Dalle menti dietro La Tata, Country Comfort è una comedy che strizza l’occhio agli anni 90… forse un po’ troppo

Sono le due e mezza, lo scuolabus delle medie ti ha appena lasciato davanti casa. Entri in casa, riscaldi quello che tua mamma ti ha preparato, mangi. Devi fare i compiti, ma non hai voglia, così per distrarti decidi di accendere la tv. C’è una sit-com, senti le risate registrate e il ritmo scandito, le presti attenzione a metà perché nel mentre inizi a fare addizioni e sottrazioni. 

Tanto la trama più o meno la sai, gli episodi sono tutti circa uguali. È il 2006 e va tutto bene. E queste sono le sensazioni che evoca Country Comfort, novità sul catalogo di Netflix dal 19 marzo. Il che, va detto, può essere un bene, ma anche un male. 

Country Comfort, rassicurante come solo una sit-com

Creata da Caryn Lucas, già produttrice de La Tata e autrice dei due film di Miss Detective (Miss Congeniality in originale) con Sandra Bullock, Country Comfort vede Katharine McPhee nei panni della protagonista, Bailey, un’aspirante cantante country che diventa per puro caso una tata. Una serie di coincidenze fin troppo studiate (un’auto in panne, una carriera allo sbando, una relazione finita, una tempesta e un telefono scarico) la portano infatti a chiedere rifugio a casa di una famiglia senza cognome (alquanto atipico per una sit-com), dove il padre Beau, vedovo, è giusto alla ricerca di una persona che badi ai suoi cinque figli di età compresa fra i 16 e i sei anni. 

Se l’incipit vi ricorda il modo in cui Francesca Cacace/Fran Fine entra a far parte della famiglia Sheffield, beh, non siete gli unici. E questo non è certo l’unico modo in cui Country Comfort si rifà alle vecchie glorie degli anni ’90: le risate finte, il timing perfetto delle battute, la linearità della trama e al contempo prevedibilità degli episodi dà alla serie quel non so che di rassicurante, di comodo e nostalgico. 

La prima e finora unica stagione della serie si compone di dieci episodi della durata di circa 20 minuti ciascuno, ma già dopo metà del primo si ha ben in mente il quadro della situazione: la dinamica famigliare nella quale Bailey si inserisce, i vari caratteri dei personaggi e come interagiscono tra loro, dalla brillante piccola di casa Chloe alla insopportabile fidanzata di papà Summer. Proprio come nelle sit-com di venti-trenta anni fa, ciascuno ha la propria personalità già ben delineata che serve a dare differenti spinte alla trama, ma che non cambia nel tempo, o quantomeno nel corso della stagione attualmente disponibile; l’ambientazione è allo stesso modo prevedibile e anche un po’ stereotipata, trattandosi di quegli Stati Uniti dove si indossano i cappelli da cowboy, i Camperos e i medaglioni per chiudere i colletti delle camicie.

L’unico twist che differenzia Country Comfort da un qualsiasi prodotto televisivo del finire degli anni ’90 è la componente musicale: Bailey è infatti una cantante country, motivo per cui ogni episodio fa della musica il suo punto focale in un modo o nell’altro, tanto che l’intera famiglia finisce per diventare una gigantesca band. E, laddove la musica non riesce a essere oggetto di trama, ne diventa comunque parte integrante con le canzoni che Bailey sfodera per ogni occasione, à la Hannah Montana, per intenderci (con cui condivide le mise country-chic).

Ma ce n’era bisogno?

Se dunque l’obiettivo dei creatori di Country Comfort era quello di un effetto nostalgia, ci sono riusciti alla grande. Non fosse su Netflix ma su Italia 1, sembrerebbe quasi di aver fatto un salto indietro nel tempo. E ha persino le carte in regola per diventare una serie con parecchie stagioni ed episodi, vista la chimica tra i protagonisti e la già menzionata replicabilità all’infinito della trama. Ma una domanda sorge spontanea: qual è il senso di tutto questo?

Nel 2021, dove tutto è on demand, che motivo ha un colosso come Netflix di produrre una serie come Country Comfort? Sì, è godibile, ma appassionarsi a una sit-com è difficile oggi come lo era vent’anni fa: la differenza è che, se un tempo la scelta era obbligatoriamente tra Tutto in famiglia e la pubblicità dei Miracle Blade, oggi l’offerta è satura, ci sono innumerevoli spunti di visione sia interessata sia disinteressata (leggi: come sottofondo mentre stai facendo altro). Soprattutto, ciascuna delle vecchie sit-com che per forza di cause non hai mai visto per intero è ora disponibile su una qualsiasi delle piattaforme che ogni mese paghi. Quindi, perché dovresti proprio decidere di guardare Country Comfort se vuoi qualcosa di nostalgico e comodo, anziché riguardare per la duecentesima volta La Tata o La vita secondo Jim?

La domanda, ahimè, resta senza risposta. Il verdetto sulla serie invece è più semplice: bella, ma non ci vivrei. O meglio, tanto per rifarci all’introduzione di questa recensione, l’effetto nostalgia di cui Country Comfort si fa emblema è la classica arma a doppio taglio: è un bene nei primi venti minuti, perché evoca ricordi ancestrali di epoche migliori, ma è un male nel lungo periodo, perché non ha nulla che la differenzi da una vecchia sit-com e che faccia scattare quella voglia di volerne sapere di più. In attesa di una smentita con i prossimi (chiamatissimi) nuovi episodi.

Nasco in un soleggiato mercoledì a Milano, in contemporanea col trentesimo compleanno di Cristina D’Avena. Coincidenza? Io non credo: le sue canzoni sono un must nella mia macchina, e non è raro vedermi agli incroci mentre canto a squarciagola. Altri fatti random su di me: sono laureata in cinema, sono giornalista pubblicista, ho dei gusti musicali che si prendono tragicamente a pugni tra loro, adoro la cultura giapponese, Mean Girls è il mio credo e soffro ancora di sindrome da stress post-traumatico dopo il finale di Game of Thrones.