USS Callister: “Un dio sadico.”

Partiamo immediatamente con un plauso alla realizzazione tecnica dell’episodio, ottimi effetti speciali e ambientazioni. Davvero bravi gli attori, Jesse Plemons su tutti (già visto in Breaking Bad e Fargo). La prima storia narrataci in questa quarta stagione ci porta appunto sulla USS Callister, una nave popolata da persone vere, intrappolate dentro un gioco spaziale a causa del loro capitano, nonché un vero e proprio genio. Il gioco viene vissuto in maniera ultra realistica con una tecnologia simile a quella vista in “Playtest”. I membri dell’equipaggio, povera gente finita intrappolata ovviamente controvoglia in questo universo in cui il padrone è lo stesso creatore, dovranno non solo far di tutto per sopravvivere al gioco, ma anche trovare un modo per fuggire per sempre da quell’infinito incubo che è diventata la loro realtà. Il punto focale dell’episodio è quindi il controllo. Chi di noi non ha mai desiderato di poter fare ciò che voleva con gli altri e con la realtà stessa? Ecco, è quello che vediamo accadere in questo episodio. Un controllo totale e divino su un universo e su chi lo abita. Ma se si può essere caritatevoli, di contro un controllo morboso e tirannico ci trasformerà, per utilizzare il concetto di uno dei protagonisti, in un dio sadico e vendicativo.

Arkangel: “Il controllo totale.”

Se il primo episodio aveva un taglio deliziosamente fantascientifico, il secondo torna nel classico canone di Black Mirror, una tecnologia nuova che ha degli impatti tremendi sulla vita delle persone, pur mantenendo il filo del “controllo”. La società Arkangel produce un mezzo con cui un genitore può monitorare il proprio figlio. Controllare cosa vede, sapere dov’è, sapere cosa ingerisce o assume, e addirittura, limitare alla sua vista cose ritenute deleterie per il proprio umore. Che detta così, può anche sembrare una bella idea. Ma un controllo totale su qualcuno, modificandone addirittura la visione del mondo, può mai portare ad un futuro migliore per il proprio figlio? Probabilmente no. La nostra piccola Sara, la protagonista, finisce così per crescere in un’infanzia distorta, grazie ad un “parental control” falsato che le impedisce di vedere il mondo reale. Nonostante la madre si accorga di questo errore e cerchi di porvi rimedio, il desiderio nobile d’amore materno e di proteggere la propria figlia, coadiuvato da una tecnologia che non dà scampo né al controllato, né al controllore finirà per far precipitare le cose, in quello che forse è uno dei finali più belli di questa stagione.

Crocodile: “Una sfortunata ed infelice serie di scelte ed eventi.”

Questo è l’episodio più umanamente struggente e paradossalmente quello dove la tecnologia ha meno a che fare con quello che succede. Non si può dire molto, se non che la recitazione è davvero ottima, grazie ad una Andrea Riseborough capace di farci vivere benissimo dolore e angoscia. Forse, ad una prima occhiata, potreste non concordare con me sul fatto che la tecnologia c’entri poco e niente con quello che vediamo fare ai protagonisti, ma analizzandolo al meglio ci si accorge che sia così. In fondo tutte le decisioni vengono prese per proteggere se stessi e quello che agli occhi dei protagonisti è il loro piccolo e imperturbabile angolo di mondo perfetto. Non importa quale sia il costo, ma proteggere quello che si ha è il fine che giustifica i mezzi. Non importa quanto possa costare, e da cosa bisogna fuggire (la tecnologia). In un ottimo finale, quasi beffardo e ironico, grazie ad una strana combinazione di sfortuna, negligenza e disperazione, per una volta in questo episodio sarà la tecnologia a fare la parte del “buono”. Sarà la tecnologia (che come prima dicevamo, è una nostra estensione, quindi buona o cattiva in base a come la si usi) ad essere l’eroe. Un eroe un po’ fortunato, sì, ma pur sempre un eroe.

Hang The DJ: “L’amore sorprende.”

