La meglio gioventù secondo Zerocalcare

Le delusioni dell’età matura seguono le illusioni della gioventù.

Benjamin Disraeli

Ah, la giovinezza! È la materia prima di poesie, romanzi, storie e sognatori, fonte di alcune delle più alte prove letterarie di sempre e centro delle liriche eroiche degli antichi, il ritornello caldo delle serate con una chitarra in mano e la grande, breve primavera dell’esistenza. Per molti sembra sopravvivere all’infinito, in barba all’età anagrafica, mentre altri non sanno nemmeno cosa sia. Per alcuni dura il tempo di un’estate e per altri ancora sparisce all’improvviso, in un battito di ciglia. Al di fuori di ogni retorica, per quasi tutti è un momento di crescita, un periodo che forgia e prepara a quello che viene chiamato “il resto della tua vita“, la vita adulta. A volte tendiamo a sottovalutarlo, ma è in quel frangente che si forma gran parte della nostra identità, che vengono messe le fondamenta per quello che saremo un giorno. E, spesso, ci condiziona. Quello che accade quando siamo giovani, sia le cose positive che negative, ce le porteremo dentro fino alla fine e potrebbero, di conseguenza, generare miracoli o creare mostri. Peggio ancora quando il processo non si completa, quando si rimane fermi al palo non per volontà propria o per incapacità, bensì a causa di fattori esterni che ti hanno imprigionato lì, sul guado, a metà tra l’adolescenza e la vita adulta. Ormai troppo vecchi per essere giovani e troppo immaturi per essere emancipato. E di questo ci parla Macerie Prime – Sei mesi dopo, la seconda parte del fumetto di Zerocalcare uscito a novembre, arrivata nelle librerie il 7 maggio 2018.

Sono passati sei mesi, ma niente sembra cambiato tra Zero e i suoi amici. Il loro rapporto si è bloccato a quel litigio che li ha separati, a causa del bando della Regione Lazio che potrebbe, in caso di successo, cambiare finalmente le loro vite. Anzi, alcune sono già cambiate. Katja e Deprecabile si sono lasciati, perché ormai hanno capito di volere cose troppo diverse e di non poter più stare insieme come prima. Secco, incredibilmente, insegna a dei bambini e ama questo suo nuovo lavoro, nonostante i suoi soliti problemi con la legge. Sarah continua a sopportare un impiego che odia e una compagna non la sostiene più di tanto. E l’amico Cinghiale, forse quello che è cambiato più di tutti, ha avuto una figlia e cerca in ogni modo di diventare autonomo, di staccarsi dai genitori e di diventare, a sua volta, un padre di famiglia. Poi c’è Zero che, a causa dei suoi troppi impegni, ha deciso di rinunciare al suo classico atteggiamento da buon samaritano, ha cacciato l’Armadillo e l’ha sostituito col Panda dello sticazzi, personificazione del menefreghismo e dell’egoismo che ora guida le sue scelte. É cambiato tutto, il microcosmo di Rebibbia è andato in pezzi e gli amici di sempre si sono separati. Ma i risultati del famoso bando potrebbe cambiare tutto ancora una volta e avere conseguenze imprevedibili.

Di Zero e della sua fortuna editoriale abbiamo già ampiamente parlato nella recensione della prima parte di Macerie Prime (che potete trovare qui). Ci siamo divertiti a sviscerare un po’ il fenomeno romano e anche a snocciolare qualche numero (che male non fa), oltre a citare alcuni dei suoi successi più famosi. Avendo in mente un paio dei suoi titoli, potrebbe stranire un po’ leggere la sinossi di questo Sei mesi dopo e confrontarlo con quelle di altri suoi libri più famosi. Non che Michele Rech non abbia mai affrontato temi importanti e profondi, come in Dimentica il mio nome, o altri potenzialmente scottanti o intricati, come in Kobane Calling. In tutte queste occasioni, però, gli argomenti venivano trattati con un filtro personale, che li comunicava in maniera sincera caricandoli di sfumature ed emotività, attraverso lo sguardo dell’autore che non esitava a prendersi un po’ in giro, a sfottersi. Le vicende esterne, degli altri personaggi, c’erano ma passavano ogni volta per la sua prospettiva e ne venivano, per forza di cose, condizionati. Stavolta, invece, Zerocalcare si è fatto da parte. Non è sparito, tranquilli: c’è ancora e svolge il suo ruolo, come dovrebbe essere. La differenza è che non è lui a raccontare il mondo che lo circonda, è il mondo stesso che parla di se e finisce per parlare anche di lui. Si tratta della “fauna” di Rebibbia, il cast di comprimari che fin dalla Profezia dell’armadillo fa da sfondo alle tragicomiche avventure del fumettista romano. Un cast che, mai come ora, si mostra con i volti, le ansie, le paure e i tormenti degli amici di Zero: Katja, Deprecabile, Cinghiale, Sarah e l’inimitabile Secco. Già lo avevamo notato sei mesi fa: sono loro i veri protagonisti di Macerie Prime. E, insieme a loro, lo sono anche un’intera generazione di ragazzi.

