In principio era Gandalf…

L’ultima stagione di Game of Thrones ha visto tra le sue storyline più interessanti quella di Bran, destinato a diventare l’erede di uno stregone, da tutti conosciuto sin dalla prima stagione, quando ancora non sapevamo niente di lui, come il Corvo con Tre Occhi.

In un mondo “low magic” come quello creato dalla penna di George R.R. Martin, la presenza di un fruitore delle arti arcane assume un’importanza chiave. I maghi, nei continenti di Westeros e, solo in misura differente in Easteros, sono rarissimi, cosa che accomuna sia i libri che la serie TV. Tra i maestri della Cittadella lo studio della magia è fortemente disincentivato e disapprovato (come Qyburn, cacciato dall’ordine dei maestri a causa dei suoi esperimenti), tanto che a forgiare l’anello di acciaio di Valyria sono in pochissimi e tra quei pochi ancora meno sono quelli capaci di utilizzare realmente l’arcano.

Il Corvo con Tre Occhi assume così un ruolo decisamente differente nella lotta che si sta venendo a creare tra i vivi e i morti, quello di un osservatore che è stato capace di vedere tutto ciò che ha portato alla guerra, dal momento in cui i Figli della Foresta hanno creato gli Estranei per affrontare i Primi Uomini, fino alla nascita dei protagonisti della vicenda attuale.

Una condizione inusuale, considerato che il mago nel fantastico ha sempre avuto un ruolo chiave, ma soprattutto un ruolo attivo nelle vicende narrate all’interno delle saghe fantasy che hanno fatto la fortuna di questo genere e, ancora prima, nelle fiabe, nei miti e nel folklore a cui gli scrittori appassionati di nani, draghi ed elfi hanno sempre attinto.
Il Corvo con Tre Occhi, rispetto alla figura archetipica del mago, ci viene presentato completamente differente a iniziare dal punto di vista estetico. Se qualcuno di voi pensa a un mago, a cosa pensa?
Un vecchio? Magari vestito con una tunica, logora o elaborata che sia, dotato di un cappello a punta, appoggiato a un bastone nodoso e con una barba candida lunghissima?
Certo! Quindi, la figura del mago archetipica, per il 90% di noi, è Gandalf.

Il personaggio di Gandalf nasce dalla penna del Professore, John Ronald Reuel Tolkien, colui che ha codificato il fantasy nella prima metà del secolo scorso (non tanto per contesto e ambientazione, quanto per il lavoro di “mitopoiesi” attuato per questo genere, su cui si potrebbe aprire un altro articolo). Tradizionalmente si pensa che Tolkien, per il personaggio, abbia tratto ispirazione da una cartolina, Der Berggeist, rappresentante un vecchio con una lunga barba e un cappello a tesa larga. Sicuramente quell’immagine ha contribuito a creare questa idea del mago, ma già nella mitologia norrena il sovrano di Asgard, Odino, quando assumeva aspetto umano per mettere alla prova gli eroi da lui scelti, si mostrava come un viandante con la barba lunga e un bastone da pellegrino, o in una cultura diversa la figura di Merlino viene proposto in alcune saghe come una sorta di stregone “selvaggio”.

L’archetipo di Gandalf è quello del “buon mago”, la più tipica figura dell’High Fantasy e ripresa anche da numerosi altri autori successivi, come Brooks, Goodkind ed Eddings. Non è solo quello che dà “una spintarella fuori dalla porta” al protagonista, che in realtà vorrebbe solo starsene seduto comodamente in giardino a fumare la pipa, ma è anche una guida, almeno finché il personaggio non deve raggiungere la maturità.

La tematica della guida saggia ed esperta che abbandona lungo la strada il giovane e inesperto protagonista è antichissima, riscontrabile già nei miti greci: pensate alla spedizione degli Argonauti, quando il maturo Eracle viene separato da Giasone. Ciò non toglie il fatto che il mago, nella tradizione Tolkieniana, resti al centro degli eventi.

