Il 1962 più buio che umano possa ricordare

Ormai le strade attraverso cui riusciamo a vedere telefilm più o meno impegnativi sono tantissime. Dai web-progetti amatoriali ai canali via cavo, passando per tv più o meno nazionali, vengono prodotti migliaia e migliaia di minuti di filmati destinati all’entertainment, dove le idee più stravaganti si incontrano con il pubblico più variegato. Così ci troviamo che Amazon, il colosso delle vendite online, ormai con le mani in pasta ovunque, finanzia un progetto ambizioso, che vede tra i produttori e promotori niente meno che Ridley Scott e sullo sfondo il nome di Philip Kindred Dick e di una delle opere più belle e amate (e controverse): The Man in the High Castle. In questi giorni è uscito in anteprima per il sistema di video on demand di Amazon la prima puntata del serial scritto da Frank Spotnitz (già conosciuto per il suo lungo lavoro a X-Files) e noi di Stay Nerd eravamo lì a vederlo per il vostro sollazzo.

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Una storia sconosciuta

Per chi negli ultimi cinquanta anni non avesse potuto mettere le mani su una copia del romanzo, diciamo che la storia inventata da Dick parte dal presupposto che a un certo punto della Seconda Guerra Mondiale qualcosa sia andato storto, facendo deviare il corso degli eventi. Il risultato è che a vincere il grande conflitto questa volta sono i Nazisti con i loro alleati al seguito, in particolare i Giapponesi. Questa premessa mondiale serve immediatamente a stringere il campo sugli Ex Stati Uniti. Analogamente al libro, il telefilm parte da questo presupposto per mostrarci come è stata spartita l’America al termine del conflitto. La Costa Ovest fino alle montagne rocciose è in mano all’Impero Giapponese, mentre la Costa Est è controllata dai tedeschi del Reich. Tra l’uno e l’altro, a cavallo delle Montagne rocciose c’è una cintura cuscinetto, la Zona Neutrale, una sorta di terra di nessuno che serve da ricettacolo per la fauna sociale che riesce a scappare dalle due nazioni.
man-in-the-high-castle (1)In questo teatro sconvolto si muovono i tanti personaggi nati dalla penna di Dick e qui portati sullo schermo da un pool di attori decisamente all’altezza. Iniziamo con Joe Blake (Luke Kleintank), camionista giovane e pieno di energie che decide di rispondere a un annuncio di lavoro un po’ particolare, nel bel mezzo del Reich; la bella Juliana (Alexia Davalos) che si trova coinvolta in uno strano traffico contro la sua volontà, ; Frink (Rupert Evans), ebreo sotto mentite spoglie per sfuggire dall’incubo nazista e rifugiato nell’impero Giapponese e un inquietante e fumoso Victore Baynes (Carsten Norgaard), uomo d’affari svedese che ha qualcosa da nascondere. A completare il quadro, gli intrighi politici, le atrocità commesse dall’una e dall’altra polizia e una situazione politica internazionale che è sull’orlo del collasso.

Tutti questi personaggi si muovono, volontariamente o involontariamente, intorno a un misterioso filmato, dal titolo The Grasshoper Lies Heavy, che rischia di destabilizzare l’intero universo sociale in cui si svolge il racconto. L’importanza di questa pellicola è tale da spingere le Nazioni in gioco e la Resistenza a fare il tutto per tutto per distruggerla o proteggerla (a seconda dello schieramento).

La prima cosa che viene spontaneo fare di fronte a questa prima puntata è quella di trovare le differenze con il romanzo. Ce ne sono diverse, ma davvero dobbiamo star qui a raccontarle tutte, soprattutto considerando che le libertà narrative sono comunque di poco conto e finora non sappiamo quanto possono incidere sullo svolgimento della trama? Parleremo solo di una delle cose più eclatanti e cioè che The Grassohoper Lies Heavy è diventato un film, anziché un libro (come nel romanzo). E’ una cosa buona? E’ una cosa cattiva? Non ci interessa, in realtà, perché è esclusivamente una scelta funzionale: è più facile mostrare filmati e immagini in un telefilm anziché lasciar scorrere parole o riempire i dialoghi di passi recitati da un libro fantomatico. Quindi, a tutti i puristi del romanzo, prendetevela pure voi una licenza narrativa ogni tanto e seppellite l’ascia del censore…
Dopo aver messo questi piccoli puntini sulle i, proseguiamo con qualche considerazione su questo pilot. In due parole: è bello. E’ realizzato con cura e maestria, è ben scritto e si lascia guardare con gusto. Il ritmo è lento, anche se le cose che accadono in una sola puntata sono tante e ben distribuite.

