Un dramma familiare e la (solita) storia di riscatto

Jeannette Walls (Brie Larson) è una giovane e brillante giornalista di gossip. Perfettamente a suo agio in un ristorante molto fancy di Manhattan, affronta una cena di lavoro con il suo fidanzato (Max Greenfield), uno yuppie sorridente arpionato con tutto se stesso all’idea di una vita perfetta.

Poco dopo questa faticosa prova sociale, ci accorgiamo che, dietro a quel sorriso smagliante e all’umorismo concreto da ragazza del West Virginia, c’è un passato di sofferenza, le cui conseguenze hanno un forte impatto anche sul presente della nostra protagonista.

Una telefonata, dopo una corsa in taxi, ci rivela una verità inaspettata: quei due senzatetto incrociati pochi minuti prima tra le strade buie di New York altri non sono che i genitori di Jeannette. Come è possibile che quella ragazza benvestita e inserita a pieno titolo nella crème della Grande Mela sia cresciuta per strada, tra gli stenti e le incertezze?

 

Come nella migliore delle tradizioni americane, “Il castello di vetro” di Destin Daniel Cretton (al cinema dal 6 dicembre) racconta la storia di una bambina che riesce a realizzare se stessa e i suoi sogni contando solo e soltanto sulla propria forza di volontà.

Dopo un po’ di gavetta nel cinema indipendente, l’hawaiano Cretton prende l’autobiografia di una vera redattrice di MSNBC.com – diventata in breve tempo un bestseller in America – e la porta sullo schermo – supportato da un cast di prim’ordine. Il tutto suona come un’operazione piuttosto sicura: un libro popolare da una parte, un’attrice che sarà presto lanciata nell’iperuranio Marvel (Brie Larson sarà la prossima Capitan Marvel nel film in uscita nel 2019), un personaggio maschile di primo piano interpretato da un attore che non sbaglia un colpo (il padre di Jeannette, Rex, ha il volto di Woody Harrelson) e il supporto di un’altra grande diva – Naomi Watts – che splendidamente fa un passo indietro per impreziosire la scena della protagonista.

Come se non fosse abbastanza, l’accoglienza rassicurante riservata allo spettatore comprende anche presenze note del piccolo schermo: Greenfield è Schmidt della fortunata Sit-Com “New Girl” e l’attrice che interpreta la sorellina adolescente di Jeannette è l’adorabile red-head Sadie Sink, meglio nota come Mad Max di Stranger Things 2.

Ricreato questo ambiente confortevole, dove tutti possiamo ammirare ancora una volta l’indiscussa bravura della scuola attoriale statunitense (perché Harrelson non ha ancora vinto un Oscar?), ci troviamo davanti a una storia piuttosto classica.
Il fatto che si tratti di una storia vera, infatti, non ci assicura in alcun modo la sua originalità: tutta la forza del film sta piuttosto nell’intensità con cui il cast mette in scena un racconto di drammi e affetti familiari, come spesso se ne vedono nelle epopee private di tutto il mondo.

Il grande carisma di Harrelson restituisce un Rex Walls allo stesso tempo travolgente e imprevedibile, andando a rispolverare quel suo brillio oculare da pazzo stralunato che abbiamo già adorato in “Natural Born Killers” e nel più recente “Wilson”. A fargli da spalla nelle scene più intense – quelle ambientate durante la difficile infanzia della giornalista – un gruppo di ragazzini-attori assolutamente credibili e naturali, ovvero i suoi quattro sventurati figli.
La straordinaria intelligenza di Rex è strettamente legata alla sua irrefrenabile esigenza di mandare a quel paese tutto e tutti, ritagliando per sé e per la sua famiglia un’esistenza ai margini, da vagabondi alimentati solo dalla bellezza, dalla speranza e dal fantastico progetto di questo “castello di vetro” che non sarà mai realizzato. Proprio questa immaginazione, su cui Rex – e di conseguenza – la moglie-pittrice Rose Mary (la Watts) costruiscono la felicità dei propri figli bambini, si infrange miseramente non appena i ragazzi iniziano a sviluppare una propria coscienza e un loro senso critico.

Quello che l’autrice vuole dire con questa sua storia è abbastanza chiaro e per quanto – ripetiamo – si tratti di una spontanea e personale visione delle cose, ciò non vuol dire che non sia stata influenzata da una cultura e da una retorica già sfruttata in diverse altre occasioni: trovare se stessi, staccandosi dal proprio nucleo familiare e trovando il coraggio di disinamorarsi del proprio modello paterno, ci porta comunque a fare i conti col nostro passato: la risultante tra nuovo e vecchio, tra ciò che è nostro e ciò che ci è stato trasmesso, sarà parte costituente della nostra identità adulta.

Chiaramente il dramma deve alimentarsi di qualcosa di realmente problematico (come se non bastasse non saper che dare da mangiare ai propri figli!) e la nostra Jeannette indugia con tristezza e compassione sul terribile vizio del padre, alcolista. Questa sofferenza, legata a un trauma di cui si parla, a cui si allude ma che non si svela mai realmente (e probabilmente meglio così, non ce ne sarebbe stato bisogno) riporta la depressione primigenia della famiglia nella figura della nonna-orchessa, una donna cinica e perversa, che solo i piccoli Walls hanno il coraggio di affrontare.

il castello di vetro

Verdetto

Il castello di vetro è un prodotto talmente ineccepibile da risultare facilmente noioso. Sembra un’occasione per mostrare la bravura di un gruppo di attori, su una storia che racconta il dramma e la speranza in maniera piuttosto banale. Un film formalmente corretto, ma artisticamente prescindibile.

Però, se ti interessa “Il castello di vetro”…

Allora ti interesseranno altri racconti familiari che parlano di modelli alternativi. Guarda Captain Fantastic con Viggo Mortensen o quel bellissimo e intramontabile classico indie Little Miss Sunshine. A proposito di famiglie disfunzionali…

Il castello di vetro - Recensione
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