Quanto si sente parlare oggi, in Italia, dei giovani?Fateci caso. Ogni giorno, da qualunque sito o organo d’informazione, riceviamo dati sulla disoccupazione giovanile, allegate al solito commento in sordina che sottolinea la gravità della situazione, oppure fantomatici esperti che si dichiarano dei luminari della materia, pronti a saltare in cattedra a dire esattamente ai “ggggiovani” quello che devono fare, quello che non devono fare, che devono darsi una mossa, eccetera, eccetera, eccetera. Il che, intendiamoci, sarebbe normale nell’economia della solita pantomima italiana che vede al centro, da tempi immemorabili, il sedicente tuttologo pronto a sparare sentenze, l’uomo comune eletto a capopopolo e pronto a sciorinare la sua solita sequela di qualunquismi. Eppure, nella banalità della cosa, quando si parla della gioventù c’è un’ulteriore anomalia che cozza con la già ridicola farsa in atto: si tratta di anziani. Anziani che discutono su quelli che potrebbero essere i loro nipoti, con la pretesa assurda non solo di capirli ma di potergli anche fare la morale. Non si scappa da questo cortocircuito che sa di commedia pirandelliana. E inoltre, paradosso dei paradossi, i giovani che tentano a loro volta di comunicare con i coetanei si trovano a farlo attraverso procedimenti desueti o sbattono sull’incapacità di stabilire un dialogo, vero e costruttivo, perché alcuni di quegli stessi ragazzi sono ormai irraggiungibili, appartengono già ad un’altra realtà. I trentenni/quarantenni, i nativi degli anni 80′, sono una generazione annichilita, frammentata, dispersa e svuotata che si è ritrovata completamente staccata dalla storia: fuori dal mondo degli adulti e da quello dei ragazzi. Per molti di loro sembra quasi di stare nel Limbo, il girone infernale della commedia dantesca dove sostano coloro che non erano nati agli albori del Cristianesimo e non sono stati battezzati, colpevoli solo di venuti al mondo nel momento sbagliato e per questo non possono stare né da questa parte né dall’altra, né nell’Inferno che nel Paradiso. Eppure, le sofferenze che questa generazione deve patire assomigliano molto a quelle inflitte dai diavoli ai peccatori.