Il quarto episodio ci trasporta in una società distopica, dove ogni singola persona deve seguire i dettami di un’intelligenza artificiale chiamata comunemente Coach. Questi dettami vedono le persone dover incontrarsi con altri individui e frequentarsi con questi ultimi per un determinato numero di giorni, se non mesi o addirittura anni. Intrappolati in un futuro da incubo, due giovani cercano di trovare la verità, la libertà e anche l’amore. Inquietante pensare come una dating app potrebbe arrivare a controllare così tanto la nostra vita. Ma perché lo fa? E sopratutto, chi sarebbe così disperato da sottoporsi ad un tale controllo pur di trovare “un’anima gemella”? Forse il finale più incredibile lo vince questo episodio. Rimarrete basiti o sorpresi. Una bella storia, niente di così speciale, ma che dà allo spettatore un’interessante punto di vista a cui sicuramente nessuno aveva mai pensato.

Metalhead: “Un incubo in bianco e nero.”

Eccoci arrivati al penultimo episodio. Uno dei più chiacchierati, e anche, se vogliamo uno dei più discussi. “Non è da Black Mirror”, “Non ha la solita critica.” ecc, ecc. Metalhead è stato criticato aspramente da alcuni per i propri toni horror e post-apocalittici. Come se non sembri parte dello show. E invece noi non siamo assolutamente d’accordo con quest’ultima affermazione. La scelta stilistica del bianco e nero premia, strizzando l’occhio ai primi storici horror e al contempo dando a noi spettatori una sensazione di freddo, di secchezza. Abbiamo l’impressione di vedere qualcosa di arido, uno scenario senza speranza. Metalhead è un piccolo horror post-apocalittico che si sposa in realtà perfettamente con Black Mirror e con quelle che sono le preoccupazioni delle grandi menti del pianeta riguardo i comunemente detti “robot killer”. Se infatti Elon Musk spende spesso parole per mettere in guardia l’umanità dal pericolo di un’intelligenza artificiale che potrebbe diventare una macchina sterminatrice, il fondatore di Tesla non è certo l’unico. Tra i 116 firmatari della lettera all’ONU, oltre a Musk, ci sono anche Stephen Hawking e Steve Wozniak, il Co-Fondatore della nota Apple. Per cui – come accennato – storia di Metalhead, ovvero un mondo post apocalittico in cui delle specie di cani robot cacciano incessantemente gli esseri umani, non è poi così distante dalle solite tematiche di Black Mirror. Come Skynet o Matrix prima di lui, Metalhead è un monito raccontato da un incubo per dirci ciò che alcune menti brillanti del nostro pianeta affermano da tempo: creare un’arma autonoma può essere come aprire un vaso di pandora. Un danno a cui non si potrà più porre rimedio.

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Black Museum: “Omaggi, orrori e Black Mirror all’ennesima potenza.”

L’ultimo maxi episodio è ben congegnato con tante trame e sottotrame perfettamente intricate. Non è uno dei più memorabili di Black Mirror, ma ha una specialità: ci dà informazioni su alcune delle tecnologie che abbiamo visto durante altre puntate, fornendoci addirittura una loro fonte di provenienza: l’ospedale San Junipero (vi ricorda qualcosa, vero?). L’episodio vede una ragazza costretta a fermarsi nel bel mezzo del deserto, in un’area di servizio, per attendere che la propria macchina si ricarichi. Qui entrerà in un tetro museo degli orrori tecnologici, tenuto in piedi da un pittoresco individuo, con una storia particolare alle spalle. Vedremo decine di oggetti (alcuni dei quali, con buona memoria, ricorderete di aver visto in altre puntate) legati ognuno in qualche maniera ad una terrificante storia. Ma come dice il proprietario del museo all’inizio, la sorpresa più scioccante giace dietro una tenda. Un dilemma etico: una mente senza un corpo è davvero una mente?

La Quarta Stagione di Black Mirror è in definitiva ben studiata; si distingue per una sempre maggiore cura nei dettagli e nella tecnica di ripresa. Le fotografie non mancano mai di adattarsi a pennello a ciò che vediamo nello schermo, e le musiche, quando presenti, sono perfettamente calzanti. Dopo la terza stagione che non aveva accontentato tutti, Black Mirror conferma di essere ancora un prodotto perfettamente valido, con un target decisamente ben chiaro e con un messaggio ancora ben forte: attenti, perché ciò che fate ve lo ritroverete di fronte, in una maniera o nell’altra, proprio come davanti ad uno specchio.

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