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La storia corale è architettata in maniera tale che tutti abbiano il loro momento clou, senza lasciare che lo spettatore perda di vista uno o più personaggi. I colpi di scena, che sono e saranno tanti, vengono fuori nella maniera giusta, per mettere carne al fuoco al momento opportuno e l’episodio si chiude con un cliffhanger e una rivelazione da mangiarsi le unghie.

Ovviamente chi conosce il libro sa cosa succederà ma ciò no toglie che l’opera così come è iniziata è veramente accattivante e spinge a farsi vedere.

man-high-castle_3166929bVisivamente parlando, il telefilm è contemporaneamente gradevole e sgradevole. La parte bella è ovviamente la realizzazione tecnica molto sopra la media, con panorami e scorci ben integrati all’interno delle inquadrature, ricostruzione dei monumenti opportunamente modificati per renderli consoni al periodo ucronico descritto. Si va dalle svastiche che campeggiano enormi su Time Square, fino ai soli nascenti e all’iconografia giapponese spalmata su San Francisco (che almeno non si chiama San Fransokio…) L’intervento dei designer ha saputo tratteggiare bene le città e gli ambienti che mostrano un look anni 60 a metà tra l’europeo prebellico e l’americano di Grease, con tinte fosche e cupe dove i grigi e i marroni la fanno da padrone. La gravità delle ingiustizie sociali e della dominazione (da tutte e due le parti) trasudano da ogni inquadratura, permeando l’intera scena.

E proprio da questo deriva la contestuale sgradevolezza: la rappresentazione di un occidente nazista, con le stelle della bandiera americana sostituite da una svastica, è quasi dolorosa, perché ti induce automaticamente a pensare ‘E se fosse andata davvero così?’. Diventa un cortocircuito che spinge a chiedersi se quello che stiamo vedendo (o quello che stiamo leggendo, se riferito al libro) non sia invece la realtà, ribaltando tutto fino a specchiarsi nella fiction come se fosse una finestra di qualcosa che è accaduto realmente. Ecco, sta qui la forza della storia inventata da Dick e abilmente trasposta sul piccolo schermo: essere troppo verosimile e pungente, troppo coinvolgente, da farsi quasi prendere sul serio: è questa la vera essenza di una distopia, come avremo modo di vedere più in là. Rimanete in ascolto.

Man-In-the-High-Castle (2)In calce a questa piccola analisi del Pilot di The Man in the High Castle, voglio aggiungere una cosa davvero terribile. La produzione è in mano Amazon con la sua divisione TV. Finora è stato girato e distribuito il primo episodio solamente. Purtroppo per noi, Amazon ragiona diversamente dai normali network. Lei si limita a fare il pilot e poi controlla le classifiche interne di visualizzazione sulla sua piattaforma di video on demand. Se la risposta del pubblico è accettabile, allora si procede con le altre puntate. Altrimenti nisba. Esiste quindi il rischio concreto che un secondo episodio o l’intera serie non veda mai la luce. Noi speriamo di no, anche perché, se le premesse sono buone, possiamo pensare che in una potenziale seconda stagione vengano sviluppate le idee del seguito a questa storia già buttate su carta dallo stesso Dick ma che non videro mai la luce sotto forma di racconti… Chissà…

Lasciateci sognare…

[icons icon=”icon-thumbs-up” color=”#81d742″ size=”60″] Cosa ci è piaciuto?

La storia era incredibile 50 anni fa, e lo è tuttora. La realizzazione tecnica punta su un’iconografia perfettamente in linea con gli argomenti trattati, senza eccedere e neanche lasciare troppo al caso. Non c’è nessuna San Fransokio.

[icons icon=”icon-thumbs-down” color=”#dd3333″ size=”60″] Cosa non ci è piaciuto?

L’idea terribile che questo episodio possa essere l’unico che vedremo, grazie alla politica inquietante di Amazon.

[icons icon=”icon-play” color=”#ff963a” size=”60″] Lo continueremo a vedere?

Certo che sì, sempre che Amazon ce lo permetta…

Vittima del mio stesso cervello diversamente funzionante, gioco con le parole da quando ne avevo facoltà (con risultati inquietanti), coltivando la mia passione per tutto quello che poteva fare incazzare i miei genitori, fumetti e videogiochi. Con così tante console a disposizione ho deciso di affidarmi alla forza dell'amore. Invece della console war, sono diventato una console WHORE. A casa mia, complice la mia metà, si festeggia annualmente il Back To The Future Day, si collezionano tazze e t-shirt (di Star Wars e Zelda), si ascolta metal e si ride di tutto e tutti. 42.

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