Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e ‘l primo amore

Quando ho saputo di Memento Mori, ho avuto sinceramente paura che non fosse all’altezza dell’originale. Perché i cult, si sa, fanno una certa paura. Ci sono opere che generano un timore reverenziale e, giustamente aggiungerei, confrontarcisi può essere difficile, se non pretenzioso. Da fan dell’originale, della sua bellezza gotica e ingombrante, temevo (oggi posso dire “scioccamente”) che la Roma di Roberto Recchioni, tinteggiata da Werther Dell’Edera, non sarebbe stata in grado di competere con lo stato di grazia in cui, ancor oggi, si trova l’opera di O’Barr, nonostante questa sia figlia diretta dei suoi anni, con i suoi rimandi ad una cultura espressamente novantina, e forse per qualche lettore di oggi fuori tempo massimo per essere letta, assimilata, infine compresa. Memento Mori (pubblicato da Edizioni BD) invece – e ve lo dico subito per fugare ogni incertezza – compete degnamente con l’opera originale. Ed il bello è che è una competizione sana, ponderata, figlia più di una passione, o se vogliamo una ammirazione, che da qualunque necessità commerciale, editoriale, o Dio solo sa chissà quale “scusa” si possa cercare per spalare letame su quest’uscita. Non solo. Memento Mori ha personalità, uno stile definito, e per questo si carica di tante moderne allegorie, raccontando qualcosa di nuovo, intrigante, e tremendamente vicino alla realtà che ci circonda. Eccezion fatta, almeno per ora, per il ritorno dei morti sulla terra.

Scegliere una strada personale, diversa, e distaccata dal lavoro originale non poteva essere, a mio giudizio, che l’unica opzione percorribile. Non fosse per gli innumerevoli sequel e reboot proposti nel corso degli anni, i cui risultati fallimentari sembravano non comprendere quella che è, a giudizio di chi scrive, una verità elementare: le ragioni de Il Corvo erano irreplicabili. Drammaticamente irreplicabili. Il Corvo, quello originale, aveva in sé tanto dolore. Un dolore personale, privato, raccontato come catarsi. Negli anni ’70 il suo autore, James O’Barr, perde tragicamente la sua ragazza, vittima di un pirata della strada ubriaco la cui consegna alla giustizia, forse, non suonerà all’autore come una giusta punizione.

O’Barr elabora il lutto in modo personale, arzigogolato, e costruisce attorno al suo dolore un dramma dal sapore teatrale, che partendo dalla “maschera” drammatica del suo protagonista, faceva un giro epilettico tra rimandi alla letteratura, partendo dal celeberrimo Corvo (Mai più! Mai più!) finendo per tirare in ballo poesia, prosa e musica. Da Poe, a Shakespeare ai Joy Division. Il Corvo, viene a lungo respinto, rimbalzato. L’opera di O’Barr non è pop come sembrerebbe oggi, ma è dark, troppo cupa per l’epoca, troppo spiazzante per gli editori che la consideravano illeggibile e, pertanto, invendibile, tanto da restare un progetto vincolato ad un cassetto sino alla pubblicazione, forse la vera catarsi per l’autore, avvenuta poi per l’etichetta indipendente Caliber Comics che, peraltro, ebbe anche il grande pregio di pubblicare la Deadworld di Kerr e Griffith, altro grande successo del fumetto indipendente d’epoca. Non divaghiamo.

