L’altra faccia della medaglia

Lo chiamavano Romanzo Criminale. Coi superpoteri. Estremizzando, possiamo dire che questa sia la sintesi più cinica e bieca di una pellicola che in realtà non dispiace, seppur contenga i vizi dell’ultima moda di fare cinema in Italia. È il primo grande bivio di fronte al quale ci pone questo film: questa tendenza non va vista necessariamente in negativo, ma come tutte le cose buone, ad abusarne si rischia di stancare, e non emozionare più.

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Partiamo da un pregio. L’idea di base è grandiosa; tra i registi del Belpaese solamente Gabriele Salvatores con Il ragazzo Invisibile, uscito lo scorso anno, aveva pensato di trasferire i superpoteri sul grande schermo, e così Mainetti (del tutto autonomamente, vista la sua passione per l’anime) replica a modo suo, con un’opera molto diversa da quella appena citata. Il già esposto paragone con i vari Romanzo Criminale, o Gomorra, o Suburra è frutto di un’evidente base dalla quale il regista sceglie di partire, ovvero quella della sfera criminale legata alla periferia e a quelle dinamiche che già abbiamo apprezzato a più riprese in diversi film e serie tv nel corso degli ultimi anni. Il canovaccio è sempre lo stesso: malavita; guerra tra bande; un paio di personaggi di spicco – possibilmente villain – in grado di stregarci per via del radicato fascino che il male esercita sull’uomo; qualche scena di violenza, ed il gioco è fatto. A dirla tutta, nonostante sia folle non ammettere lo spessore della performance di Marinelli, interpretare un personaggio come lo “zingaro”, o come “Numero 8” di Suburra, e i vari cloni visti in giro di recente, non è per nulla complicato. Un minimo di predisposizione alla recitazione, e se sei nato a Roma (perché le figure in questione sono romane, n.d.R.) e in più la realtà periferica ti ha appena sfiorato, non è l’impresa più ardua del mondo calarsi nella parte e farlo anche piuttosto bene. Tuttavia l’aspetto macchiettistico del duello tra protagonista ed antagonista è frizzante e divertente, per cui, se andiamo oltre una razionale critica, l’intreccio narrativo e lo sviluppo dei personaggi è assolutamente indovinato.

Lo_chiamavano_Jeeg_Robot

A tal proposito va segnalata la grande prova attoriale di Claudio Santamaria, che si conferma uno dei migliori interpreti italiani della sua generazione ed uno dei pochi degni di un simile appellativo. Il suo Jeeg è un uomo goffo, triste e disadattato, ma viscerale e con un animo buono, nascosto per anni dietro una coltre di ermetismo, messa finalmente alla luce grazie all’amore. Parole di elogio vanno spese anche per l’esordiente Ilenia Pastorelli, che non soffre minimamente l’impatto con la telecamera e convince in un ruolo delicatissimo. Il ritmo narrativo è fluente e lineare, fa sorridere pur prendendosi sul serio, ha con sé l’action ma non ne eccede. Eppure a questo film manca qualcosa. Il cinema italiano ci ha talmente ingozzato di robaccia, che appena ci propone una pietanza sufficiente ci sembra di mangiare caviale. Ci piange il cuore, perché vorremmo gridare al mondo che anche in Italia siamo in grado di realizzare una favolosa pellicola di un antieroe in stile Deadpool, ma abbiamo il dovere di ammettere che non è così.

lo chiamavano jeeg robot

Non si tratta di budget, anzi leviamoci tanto di cappello di fronte ad un risultato visivo impeccabile, considerati i mezzi a disposizione, con una fotografia mirabile, un montaggio che ammicca ad un certo tipo di superhero movie, ma al contempo è conscio di non potercisi avvicinare, ed una regia sorprendente. Ciò che manca è l’anima. Lo chiamavano Jeeg Robot è la storia ostinata di un supereroe con la maschera fatta con l’uncinetto, che sguazza nel suo territorialismo, che non prova a volare via perché ha paura di scoprire che se salta sa semplicemente atterrare senza farsi male. Il più grande rammarico è quello di aver visto un buon film, ma che non ci ha stupito, che si è reso schiavo della banalità della morale, e ci ha raccontato per quasi due ore la vita di un uomo il quale è tutto fuorché un supereroe, per poi dimenticarsene e strizzare l’occhio ad una sterile convenzione.
Tuttavia se vogliamo chiudere col bicchiere mezzo pieno, ringraziamo Mainetti per averci quantomeno regalato un prodotto godibile ed a tratti divertente, e soprattutto per averci evitato le squallide e trite commediole che sbancano solitamente i nostri botteghini. Di questi tempi non è poco.

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