Dopo la sua scomparsa ne Lo Hobbit, Gandalf continua a lavorare per il bene e la buona riuscita della spedizione di Thorin e dei nani, raggiungendo il Bianco Consiglio per scacciare Sauron da Dol Guldùr. E ancora, ne Il Signore degli Anelli, dopo la sua presunta morte, lo stregone affronta prima il Balrog, per poi “trascendere” e diventare qualcosa di più rispetto alla sua precedente incarnazione, passando da Grigio Pellegrino a Cavaliere Bianco, diventando l’avanguardia delle difese della Terra di Mezzo contro Sauron.

Nel corso degli anni la figura di Galdalf è stata pian piano ampliata da Tolkien, attraverso una serie di scritti oggi raccolti nei Racconti Incompiuti: viene narrato il momento della scelta degli Istari, gli Stregoni, spiegando come e da chi siano stati scelti, i Valar, le “divinità” di Arda. La scelta di Gandalf, all’epoca Olorìn, viene fatta dal più potente di loro, Manwe, proprio per il suo timore nei confronti di Sauron. La paura, nella giusta quantità, diventa saggezza, e dietro al vecchio curvo con la barba grigia si nasconde così un potere che viene riconosciuto subito da Cirdaìn il Carpentiere, che gli dona l’anello di Fuoco, Narya.

In questa storia sono narrate però anche le origini di un altro mago, una figura completamente diversa da quella di Gandalf. Sto parlando, ovviamente, di Saruman il Bianco, capo degli Istari, riconosciuto da tutti come il più potente del suo ordine.

La figura di Saruman va a ricalcare più che quella di un incantatore, quella di un angelo caduto. Desideroso di sconfiggere Sauron, convinto che solo un grande potere possa contrapporsi al male, inizia ad esplorare sentieri sempre più oscuri, finendo per perdere la propria innocenza. Simbolico l’incontro tra lui e Gandalf, raccontato dallo Stregone Grigio nel corso del Consiglio di Elrond:

«Lo guardai, e vidi che le sue vesti non erano bianche come mi era parso, bensì tessute di tutti i colori, che quando si muoveva, scintillavano e cambiavano tinta, abbagliando quasi la vista.»

Il bianco, il candore è scomparso. Il mago ha scelto di abbandonarlo per cercare qualcosa di più.

«- “Bianco!”, sogghignò. “Serve come base. Il tessuto bianco può essere tinto. La pagina bianca ricoperta di scrittura, e la luce bianca decomposta”
– “Nel qual caso non sarà più bianca”, risposi. “E colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza”»

Nella creazione di Saruman, Tolkien attinse quindi più alla tradizione biblica che alla mitologia norrena, creando un personaggio a modo suo innovativo per l’epoca, completamente diverso da Sauron. Un antagonista diventato tale per il desiderio di contrapporsi al male, convinto di poter essere una guida in un’epoca oscura e irretito da un potere più grande del suo. A modo loro Gandalf e Saruman sono due facce della stessa medaglia, uno Yin e uno Yang in cui troviamo tinte di luce macchiate da una piccola oscurità e, viceversa, un male divenuto tale cercando il bene.

La crescita di un mago

Gandalf e Saruman mostrano evoluzioni divergenti, ma appena accennate. Viene lasciato intravedere il lato oscuro del primo e la luce nelle intenzioni del secondo, ma esse restano solo accennate, vanno ricercate dal lettore attento ai particolari.
Da questo punto di vista, la successiva evoluzione nella figura del mago che cresce, si forma poco alla volta e viene anche tentato dall’oscurità, si ha con una saga successiva al Signore degli Anelli, realizzata da una vera Maestra del genere e riconosciuta dagli amanti del fantasy come una delle migliori mai scritte.
Sto parlando della Saga di Terramare, realizzata da Ursula K. Le Guin (lo so, lo so… so cosa vi aspettavate, ci arriveremo, tranquilli!).