Divenuto un cult del fumetto underground, artefice di una carica immaginifica che ha avuto ben pochi eguali, Il Corvo ha visto il proliferare di pochi ma dimenticabili sequel, tutti in qualche forma apocrifi nei confronti dell’opera originale, pur cercando di copiarne i dettami che, come avrete capito, prescindevano dalla formula “non morto/corvo/vendetta/joy division”. Il punto è stato forse quello di voler riproporre con un metodo meccanico, quella che fu l’alchimia originale, che però in quanto tale non era soggetta ad alcuna matematica. Non c’era scienza dietro a Il Corvo, se non la raffinata scienza del dolore, che è leggibile, certo, ma inesplorabile nella sua essenza a cui il dolore non lo vive in prima persona. Il Corvo, insomma, nasceva da un bisogno concreto, che forse non avrebbe potuto vedere la luce in altro modo e che, proprio per questo, ha visto nei suoi emuli nulla più che trovate scialbe, inette, incapaci di apparire oltre la loro forma fisica: quella di albi pubblicati per necessità commerciali, per altro ingigantite dal successo del film che consacrò vita (e morte) di Brandon Lee. Temevo quindi che in Memento Mori ci sarebbe stato lo stesso problema. Ci sarebbe stata la voglia di emulare un successo inemulabile, percorrendo dei passi che, per quanto benedetti dal benestare del suo autore originale, sarebbero inevitabilmente capitombolati nel baratro dei sequel (dove, per altro, spero stia soffrendo ogni sequel del film originale. Anche lì il discorso sembra il medesimo).

E invece estasi. Sorpresa. Giubilo. Memento Mori non cerca di scimmiottare goffamente l’originale, ma partendo dallo stesso concetto, propone una storia diversa, ammantata per altro da un’aura religiosa che era del tutto assente nel lavoro di O’Barr, più spiccatamente gnostico o, se vogliamo, miscredente. Il protagonista è David Amodio, un giovane chierichetto che, durante una processione religiosa, finisce sfortunatamente vittima di un attacco terroristico. La morte, il dolore, il distacco forzato dalla vita e dall’amore, porteranno David a tornare sulla terra, come avatar inarrestabile del Corvo, la misteriosa volontà extracorporea, che da sempre riporta in vita i desiderosi di vendetta. Le basi dell’opera originale ci sono tutte, e Memento Mori sembra quasi una metempsicosi dell’opera originale. Un giovane innamorato, una vendetta da compiere, un’anima che si tormenta dopo la morte. Poi però l’opera di Recchioni prende la sua strada, ispirata dalla bellezza di una Roma quanto mai cupa e dannata, qui nelle vesti di “città dolente”, divisa tra sacro e profano proprio come il protagonista del racconto, che tra le statue degli angeli si interroga, caccia, brama vendetta, nega sé stesso e la sua fede. Come ha fatto Roma, e come forse sempre farà fino alla fine dei giorni dell’uomo.

Le pagine scorrono rapide, tra l’estetica ricercata e graffiante di Dell’Edera, e le frasi secche, didascaliche, spirituali del suo protagonista, costantemente diviso tra giustizia e Passione. David dispensa morte come un santo punitore e penitente, mantenendo intatto lo spirito dell’opera originale, la sua ricerca di una vendetta empia che purifichi l’animo del suo protagonista, ma privandola della sua netta dicotomia tra ciò che è bene e ciò che è male, e sostituendola con il tormento della fede, e ciò che consegue quando si crede in un bene assoluto ottenibile solo attraverso il suo opposto, e solo attraverso l’omicidio. Proprio la fede, la sua trasformazione in fanatismo (da ambo i lati della scacchiera) e la ricerca di Dio, sono dunque i temi preponderanti di Memento Mori, il che non solo – banalmente – dà una nuova verve all’avatar dei poteri del corvo, ma crea anche un netto stacco col passato della serie, sequel compresi. A differenza, ad esempio, dell’Eric Draven delle origini, la cui controparte d’umanità era tenuta in piedi proprio dai sentimenti, e dalla loro trasformazione e sublimazione nella violenza, per David è invece Dio, e la sua negazione come conseguenza della violenza subita, a creare il più saldo legame con i rimasugli della sua umanità. Un cambio di prospettiva che Recchioni sfrutta in modo abile, apparentemente furbesco (dato il particolare contesto socio-politico dei nostri tempi) ma che invece rivela un’eccezionale personalità, la cui natura derivativa si limita ai vincoli imposti dalle origini, qui non scimmiottati, ma utilizzati come efficiente richiamo alla continuità, se non stilistica o narrativa, quantomeno concettuale. Un corvo, una vittima di omicidio, un amore spezzato, la rabbia, il dolore, un carattere disordinato e irrequieto, uno stile graffiante e incisivo, e per ciò che concerne il resto dell’opera, val quanto detto nell’incipit di questo articolo. Se alle origini avevamo il bisogno di rimettere a posto i pezzi di un dolore immenso, col cui confronto l’autore non riusciva a scendere a compromessi, qui vi è invece un’esigenza artistica dettata, in primis, dall’evidente passione dell’opera originale, in seconda istanza dalla volontà di raccontare qualcosa di nuovo e, in ultima analisi, di bello.

