I segreti della disinformazione – Seconda puntata

Cos’è la verità?

Il mese scorso abbiamo parlato di disinformazione. Abbiamo detto che la disinformazione si prefigge lo scopo di manipolare l’informazione in modo da generare in un gruppo specifico di soggetti una determinata opinione e quindi orientarne le decisioni per trarne un qualche vantaggio.

Oggi parliamo di verità. Cos’è la verità? Esistono molte definizioni di verità. Alcuni affermano che qualcosa sia vero solo se trova una corrispondenza oggettiva nella realtà. Altri si focalizzano sul concetto di coerenza, ovvero una cosa è vera se non è in contraddizione con tutta una serie di altre cose che si considerano vere. Altri ancora parlano di consenso, ovvero un’affermazione è vera se all’interno di un certo ambito tutti sono d’accordo che è tale; di praticità, ovvero se l’applicare ciò che si crede vero porta a un risultato concreto; di relazioni sociali, ovvero è vero ciò che, chi ha potere in una società, stabilisce essere tale.

In linea di massima tutte queste definizioni hanno una loro ragione d’essere ma, se vogliamo studiare la verità da un punto di vista concreto, ci serve una definizione operativa, con la quale si possa effettivamente lavorare in termini di logica.

Se analizziamo tutte le definizioni riportate sopra, vediamo che hanno tutte in comune una cosa: un punto di riferimento. I realisti hanno come riferimento ciò che ci circonda mentre i coerentisti si rifanno alla conformità a un modello; analogamente, chi si basa sulla teoria del consenso ha come riferimento le opinioni, mentre i pragmatisti si concentrano sull’utilità. Potremmo andare avanti per ore, analizzare altre definizioni, ma alla fine la conclusione è sempre la stessa: qualunque definizione scegliamo di verità, essa nasce sempre dal confronto fra un’affermazione e qualcos’altro. Potremmo quindi dire che qualcosa è vero se si verificano una serie di condizioni definite a priori: l’essere reale, il non contraddire degli assunti, il rispettare una certa procedura, e via dicendo.

A seconda del sistema di condizioni adottato, possiamo avere verità di tipo differente: Leibniz distingueva fra verità di ragione e verità di fatto; Gödel fra verità, legata alla semantica, e dimostrabilità, legata alla sintassi; il metodo scientifico invece utilizza il principio di falsificabilità.

Troppo complicato? Forse. Proviamo a semplificare domandandoci come stabiliamo noi, se qualcosa è vero o falso. Generalmente questo avviene attraverso o più passaggi. In particolare possiamo identificarne tre.

 Karl Raimund Popper

Karl Raimund Popper

Nel primo, confrontiamo la presunta verità con ciò in cui crediamo, ovvero i valori su cui basiamo la nostra esistenza. Questo è il primo passaggio quasi per tutti, anche per uno scienziato che apparentemente userebbe prima il metodo scientifico. In realtà anche lui ha fatto questo passo, dato che crede in quel metodo. Infatti il metodo scientifico non è dimostrabile scientificamente ma attiene alla filosofia, tant’è che il principio di falsificabilità su cui si basa è stato inventato da un filosofo, Popper, non da uno scienziato.

Nel secondo, operiamo un confronto con ciò che sappiamo o comunque riteniamo di sapere. Una cosa è vera se ci corrisponde, ovvero se è coerente con ciò che già sappiamo: la nostra conoscenza, la nostra esperienza, il nostro vissuto, così come quello che ci è stato trasmesso da chi ci sta intorno e che riteniamo affidabile.

Nel terzo, verifichiamo quell’affermazione con un qualche metodo o processo. Questo terzo passo richiede un certo impegno e quindi non tutti l’applicano. Mentre il primo è quasi istintivo, il secondo ci è proprio in quanto esseri dotati di ragione, il terzo necessita di una qualche motivazione in quanto implica uno sforzo, del tempo e a volte una spesa in termini economici o di risorse. In pratica, il terzo passaggio è quello della ricerca, della verifica, dell’investigazione, dell’analisi.