Protagonista del Ciclo di Earthsea è Ged lo Sparviere, l’Arcimago più saggio e potente del suo mondo. Ma la sua storia inizia da quando era ancora un bambino, quando si chiamava Duny ed era inconsapevole dei suoi poteri. In questo la saga di Terramare realizzata dalla Le Guin mostra l’intero percorso fatto da un giovane mago, prima di diventare la leggenda conosciuta da tutti. La sua impazienza nel voler apprendere, che lo porta a separarsi dal maestro Ogion, la sua sconsideratezza giovanile, capace di liberare sul mondo un male destinato a distruggerlo, la sua presa di consapevolezza e la sua maturazione, che lo portano ad accettare quel male come parte di sé per renderlo un uomo completo, prima ancora che uno stregone maturo.

Il percorso di crescita intrapreso da Ged è qualcosa rimasto per molti anni un caso unico nella storia del fantasy. Vedere un protagonista, una figura tutto sommato positiva e capace di creare empatia nel giovane lettore, commettere atti scellerati e avventati, contravvenendo a tutte le raccomandazioni dei maestri, è qualcosa di incredibilmente umano.
Non solo il mago diventa protagonista assoluto della vicenda, ma è anche straordinariamente vicino alla natura umana, privato di quell’alone di mito che ammantava gli incantatori Tolkieniani. Sparviere sbaglia, è tentato dall’oscurità e vi cade, rifugge la malvagità nel suo animo finché non comprende che essa è parte di sé stesso, deve accettarla per poterla controllare, arrivando a un processo di maturazione che, alla fine della saga, lo porta a sacrificare tutto per un bene superiore.
In questo, l’evoluzione di Ged rimane sempre positiva. C’è l’ambizione, c’è l’oscurità, ma c’è anche la capacità di controllarle e di sottometterle. Pur sbagliando, pur subendo sfortune e avversità, Sparviere resta un personaggio positivo.

Fino a questo momento il fantastico non ha mai visto maghi malvagi assoluti protagonisti della vicenda. Le cose cambiano completamente nel 1984, quando due appassionati di giochi di ruolo, Margaret Weis e Tracy Hickman, decidono di trascrivere le campagne giocate con i loro amici attorno a una plancia di gioco, in compagnia di un d20. Nasce così la saga di Drangonlance, una delle più vaste epopee fantasy mai scritte.

Dragonlance è un titolo che, per certi versi, ricalca molto lo stereotipo del fantasy post Tolkien. L’ambientazione e le tematiche sono riprese da Dungeons & Dragons, ma c’è qualcosa che fa brillare di luce propria questa saga, ovvero l’accuratezza e l’approfondimento dei personaggi che vengono realizzati. Rispondendo solo apparentemente agli archetipi fantasy del nano, del mezzelfo, del paladino e del ladro, i protagonisti di Dragonlance mostrano un carattere sfaccettato e approfondito, fortemente complesso e, talvolta, contraddittorio.

Tra questi spicca la figura del mago Raistlin Majere. Raist è un giovane fragile, cagionevole di salute fin dall’infanzia, dotato di capacità e intelligenza fuori dal comune, che lo rendono spesso isolato rispetto al resto dei suoi coetanei, che invece ammirano e amano il suo gemello, Caramon, tanto forte e bello, tanto allegro e di buon cuore quanto Raist è debole, smunto, triste e cinico. Da sempre invidioso del fratello, la sua unica ragione di vita diventa la magia, l’unica causa grazie alla quale può rifarsi di anni di umiliazioni , di vessazioni, di sconfitte .

La magia, il desiderio di possederla, conoscerla e farne non più una gruccia per sostenere il proprio fisico cagionevole, ma una spada per combattere e prendersi una rivincita contro una vita ingiusta, che ha dato tutto al fratello e quasi nulla a lui, si traduce in un’ambizione pura, sfrenata. Già da bambino, parlando con l’arcimago Antimodes, Raist dimostra di possedere questo tratto nella sua persona; esplicativo ciò che dice alla veste bianca, al loro primo incontro, sul perché desideri apprendere la magia:

«…perché voglio che un giorno i grassi locandieri si inchinino davanti a me».