L’Italia ha un problema con i giovani, mentre fuori i giovani sono il motore del mondo. Quante abbiamo sentito parlare dei tanti mali della gioventù nostrana, come la disoccupazione, la dipendenza sempre stretta con i genitori, l’impossibilità di realizzarsi autonomamente? Talmente spesso che ormai, complice anche una comunicazione retorica e vuota da parte di mezzi di informazione, ci si siamo abituati a considerarla come la normalità, lo status quo delle cose e non per quello che è: un’aberrazione destinata a condizionare irrimediabilmente il futuro e il presente di questo paese. Ma, soprattutto, ad averla realizzata con la normalità sono le stesse vittime che stanno patendo tutto questo: la generazione degli anni 80′. Ed è proprio a loro, con una profondità e un vigore quasi inediti, che si rivolge Macerie Prime. Già l’avevamo visto nella prima parte. Ma se lì sembrava emergere una visione più paternalistica e benevola, con tante di battutine, siparietti e scenette, stavolta quella che viene fuori è una critica sferzante priva di indulgenza. Dopo aver decantato, nei precedenti lavori, le gioie, le ansie e le manie dei trentenni/quarantenni, a volte mettendoli alla berlina e a volte mitizzandoli, sempre però attraverso una chiava ironica e scanzonata, stavolta Zero gli rivolge uno sguardo duro e quasi impressionante nella sua asprezza. Li accusa (e di conseguenza si accusa) di aver tradito se stessi, quelli stessi ideali con cui sono cresciuti, di essere fatti sopraffare dal nemico nel momento più buio quando avrebbero dovuto stare insieme e affrontare la minaccia. Dunque, più che i suoi coetanei, Zero punta il dito contro il nichilismo odierno, contro l’egoismo, l’elevazione dell’io ad solo e unico dio e sembra quasi esortarci tutti, indifferentemente dall’età, a recuperare quel valore che è insito nell’umanità e che l’era moderna sembra aver dimenticato: il senso del gruppo, della società, il vecchio motto (ma sempre vero) dell’unione che fa la forza. Il risultato è forse il ritratto più efficace, potente e pungente dello psicodramma giovanile in Italia.

Il tutto, ovviamente, raccontato con una cifra stilistica ormai nota e apprezzata. Nonostante questa rivoluzione copernicana nei temi e nei modi di raccontare, quasi nulla è mutato per quanto riguarda lo stile se non una percettibile acutezza, un’ulteriore miglioramento sul piano della fruizione, attraverso uno stile comunicativo semplice che è, da anni, il marchio di fabbrica della casa. Ma senza impedire all’autore di trattare temi alti, diversi, impegnati. Quella che per molti è una zavorra per Zero è sempre un vantaggio, il suo asso nella manica: una facilità comunicativa che trova una chiave diretta per veicolare temi complessi. La grande forza, la carica innovativa delle sue storie sta proprio qua: un registro intuitivo che, partendo dal basso, riesce a trasmettere contenuti nella più grande chiarezza possibile. Basta sfogliare rapidamente le pagine per rendersi conto di questa dote straordinaria, affinata nel tempo: la potenza di certe tavole, di determinate scene, è tale da rendere Zerocalcare un eccezionale comunicatore di idee visive. E questa è, senza dubbio, la qualità che lo rende un fenomenale narratore per immagini, capace di padroneggiare al meglio questo aspetto che è il cuore del fumetto come mezzo espressivo. E ciò a prescindere da qualsivoglia discorso sul tratto, sullo stile personale o sull’utilizzo dei bianchi e dei neri: è la sua poetica vista dall’alto, nel suo complesso.

Verdetto

Zerocalcare guarda in faccia se stesso e la sua generazione, mettendone a nudo i sentimenti diffusi, mostrandone gli alibi e le colpe. Con questa seconda parte di Macerie Prime, il fumettista di Rebibbia rivoluziona il suo intero cast, rivoluzionando i suoi temi e la sua personale visione. Ormai sono lontanissimi i tempi delle strisce, delle battute in romanesco e delle personificazioni della cultura pop: Michele ha ormai raggiunto la piena maturazione sul lato del contenuto, mentre per quanto riguardo lo stile l’aveva già realizzata tempo fa. Una maturazione che gli permette di essere l’unico a parlare com’è necessario del grande male di questi tempi in Italia: la condizione giovanile.

Elia Munaò, nato (ahilui) in un paesino sconosciuto della periferia fiorentina, scrive per indole e maledizione dall'età di dodici anni, ossia dal giorno in cui ha scoperto che le penne non servono solo per grattarsi il naso. Lettore consumato di Topolino dalla prima giovinezza, cresciuto a pane e Pikappa, si autoproclama letterato di professione in mancanza di qualcosa di redditizio. Coltiva il sogno di sfondare nel mondo della parola stampata, ma per ora si limita a quella della carta igienica. Assiduo frequentatore di beceri luoghi come librerie e fumetterie, prega ogni giorno le divinità olimpiche di arrivare a fine giornata senza combinare disastri. Dottore in Lettere Moderne senza poter effettuare delle vere visite a domicilio, ondeggia tra uno stato esistenziale e l'altro manco fosse il gatto di Schrödinger. NIENTE PANICO!

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