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E in questo Memento Mori riesce più che bene, pur ancora vincolato alla sua natura di incipit al fulmicotone, che è poi, a ben pensarci, tutto quello che un autore dovrebbe proporsi. Al di là di ogni critica, di ogni pipa mentale, di ogni chiacchiera di pruriginoso simposio di nerd, quello che conta è che un’opera sia bella. Memento Mori lo è ed in quanto tale avrebbe già raggiunto il suo scopo. Ma l’opera di Recchioni e Dell’Edera non si accontenta di portare il risultato a casa, ed anzi cerca di imporsi alla nostra attenzione con un apprezzabile stato di grazia, partendo dalla scrittura, che riesce a mantenere intatta la dignità dell’opera originale, scollandosi dall’errore già discusso di ogni precedente sequel (la ricerca forsennata della copia a tutti i costi), e passando ovviamente per il connubio tra i disegni di Dell’Edera e i colori di Niro, capaci nella sintesi di restituire una Roma oscura di disarmante bellezza, in cui il suo protagonista si muove lesto, plastico, leggero, come chissà quale assassino digitale esperto di parkour. A corredo del primo spillato è inoltre presente un racconto scritto e disegnato da Matteo Scalera (si quello di Black Science, e dunque garanzia senza compromessi), un assaggio appena, che alla fine della portata sceglie di scollarsi ancor di più, ma forse troppo rapidamente, dall’immaginario di O’Barr, con un risultato appagante ma, forse, davvero troppo breve.

Il Corvo Memento Mori è, in estrema sintesi, un ottimo lavoro, il cui più grande pregio, al di là di tutto ciò che riguarda sceneggiatura e disegno, è quello di trattare con la giusta reverenza l’opera originale, rispettandone il senso e la genesi, senza l’assurda pretesa di ricercare una replica che si piega al bisogno commerciale. Memento Mori, insomma, si comporta con estrema classe, costruendo per altro un proprio personale (ed affascinante) stile, che archiviando la parte più caotica dell’opera di O’Barr, la sostituisce con una struttura definita, moderna e forse più comprensibile, specie a chi meno mastica fumetti ma guarda a questo mondo con curiosità. Per il resto, qui c’è tutto quello che è stato imposto dal mito del Corvo, partendo da una grana che sa essere spesso volutamente ruvida, passando per una narrazione a metà tra poetica e allegoria, senza dimenticare di proporre una certa fascinazione per il dolore, e per i recessi più cupi dell’animo, che spesso fanno paura, ma che sono, in fondo, tra i posti più comodi nei quali crogiolarsi quando si attraversa un dolore sublimemente umano. Ultimo, ma non per importanza, il rapporto che sussiste tra il protagonista della storia e la città in cui questi vive che è poi, a ben pensarci, una matrice che sussisteva più profondamente tra l’autore dell’opera e la stessa città già in O’Barr e che, negando ogni coincidenza, è un binomio consolidato anche dello stile di Recchioni che in Memento Mori trova forse uno dei suoi stati di grazia.

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