“Perché seguite a me? Perché tu sei lo re!”

Anno 451. Gli Unni si apprestano ad affrontare l’ultima battaglia per completare la conquista in nome del loro grande condottiero, Attila. Ma ormai, dopo anni di saccheggi e violenza i barbari non hanno più nulla da conquistare e il temibile Attila non prova più l’ebrezza della battaglia, né la soddisfazione nel togliere una vita o nel prendersi una donna.

Pur non accettandola, la triste verità è che Attila è depresso. Manu Larcenet ha già stuzzicato figure come Sigmund Freud e Vincent Van Gogh, e ora, assieme a Daniel Casanave, rivisita la figura del terribile re degli Unni, con una storia irriverente e amaramente ironica.

Edito in Italia da Cononino Press, Il flagello di Dio, gioca con il passato proiettandosi nel presente con temi terribilmente attuali, che strappano un sorriso in una pagina per poi far rabbrividire in quella seguente.

Ovviamente il fumetto non ha nulla a che fare con la commedia cult italiana con Diego Abatantuono, che ci siamo divertiti a citare in apertura, ma anche qui notiamo un’impronta decisamente parodica che adotta però un umorismo decisamente più sottile e pungente.
Già dal tratto si percepisce la leggerezza – nel senso più positivo del termine – della narrazione e i “graffi” della china regalano movimento alle figure caricaturali dei personaggi, primo fra tutti il grande Attila, la cui fisicità non è esattamente quella di un atleta: tracagnotto, viso pasciuto, grandi baffi e un bel nasone.

Nonostante lo stacco nero dell’inchiostro, che rende netto l’uso di ombreggiature, la colorazione sa far percepire benissimo il ruolo delle luci sulla scena, come con i rossi e gli arancioni dei fuochi dell’accampamento di notte. L’impiego dei colori, anche se statico in alcune tavole, ha una valenza non indifferente in particolari momenti della storia, con i verdi e i blu che sanno cogliere la malinconia del nostro antieroe in momenti particolarmente topici della storia.

L’umorismo è sempre il metodo più furbo di raccontare e qui di furberie ne troviamo parecchie, con gag spiritose e battute tipiche della narrativa fumettistica francese, che sanno suscitare la simpatia del lettore per tutti i personaggi. Tuttavia, molte delle situazioni rappresentate sono tutt’altro che puerili, con riferimenti sessuali e violenza piuttosto esplicita, anche se la resa non risulta affatto pesante, elemento che si riallaccia al concetto di “leggerezza” già citato.

Il nostro caro Attila sa comunque tener fede alla sua fama: non fa molti problemi a staccare un arto al prossimo e sa essere oltremodo spietato con chi gli si trova di fronte, ed è proprio qui che va a colpire la morale di questa storia. Il re degli Unni è ormai annoiato, apatico, nulla gli regala più l’ebrezza di un tempo, ha conquistato il mondo ma ha perso se stesso. Qui ha inizio il viaggio spirituale di Attila, il quale cercherà di capire il motivo del suo male accompagnato da un improbabile “Virgilio” in grado di dispensare una saggezza decisamente non richiesta.

Nel suo vagare, Attila continua a inseguire una risposta di cui non conosce nemmeno la domanda, di capire il significato di qualcosa che non conosce, ed è così che si comprenderà che il nostro protagonista è solo il simbolo di una visione macroscopica dell’umanità che incarna la bramosia di potere, la rincorsa al successo, il desiderio di ottenere sempre di più. Questa rocambolesca avventura non è altro che un’allegoria della cupidigia che mangia se stessa finché non consuma tutto, ed è per questo che Attila non riesce a capire cosa gli manchi veramente. Nel suo vagare senza meta saranno le stesse forze della natura a punirlo ulteriormente allungando la sua agonia, così, in preda alla disperazione, l’unno non ci penserà due volte a sfidare Dio in persona, il quale si rivelerà una manifestazione sorprendente sia per Attila che per il lettore stesso.

La critica sociale di questa opera si insinua tra le pagine man mano che si procede con la lettura, fino ad un finale che saprà spiegare con una semplicità disarmante quanto la storia dell’umanità sia brava a ripetersi e che le cose non potranno mai cambiare se i primi a cambiare non saranno gli uomini.
Una volta compreso questo Attila apparirà ai nostri occhi nient’altro che come un povero sventurato vittima delle sue stesse azioni, mosso da un istinto a lui sconosciuto ma che fa parte della più primordiale natura umana. Attila non riesce proprio a comprendere cosa Dio voglia fargli capire, proprio come l’umanità stessa non riuscirà mai a capire in cosa stia sbagliando fin dall’alba dei tempi.

Verdetto

Il fumetto ironizza sulla storia e sul personaggio di Attila con espedienti molto intelligenti e ben studiati per suscitare quel sentimento del contrario pirandelliano, che è in grado di far ridere per poi lasciare un leggero amaro in bocca sul perché si stia ridendo. Chi ama la fumettistica francese non può perderselo per nessun motivo, ma anche chi apprezza altre tipologie di fumetto si troverà di fronte a un’opera tanto simpatica quanto studiata nell’essere impegnata, ma con la giusta leggerezza.

Stay Nerd consiglia…

A questo punto dovete assolutamente recuperare le altre due “rocambolesche avventure” firmate Larcenet: Tempo da cani, che trova come protagonista Sigmund Freud e La linea del fronte, storia che ruota attorno al personaggio di Vincent Van Gogh.

il flagello di dio

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