È chiaro quindi che il poter affermare che qualcosa sia più o meno vero dipende (1) dalle condizioni che ho scelto di adottare come banco di prova di un’affermazione, (2) dalla completezza delle informazioni che ho, ovvero dalla possibilità di verificare nel modo più completo possibile tali condizioni. Tenete bene a mente questi due aspetti, perché è proprio su questi che gioca la disinformazione.

Prima ho detto “più o meno vero”. In effetti c’è un terzo aspetto da considerare. A parte affermazioni estremamente semplici e lineari, nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a qualcosa che può essere vero solo in parte. Anche questa caratteristica è molto sfruttata dalla disinformazione perché spesso una verità al 90%, diciamo, viene percepita come una verità assoluta, ovvero quel 90% rende “vero” anche il restante 10%. Quindi, incapsulando una falsa informazione all’interno di un contesto riconosciuto dai più come veritiero, è possibile far accettare come vera quell’informazione, soprattutto a chi non applica la terza fase in modo sistemico. In pratica, si usa la verità come un Cavallo di Troia per la disinformazione. Molte “bufale” in rete sfruttano questo meccanismo.

Sul fatto che ciò che io considero vero dipenda dalla coerenza con ciò in cui già credo, c’è poco da dire. Un esempio eclatante sono le religioni: i dogmi religiosi sono così forti da far credere a qualcosa anche se chiaramente in contraddizione con la realtà. Il motivo è semplice: accettare la realtà, a quel punto, ovvero riconoscere tale contraddizione, porterebbe a rivedere tutto un insieme di valori che ci danno stabilità e sui quali abbiamo investito molto, anche perché spesso vanno a soddisfare nostri bisogni primari.

Un po’ più complesso è il discorso relativo alle informazioni. In questo caso dobbiamo concentrarci su tre aspetti: completezza, punto di vista, percezione.

La completezza è un aspetto fondamentale, anche perché nella realtà è quasi un’utopia. Difficilmente infatti abbiamo a disposizione o possiamo trovare tutte le informazioni che servono per verificare la veridicità di un fatto. Scordatevi i problemini di matematica che dovevate risolvere a scuola. Lì vi venivano date tutte e solo le informazioni necessarie alla risoluzione del problema. La realtà è molto diversa. In genere, infatti, (1) non abbiamo quasi mai tutte le informazioni che ci possono servire e non è detto che siamo sempre coscienti di tale incompletezza; (2) spesso abbiamo molte informazioni che sono del tutto scorrelate dalla verità che stiamo cercando e che generano una sorta di “rumore di fondo” che deve essere eliminato per arrivare a un risultato concreto; (3) alcune informazioni potrebbero essere state alterate, volontariamente oppure inconsciamente, o comunque riportate in modo errato. Ricordiamoci che c’è sempre chi si oppone alla verità, specialmente se ci sono degli interessi in gioco.

Un classico esempio del primo caso è la scena di un crimine. Spesso, nell’analisi degli indizi, può capitare di dare un peso maggiore a quelli che confermano una teoria accusatoria che crediamo valida, e dare un peso minore o ignorare quelli che non rientrano nel quadro che abbiamo costruito. Se, ad esempio, abbiamo già un sospettato e mettere in discussione l’impianto accusatorio ipotizzato per un semplice indizio “che non torna” vuol dire rischiare di non avere più qualcuno da processare, è possibile che si scartino come non rilevanti determinati fatti per questioni legate alla pressione dell’opinione pubblica, di un particolare gruppo di potere o semplicemente per interesse personale o reputazione.

