Prosegue l’epopea intergalattica di Tim-21.

Bao ci fa dono (per modo di dire) del secondo volume di Descender, saga fantascientifica inventata da Jeff Lemire e disegnata da Dustin Nguyen. Il lavoro di raccolta della casa editrice nostrana è preciso come sempre e questa volta ci delizia anche con la scelta di pubblicare l’opera nel formato originale, in una pregevole edizione cartonata di circa 120 pagine, in cui si susseguono a rotta di collo le disavventure e le scoperte di Tim 21 e della banda di rinnegati che gli fanno compagnia.

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Per una storia spaziale…

Jeff Lemire ha un piano, un piano molto ambizioso, anche se non lo vuole dire apertamente. Il suo volere è quello di creare una space opera a livello dei mostri sacri tipo Star Wars, anche se l’impianto narrativo di largo respiro, con multiple linee narrative, i risvolti filosofici e le digressioni sociali, mi hanno fatto venire in mente un’altra opera magna della fantascienza mondiale: il ciclo di Hyperion. Il lavoro mastodontico di Simmons è solo sfiorato negli intenti dal racconto lungo di Lemire e ancora è presto per tirare conclusioni, ma sicuramente il modo in cui si dispiega la storia di Tim 21 e la sua ricerca dell’umano Andy è infarcita di tante tematiche ampiamente discusse dallo scrittore americano. Con questo, Descender non ha il sapore plastificato di una storia già sentita, ma al contrario, come solo i veramente grandi sanno fare, Lemire riesce a prendere i cliché della fantascienza per riordinarli in un’avventura di largo respiro che si lascia leggere dall’inizio alla fine.

Per chi volesse avvicinarsi a questa saga, basti sapere che i Mietitori, macchine imponenti e spietate, hanno decimato la popolazione organica (sia umana che aliena) dell’intera galassia, per poi sparire nel nulla così com’erano arrivati. L’azione devastante dei Mietitori ha generato un’ondata di paranoia e razzismo (se così possiamo chiamarlo) nei confronti dei robot, una sorta di rivincita culminata con la messa fuori legge delle macchine e delle intelligenze artificiali con l’intento di ridonare la Galassia alla vita basata sul carbonio.

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Da questo background emerge Tim 21, un androide estremamente complesso, in grado di imparare le emozioni e provare empatia. Il suo scopo è quello di trovare Andy, l’umano a cui era stato assegnato e con cui ha condiviso gran parte della sua vita artificiale. In questa sua avventura lo affiancheranno alcuni robot che fanno parte di una setta meccanica che nutre piani di rivalsa, il suo stesso creatore, il Dr. Quon, esperto di robotica, e il comandante Tesla. Dall’altra parte si muove il resto della galassia, rappresentata dal Concilio Galattico Unito (GCU), dove si muove Andy, ora cacciatore di robot illegali, anche lui alle prese con il  tentativo di ricongiungersi con il suo Tim 21.

La trama si infittisce con elementi mistici, quasi religiosi, che coinvolgono il versante robotico della squadra, si intuiscono diversi risvolti che sono ancora appena accennati e che (presto?) colpiranno il gruppo misto di umani e robot, oltre all’introduzione di altri personaggi e altri luoghi in un tumultuoso susseguirsi di colpi di scena.

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Forse questo groviglio di linee narrative ancora monche e di continui cambi di fronte rappresenta contemporaneamente il bello e il brutto del racconto di Lemire. Le vicende da seguire sono tante, e vengono spezzettate per par condicio, solo che ancora non si vede la loro convergenza, tanto che l’intreccio diventa quasi dispersivo. D’altra parte, la grandezza della vicenda raccontata da Jeff Lemire è davvero ciclopica, con un’intera Galassia coinvolta. Ritornando al paragone con Simmons e il suo Hyperion, gli aspetti meno action e più riflessivi, le tematiche profonde come la convivenza tra razze diverse, la rabbia e la vendetta, la voglia di rivalsa e sotterraneamente l’introduzione delle macchine come esseri pensanti, fanno immaginare quanto ancora ci sia da scoprire tra le pagine di questa serie.

Quel che ci auguriamo è che l’autore sappia mantenere le redini di un discorso così grande, senza lasciarsi andare in facili soluzioni e senza essere troppo sbrigativo, perché chiaramente le carte in regola per diventare una signora space opera ci sono tutte, quel che ancora non sappiamo è come gli autori decideranno di giocarle.

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…ci vuole un pennello spaziale.

Di fronte a una storia di science fiction, la prima idea che viene in mente è una rappresentazione quasi metallizzata, scintillante, super-dettagliata, figlia di un digitale imperante, robotica.
E invece il duo dietro il timone di Descender opta per una soluzione straniante, quasi un contrappasso artistico. In una storia che parla di robot, umani, amicizia e morte, Nguyen sceglie di disegnare tutto in acquerello, una tecnica estremamente morbida, quasi bucolica, fatta di pennellate veloci e macchie sfocate. In alcune tavole, forse per volere dell’autore stesso, forse per puro caso, si intravede addirittura la grana della carta su cui sono stati stesi gli strati di colori.

La freddezza dello spazio è qui rappresentata dalla più volubile delle tecniche pittoriche. Certo, non è il primo fumetto dipinto, basti pensare a Kingdom Come disegnato dal magistrale Alex Ross, però questa soluzione applicata alla storia che Lemire racconta è semplicemente eccezionale.
Non manca però di piccole pecche, se vogliamo davvero andare a cercare il pelo nell’uovo. Talvolta, la foga artistica di Nguyen e l’estro narrativo di Lemire vanno leggermente in corto circuito, generando delle tavole leggermente confusionarie, un po’ illeggibili ma comunque dal sicuro impatto grafico.

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