Il first look di Invasion su Apple TV+

Si sa, raccontare la fantascienza non è mai un’impresa da poco. Non lo è soprattutto in un’epoca come quella che viviamo, fatta di continui superamenti del reale sopra l’immaginazione. Ecco, ancora prima che raccontarla non è affatto semplice pensarla, ragionarla questa fantascienza.

Per questo motivo dopo aver dato uno sguardo ai primi due episodi di Invasion, nuova serie in streaming su Apple TV+, ci sentiamo di essere dubbiosi e storcere un po’ i bordi della bocca.

Le prime impressioni contano e quelle di Invasion non convincono

Con queste premesse non si ha assolutamente la pretesa di ragionare apertamente su un prodotto che ha ancora tutto il tempo davanti per disvelarsi e magari rovesciare le carte in tavola, ma le prime impressioni contano. Contano eccome, a maggior ragione nel periodo di incredibile effervescenza della produzione audiovisiva che ci circonda dove ogni giorno una nuova serie è pronta a sbarcare da qualche parte per occupare le nostre giornate.

A dirla tutta, le due ore che compongono i primi due episodi su un totale di dieci a un certo punto non sono nemmeno più un’impressione, ma le fondamenta di un arco che si va a erigere. Diciamo che Invasion inizia a erigersi con una calma che ha dell’olimpionico e che dalle parti in cui dovrebbe colpire con qualcosa di differente si riduce per essere un pilot troppo lungo, troppo anonimo.

L’ultimo giorno e L’incidente, questo il nome delle due puntate di apertura, hanno un solo scopo: lasciare entrambe “l’invasione” come un punto di arrivo mentre nel frattempo si tessono le fila di vari protagonisti in giro per il globo. Si toccano quasi tutti i continenti e si incontrano le differenti vite di differenti individui, tutti con immancabili e differenti problemi più o meno esistenziali.

La moglie tradita (Golshifteh Farahani), lo sceriffo irrisolto prossimo al ritiro (Sam Neill), il soldato in missione in Afghanistan (che tremenda ironia nella scelta di tempo! – Shamier Anderson), un’operatrice dell’ente spaziale giapponese dal cuore spezzato (Shioli Kutsuna). Chi più ne ha più ne metta. Ed è chiaro che per presentare un roster di personaggi così nutrito occorra tempo che la serie creata da Simon Kinberg e David Weil si concede in sovrabbondanza.

Invasion

La mancanza di una visione originale

Si esplorano e si esplorano dinamiche private che vanno a prendersi uno spazio fatto a fette con l’accetta, nella speranza di collegare i vari protagonisti nel minimo comun denominatore di un dramma che pare azzerare i singoli vissuti e spinge, in qualche modo, a dover re-immaginarsi da zero. Non è sufficiente a innescare la miccia, è evidente.

Dopotutto come potrebbe esserlo? Dove si dovrebbe andare a cogliere l’amo di un interesse nei confronti di una serie che spende due ore esclusivamente nella costruzione di un’attesa, senza sguardo e, cosa più grave, apparentemente senza una visione?

Nei primi due episodi di Invasion non pare esserci un singolo straccio di richiamo capace di uscire fuori dai binari di un hummus immaginifico radicato nella narrazione sci-fi statunitense. Non sono tanto il cerchio nel grano o la piccola, classica cittadina dell’entroterra degli USA, che eppure giocano in un terreno dove il prendere l’iconico rischia di mescolarsi indissolubilmente con l’omaggio posticcio.

No, pare essere piuttosto la mancanza degli showrunner (in particolare di Kinberg, che cura quasi tutti gli script della serie) di inserirsi nelle maglie del noto per andare a scandagliare l’ignoto, a evocarne anche solo una parvenza che non è sufficiente nascondere pigramente nella condivisione di un dolore umano.

Invasion

Dopo Foundation, un’altra potenziale delusione

È sicuramente presto per giudicare se la scelta del muoversi su una narrazione condivisa da più poli contemporaneamente sia una scommessa vincente o meno, solo il tempo ce lo potrà dire. Sarà una questione anche di carisma dei singoli, che complice la povertà di pensiero dei teleplay portati sullo schermo fino a questo momento appare rivelarsi come un altro motore a lentissima carburazione.

Dopo quella che sembra avviarsi a essere una grandissima delusione come Foundation, su Apple TV+ giunge quindi un altro prodotto a elevato budget (punto di forza, sotto questi termini, fine a se stesso) le cui premesse lasciano ancora una volta non sperare per il meglio. Il tifo si fa sempre, augurandosi che come un UFO cada improvvisamente qualcosa dal cielo a illuminare il buio pesto.

Laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo all'Università Sapienza di Roma, al momento prosegue lo studio accademico del mondo del cinema. Interessato attivamente nella sfera della critica cinematografica, è caporedattore per la webzine studentesca DassCinemag e autore all'interno delle redazioni di Anonima Cinefili, Fabrique du Cinema e StayNerd, con pubblicazioni anche sulla rivista culturale Singola. Il suo unico credo è quello dettato dalla Forza. This is the way.