Il lettore, leggendo in Soulforged (tradotto in Italia con l’inopportuno titolo “L’Alba del Male”) dell’infanzia e della crescita di Raistlin, inizia a vederlo sempre meno come un malvagio e sempre più come antieroe, ma all’epoca della sua prima apparizione ne “I Draghi del Crepuscolo d’Autunno” il nostro mago, dapprima portatore della veste rossa, simbolo di neutralità, dimostrava già da subito un carattere incline al cinismo e alla sarcasmo, mitigati talvolta da gesti di affetto, comprensibile di fronte al suo fisico debole, ma che lo conduceva infine a sacrificare il suo intero gruppo, compreso il fratello, non appena vedeva l’occasione di prendere per sé altro potere, passando dalla parte del male. Non pago di essersi schierato con la regina dei draghi, Takhisis, cercherà infine di scalzarla desideroso di ascendere lui stesso al rango di divinità.

In tutto questo il lettore non riesce comunque a provare un sincero odio per Raistlin. Molto più comune è la pena per un uomo che cerca di rifarsi di una vita sfortunata, giungendo in un futuro alternativo a distruggere il mondo.

Questione di scelte

Due percorsi simili, eppure antitetici, quelli di Sparviere e Raistlin: due giovani maghi che, contro ogni avversità, raggiungono l’apice, scegliendo due strade diverse. Il primo accetta la sua oscurità, il secondo la abbraccia.

Questo dualismo si trova anche in una saga molto più recente e fortunata di Earthsea e Dragonlance. In Harry Potter ci troviamo di fronte a una nuova visione dei maghi, in gran parte innovativa rispetto a quella classica a cui ci hanno abituato Gandalf, Sparviere e Raistlin.
Non vediamo i maghi come reietti della società, come personalità distaccate e distanti, ma come una comunità, organizzata e parallela rispetto a quella dei Babbani. Il risultato è quello di vedere moltissimo maghi “mondani”, con le uniche due eccezioni di Voldemort e Silente. Per quanto gli eventi si concentrino soprattutto sulla vita del protagonista omonimo dell’opera, in Harry Potter uno degli aspetti probabilmente più interessanti da sottolineare è la storia dei due potentissimi maghi che fanno da sfondo all’intera vicenda, e che sono visti dai loro simili e dal lettore come figure ammantate di un alone di gloria e mistero.

L’umanizzazione dei due è al centro degli ultimi capitolo della saga, il sesto e il settimo libro. In entrambi i casi assistiamo a ciò che ha forgiato i due stregoni, vediamo cosa li ha spinti a diventare ciò che il lettore conosce, il mago oscuro più malvagio della sua epoca e la sua nemesi, il mago buono e saggio capace di radunare attorno a sé quanti desiderino contrapporsi all’oscurità.

E alla fine si torna a quel tema ricorrente in Harry Potter. Sì, perché la morte aleggia nei sette libri della saga del giovane mago inglese, quanto nei libri di Martin! In fondo è la morte o, meglio ancora, tutto ciò che essa comporta, lutto, dolore e rimpianti a spingere Silente e Voldemort a diventare ciò che sono. Il primo per le eccessive responsabilità che la morte gli ha portato in giovane età, frustrando le sue legittime ambizioni. Il secondo per l’orrore che la morte comporta, vista come qualcosa da rifuggire e sconfiggere in quanto massima debolezza umana. Entrambi vengono tentati dalla ricerca di un metodo per poterla sconfiggere, ma alla fine solo uno dei due saprà rigettare questo pensiero per diventare una persona migliore, mentre l’altro sprofonderà, rapidamente, nell’oscurità.

Volendo si potrebbe azzardare un parallelismo tra le coppie di stregoni Saruman/Gandalf con Voldemort/Silente. In entrambi i casi le motivazioni che muovono sia il mago malvagio che quello oscuro sono le stesse: volersi contrapporre a Sauron in un caso e cercare di sconfiggere la morte nel secondo, ma in entrambe le circostanze la risposta e quindi il percorso del personaggio cambia radicalmente. Gandalf potrebbe prendere l’Anello per sé, quando Frodo glielo offre, ma rifiuta, mentre Saruman non esita a reclamare l’Unico. Silente, di fronte alla morte prematura della madre, reagisce cercando di liberarsi del peso delle responsabilità familiari, ma la morte della sorella Ariana e il senso di colpa che ne deriva suscitano in lui il desiderio di fare del bene in altre maniere, consigliando piuttosto che controllando. Al contrario Voldemort, che ha vissuto tutta la vita ossessionato dalla morte, da quella di sua madre che lo ha costretto a una miserabile vita da orfano, e da quella desiderata del padre che lo ha abbandonato, vive col desiderio di ottenere maggiore potere, fino a sconfiggere quel nemico contro cui tutti, maghi e babbani, devono fare i conti: la morte.

