Dragon Age: Inquisition riporterà in auge il brand?

Quando il primo Dragon Age approdò sugli scaffali, fu evidente sin da subito che Bioware aveva messo le mani su una vera e propria gallina dalle uova d’oro. Il titolo si presentava infatti come un prodotto in grado di ricavarsi una sua nicchia di appassionati, spingendo su meccaniche RPG ancora inespresse dalla game industry del momento. Dopo alcuni mesi dall’uscita del gioco, i risultati superavano le più rosee aspettative: Dragon Age aveva trasformato quella nicchia iniziale in una vera e propria voragine in grado di fagocitare con il suo appeal old school non solo di appassionati di genere, ma anzi di crearne di nuovi tra le giovani leve. Un successone, insomma, che con poche mosse ben piazzate poteva dare vita da una nuovissima IP in grado di foraggiare Bioware per qualche anno. Come tutti più o meno abbiamo imparato, la vita è sempre pronta a stupirti: la software house canadese ingolosita dal successo aveva operato una di quelle manovre che ti immagini pensate nelle stanze di cristallo e accolte da un’ovazione di gioia come la rivelazione del nuovo messia. Al grido di “famolo casual” Dragon Age, con il suo sequel, è stato infatti trasformato in un action RPG che avrebbe dovuto fare appello ad un pubblico più vasto accontentando un po’ tutti. L’esperienza e il buon senso, però, ci dicono che quando cerchi di piacere a tutti, finisci per farti odiare da tutti. Dragon Age 2 non si è sottratto a questa durissima legge e si è presentato come l’ennesimo tentativo scialbo di ibridare un genere prendendo il meglio dai concorrenti senza aggiungere il collante che tenesse in piedi i pezzi.

[youtube url=”http://youtu.be/0ntf0lm0H_0″ hd=”1″]

A questo punto è legittimo porsi la domanda “Bioware si accorgerà del passo falso e tornerà alle origini, oppure proverà a portare avanti il discorso intrapreso con la nuova linea?” Domanda che non troverà una facile risposta visto che il prossimo arrivato Dragon Age: Inquistion si presenta come un titolo completamente diverso dai suoi predecessori, una specie di figlio bastardo che provando a fare il ribelle non vuole somigliare né a mamma e né a papà. Il primo trailer di Dragon Age: Inquistion presentato durante la conferenza Microsoft all’E3 di quest’anno mostra da subito quanto chiaramente il titolo voglia scostarsi dal passato e fare leva su una componente action piuttosto spinta, fatta di combattimenti serrati, draghi e fiotti di magie spettacolari che lo fanno sembrare una versione di Bayonetta iniettata di mana. Effetti spettacolari a parte, la novità maggiore sembra essere l’introduzione di una maggiore libertà che programmaticamente si esprime in un’impostazione totalmente rinnovata. La visuale di gioco e il feeling in generale sono, infatti, più simili ai classici acton in terza persona che al classico RPG isometrico. La volontà evidente è quella di dare enorme risalto alla componente esplorativa/narrativa del titolo, sfruttando una mappa di gioco che ha acquistato proporzioni bibliche per dimensioni e ricchezza di dettaglio. Un’occasione ghiotta per dare finalmente fondo a quel mondo che Bioware c’aveva fatto intuire nel primo Dragon Age per poi negarci quasi completamente nel secondo titolo. L’universo di Dragon Age: Inquistion quindi rimane lo stesso, ma acquista profondità, grazie a che alla possibilità di giocare come Qunari, una delle razze più affascinanti e peculiari di questa serie, prima non disponibile.

Dragon Age: Inquistion

Discorso diametralmente opposto per quanto riguarda il combat system che capovolge in modo speculare quanto detto poco sopra. Dragon Age: Inquisition è un ibrido dei due precedenti titoli che mette insieme quanto visto di buono nei suoi due predecessori, concedendo ancora una volta una maggiore libertà e lasciando al giocatore la scelta del tipo di approccio che vuole utilizzare. Ogni combattimento può essere, infatti, affrontato con due diversi approcci uno più tattico, l’altro più action. Il primo sfrutta quella che viene definita come “tactical view” ossia quel sistema che va retrodatato al leggendario Baldur’s Gate e che prevede una maggiore pianificazione delle azioni: il giocatore avrà. infatti, la possibilità di mettere in pausa il gioco ed assegnare una serie di azioni al proprio party coordinano i loro attacchi per mettere a segno potentissime sinergie. L’altra opzione, invece, prevede una spinta più rock ’n’ roll: camera dietro le spalle, attacchi in real time e party di supporto per sgranellare magie e spadate ai poveri malcapitati di turno. Bioware promette che entrambi gli approcci non snatureranno il titolo, anzi asseconderanno la natura più intuiva del giocatore per permettere di massimizzare gli effetti del proprio stile personale.
In conclusione questo Dragon Age: Inquisition è un titolo con tutte le carte in regola per fare il botto: meccaniche di gioco rodate, nuovo natura “open world” e una storia di tutto rispetto che ci metterà,finalmente, nei panni di un inquisitore pronto a combattere le forze del male. Non ci resta che aspettare il 20 novembre, quindi. Intanto prepariamoci dando una bella lucidata all’elmo.