Dies irae, dies illa

Righe nere sugli occhi, un ghigno scuro sulle labbra: poche immagini sono iconiche come il trucco sul viso di Eric, romantico antieroe reso immortale dalla storica interpretazione di Brandon Lee, ruolo che gli costò la vita entrando così a far parte dell’oscuro olimpo dei miti prematuramente scomparsi. Il Corvo è da molti considerata un’opera maledetta, condannata a portare un velo da lutto fin dalla sua creazione, divenendo condanna e salvezza del suo autore James O’Barr.

Creato nel 1981 e pubblicato per la prima volta nel 1988, Il Corvo trasuda una rabbia cieca, una furia assassina verso l’ingiustizia del mondo, ma ciò che più si percepisce dalle pagine graffiate dall’inchiostro è soprattutto tanto dolore, un dolore lacerante che emerge dal viso contratto dai pianti rabbiosi del protagonista.

La storia del Corvo la conoscono un po’ tutti: Eric è un uomo tornato in vita per vendicare la compagna violentata e uccisa brutalmente da un branco di malviventi. In quanto già morto, nulla lo uccide e si aggira come uno spettro per le strade di Detroit in cerca di vendetta, affiancato da un corvo che gli sussurra all’orecchio, nel mentre ricorda con disperazione la sua amata Shelly. Il nome di Shelly è un tributo all’autrice di Frankenstein Mary Shelley, mentre quello di Eric proviene dal Fantasma dell’opera, più che appropriato per un personaggio che si presenta come uno spettro e si trucca come un clown.

Nella sua grottesca apparenza Eric mostra comunque uno strano fascino nei vestiti laceri dai colpi di coltelli e proiettili e i capelli arruffati, ai quali lega i bossoli dei proiettili usati per uccidere i membri della sua lista nera. Il corpo segnato dalle cicatrici è come una sorta di monumento alla morte e le stesse pose di Eric evidenziano una costante inquietudine, sedendosi scomposto o muovendosi similmente a un ballerino. L’alternanza di posizioni quasi infantili con l’ergersi sui suoi nemici come fosse disceso dal cielo rende perfettamente l’idea della natura poliedrica del personaggio, mettendo bene in chiaro che in questo universo c’è un’idea poco convenzionale di Bene e Male. Eric tecnicamente dovrebbe essere un buono, o almeno lo era, prima che il Male lo rendesse quello che è diventato.

“Gesù Cristo entra in una locanda…”

Non è solo nella fisicità che viene caratterizzato il nostro protagonista. Una sorta di macabra ironia fuoriesce dai suoi comportamenti e dalle sue parole ma mai, in nessun caso, risulta ridicolo, forse grottesco, perché le sue azioni sembrano mosse dalla libertà dovuta alla follia. Eric non è certo da emulare: quando non trucida i delinquenti nelle maniere più violente facendosi sparare addosso senza remore, si taglia e si buca il petto con siringhe piene di morfina, mentre nei momenti di lucidità piange e si dispera per la sua Shelly, rimembrando ricordi  felici, come coltellate che lo lacerano da dentro.

La lettura dei capitoli non è da prendere a cuor leggero, il flashback della morte di Eric e Shelly crea un nodo alla gola non tanto per ciò che viene mostrato – che è indubbiamente atroce – ma perché, purtroppo, è una realtà sentita troppe volte in fatti di cronaca e in cui ognuno ha il terrore di imbattersi nella vita reale. Non si può negare che Il corvo ci ricordi che la vita fa schifo, che le persone sono cattive e che le cose brutte accadono alle persone buone. Anche il protagonista inveisce contro Dio dato che ha permesso tante atrocità a una persona innocente come Shelly, ma in tanto orrore nel quale l’unica soluzione pare essere la legge del taglione, si intravede un barlume di speranza, quando Eric aiuta una bambina figlia di una tossicodipendente. Nonostante tanta malvagità e tanta morte, la vita, in qualche modo, sembra cavarsela.

È umanamente impossibile rimanere indifferenti di fronte a una simile opera, non solo per la storia raccontata ma anche – e soprattutto – per come viene rappresentata. In queste pagine non abbiamo nero su bianco, ma bianco che emerge dal nero. Il nero inghiotte le pagine e le avviluppa nel buio delle strade, nelle ombre delle case fatiscenti, negli angoli bui in cui si annida Eric per contemplare la morte. Lo stile grafico di O’ Barr non a tutti piace ma è impossibile negare come sia in grado di trasmettere un messaggio solo con la tecnica di disegno: mentre le parti più “dure” mettono in risalto un potente stacco tra bianco e nero, nei ricordi felici con Shelly notiamo un tratto leggero e ombreggiature morbide che trasmettono la dolcezza di quelle scene. È anche vero che nell’edizione più recente si vede come alcune porzioni di storia mostrino un tratto completamente diverso perché aggiunte molti anni dopo la prima uscita, ma questa è una questione del tutto diversa.

Intervallata da poesie di Rimbaud, Baudlaire e Fyleman, ci troviamo di fronte a un’opera a tutto tondo che abbraccia sia la letteratura che la musica, linfa vitale dell’estro creativo di O’Barr, il quale ha ammesso di poter disegnare solo accompagnato da buona musica. La cultura rock è parte integrante di questo fumetto e della relativa trasposizione cinematografica – ovviamente si parla solo del primo film, tutti gli altri non esistono proprio – tanto che nei recenti ringraziamenti dell’autore troviamo una vera e propria playlist dove figurano fra i tanti The Cure, Joy Division, Game Theory, The Comsat.

il corvo

“Il dolore? Conosco il dolore a livello molecolare…”

Per anni la meravigliosa quanto controversa graphic novel sembrava non avere una fonte d’ispirazione precisa, O’ Barr nelle conferenze forniva risposte evasive accennando a fatti di cronaca. Oggi sappiamo che il fattore scatenante fu la perdita della compagna di allora a causa di un incidente d’auto per il quale si riteneva indirettamente responsabile, e che lo trascinò in una profonda disperazione dalla quale fu plasmato su carta il fu Eric Draven, Corvo assetato di vendetta per l’amata brutalmente uccisa.

La morte di Brandon Lee non aiutò di certo l’autore a uscire dall’ombra che lo perseguitava, maledicendosi per aver creato il personaggio che ha ucciso il giovane attore. Ci vorranno trent’anni prima che O’Barr decida di dare alle stampe l’edizione definitiva dove racconterà di suo pugno la storia della “ragazza che era Shelly” e della malinconia dovuta alla scomparsa di Lee, aggiungendo anche delle tavole inizialmente scartate, un po’ per problemi editoriali un po’ perché “troppo personali”, completando così definitivamente la sua più grande opera. Questo è forse il motivo principale per cui questo fumetto merita un trattamento di riguardo: chiunque lo legga dovrebbe considerare che non ha tra le mani solo una bella storia, ma la rappresentazione del tormento di un uomo che ha lottato contro i suoi demoni, portando con sé qualcosa che ha scelto di condividere col mondo intero.

Sia artisticamente che filosoficamente, Il Corvo ha un valore che non si limita a occupare spazio negli scaffali delle fumetterie. È un’opera fatta di emozioni forti che fuoriescono violentemente dalle pagine per urlare al lettore che la vita è troppo breve, che l’amore è bello e che bisogna lottare con le unghie e con i denti per difenderlo.

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