Un classico esempio che chiarisce l’importanza del punto di vista, invece, è l’ombra del cilindro.  Se metto un cilindro in una stanza e proietto sulle pareti la sua ombra con lampade orientate in modo diverso, su alcune pareti vedrò un’ombra rettangolare, su altre un’ombra circolare. Qual è la forma dell’ombra di un cilindro, dunque? Rettangolare o circolare? Dipende dall’orientamento della lampada e della parete su cui proietto, ovviamente. Approfitto di questo esempio per farvi notare un altro aspetto di cui parleremo esaustivamente in un altro articolo: la domanda che ho fatto è in realtà strumentale. Essa assume che il cilindro abbia un’ombra, o meglio, che la sua ombra abbia un’unica forma. Porre domande di questo genere, che orientano o limitano la risposta in modo opportuno, è un’altra importante tecnica di disinformazione. In pratica, invece di convincere qualcuno di qualcosa, lo si spinge ad arrivare autonomamente a quel qualcosa attraverso domande accuratamente progettate. In questo modo la persona in oggetto non avrà alcun dubbio che quella sia la verità, avendola trovata da solo.

Il punto di vista è fondamentale nell’analisi delle testimonianze di un fatto. Spesso lo stesso fatto è visto dai testimoni da angolazioni e distanze diverse e in situazioni ambientali differenti. Questo fa sì che fra le varie testimonianze ci possano essere diverse contraddizioni, anche quando sono tutti in buona fede. A questa situazione contribuisce anche il terzo aspetto: la percezione.

Un uomo viene investito da una macchina. Il guidatore non si ferma, l’uomo viene soccorso ma muore prima di arrivare in ospedale. Ci sono diversi testimoni del fatto. Siamo in una piccola città e il principale sospettato è l’unico che possiede in città una Ferrari. Tutti i testimoni infatti concordano che la macchina che ha investito l’uomo era sportiva e di colore rosso. In effetti sull’autovettura c’è il segno di un urto ma non è possibile stabilire quando sia avvenuto e non ci sono segni di sangue sulla carrozzeria. D’altra parte l’uomo è morto per emorragia interna, non per lesioni esterne.

La polizia indaga, interroga tutti i testimoni e spesso domanda se l’auto che ha investito l’uomo non fosse una Ferrari. Inizialmente tutti i testimoni non parlano di una marca o di un modello specifico, o perché non sono esperti di automobili o perché troppo lontani dal luogo dell’incidente. A furia tuttavia di sentire la parola Ferrari, alcuni iniziano ad usarla e dopo una settimana di interrogatori due testimoni su cinque firmano una testimonianza che parla esplicitamente di una Ferrari rossa. Tanto basta: l’uomo viene arrestato. Per fortuna, un paio di giorni più tardi viene fermato in un paese vicino un tale per guida in stato di ebbrezza a bordo di una Lexus LF-A rossa. Messo sotto pressione l’uomo confessa di essere responsabile dell’incidente. Il proprietario della Ferrari viene rilasciato.

Ovviamente tutti i testimoni erano in buona fede, come lo erano gli investigatori che hanno posto le domande, ma il fatto di avere già un potenziale colpevole e la modalità con la quale si sono svolti gli interrogatori ha modificato la “verità” percepita.

Questo genere di situazioni avvengono davvero in continuazione in molte parti del mondo, tanto che alcune polizie hanno iniziato a sviluppare protocolli di interrogatorio disegnati per evitare che questo avvenga. La suggestionabilità del testimone e gli influssi sociali sono comunque fattori che influenzano considerevolmente la percezione di un fatto.

Ricapitolando: si reputa qualcosa vero se vengono soddisfatte una o più condizioni di “verità” stabilite a priori. Tali condizioni possono dipendere da ciò in cui crediamo, da ciò che sappiamo e da come analizziamo tutte le informazioni correlate a quella potenziale verità. La probabilità di riconoscere una verità come tale, inoltre, dipende dal grado di completezza delle informazioni in oggetto, dal punto di vista, a sua volta influenzato da vari fattori, e dalla percezione, anch’essa soggetta a possibili alterazioni causate da fattori esterni, ad esempio sociali, o interni, ovvero psicologici.

Nella prossima puntata vedremo cos’è una menzogna o meglio, in quanti modi si può creare una falsa informazione. Anticipiamo subito che la menzogna non è necessariamente il contrario di una verità.

de Judicibus

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