Scrutare nell’oscurità

In tutti i casi che abbiamo visto fino ad ora i maghi hanno sempre un ruolo chiave all’interno della trama ma, soprattutto, attivo. Sono fautori, nel bene o nel male, di svolte decisive ai fini del racconto, agendo spesso in prima persona per ottenere uno scopo. Gandalf guida la Compagnia dell’Anello, Sparviere va alle tombe di Atuan e lotta contro Cob, Raistlin si adopera per aprire il portale dell’Abisso e diventare un dio, Voldemort crea un regno di terrore radunando attorno a sé i Mangiamorte e Silente lo contrasta fondando l’Ordine della Fenice.

Nelle opere di Martin tutto questo non avviene. Il Corvo con Tre Occhi si presenta come un osservatore, qualcuno che da tempo imprecisato ha scrutato le vite di tutti coloro che avrebbero preso parte alla grande vicenda che si sta svolgendo in Westeros. Non si è limitato, in tutto questo tempo, a guardare solo i protagonisti, ma anche i loro padri e i padri dei loro padri, osservando la trama che si è venuta a creare nel mondo fin dal primo istante.

In questo il Corvo con Tre Occhi ci appare come un ospite dell’occhio del ciclone, punto fermo dal quale ha potuto osservare, conoscere e comprendere quanto è accaduto nei secoli che hanno portato al preludio della grande guerra tra la notte e il giorno, tra il ghiaccio e il fuoco.

Il Corvo si è, finora, limitato ad osservare senza intervenire. Oppure no? In effetti, nel momento in cui Brandon Stark cade dalla torre, il Corvo fa la sua mossa, iniziando a comparire nei sogni del giovane spezzato, spingendolo a cercarlo. In fin dei conti, non è poi molto diverso come atteggiamento da un Gandalf che dà quella famosa “spintarella fuori dalla porta” a Bilbo. E, dopotutto, designando Bran come suo erede, finisce per intervenire nel mondo, dando il via a una serie di eventi che porterà il giovane Stark a diventare suo allievo e una potente forza del bene nella lotta contro gli Estranei. Questo, quindi, corrisponde a uno schieramento, la fine di una neutralità fatta di pacifica osservazione degli eventi.

In questo, però, cambiano completamente i modi. Martin riesce a coniugare classicità e innovazione, proponendo, da un lato, lo stregone che interviene nelle vicende del mondo, pur in maniera molto più sottile rispetto a un Gandalf che si adopera per togliere a Sauron un potenziale alleato come Smaug, o a un Voldemort che decide di uccidere personalmente il bambino che la profezia designa come suo unico possibile nemico. Il Corvo attende il momento, aspetta Bran per tutta la sua vita, finché non può chiamarlo a sé per istruirlo.

Bran, allo stesso tempo, sta compiendo i primi passi nel mondo dell’arcano in maniera simile a quanto abbiamo visto con Raistlin e Sparviere. Il giovane inizia a imparare, mostra impazienza e, almeno nella serie televisiva, fallisce anche per questo suo desiderio della conoscenza, facendo precipitare, apparentemente, gli eventi. Il percorso di Bran è appena iniziato e l’unico a sapere veramente come finirà è il vecchio George R.R. Martin.

Ma per noi lettori non sarebbe difficile immaginare un Brandon Stark anziano, in una grotta ghiacciata, che accoglie a sé un giovane per aprire il suo terzo occhio e farlo volare sui venti dell’arcano, passando ad altri la propria conoscenza. Almeno, potremmo immaginarlo, se il suo autore non fosse così propenso all’omicidio.

Chi vivrà vedrà. A Westeros è una speranza, più che un proverbio.

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