Dall’app alla serie tv

Il tentativo di coinvolgere gli spettatori sempre più nella visione di un’opera, film o serie tv che dir si voglia, è un’ambizione antica presente fin da quando esiste quella telecamera capace di catturare (e di conseguenza mostrare) immagini in movimento. Prima il passaggio dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, poi gli esperimenti sulla soggettiva negli anni 40′, l’invenzione della steadicam, fino ad arrivare ai nostri turbosmartphone di nuova generazione, in una continua gara tecnologica e tecnica per la ricerca dell’altrui attenzione. Per non parlare poi dei media dove, in parte o in tutto, i fruitori possono indirizzare l’andamento della trama tramite scelte di varia natura oppure prendendo direzioni completamente in controtendenza rispetto a quella consigliata. Ovviamente stiamo parlando dei videogiochi, che hanno fatto dell’immedesimazione tramite pad il loro mantra, o degli esperimenti su carta come i famosi librogame o le storie ” a bivi” (per citare un caso italiano alla portata di tutti, ovvero Topolino). L’obiettivo era (ed è) uno solo: tirare dentro il pubblico (oggi l’utente) in un’esperienza sempre più immersiva. Il cinema cerca di trovare la formula magica da decenni, ormai, varando soluzioni e innovazioni, spesso barocche e più spettacolari che pratiche (come il 3D), e a volte puntando su immagini “povere”, come quelle di un telefono. In ogni caso, stiamo parlando dell’Eden, il paradiso proibito che ciascun demiurgo dello show business spera un giorno di raggiungere. Tra questi, ci ha provato anche il (grande) Steven Soderbergh con Mosaic, una nuova serie dall’insolita natura in’onda su Sky dal 30 gennaio. Ci riuscirà?Abbiamo visto le prime due puntate per rispondere a questa domanda.

A Summit, nello Utah, la polizia cerca il responsabile dell’omicidio di Olivia Lake (Sharon Stone), un’autrice cinquantenne di fama mondiale che ha scritto un classico per bambini venduto in tutto il mondo. Le indagini sembrano subito puntare verso i due maggiori sospettati: Joel Hurley (Garrett Hedlund), giovane artista ex inquilino della donna, e Eric Neil (Frederick Weller), il suo fidanzato, dal passato tutt’altro che chiaro. La narrazione si sposta a quattro anni prima, raccontandoci tramite flashback come si sono conosciuti tra loro i vari personaggi. Joel è un barman senza prospettive, appassionato d’illustrazione e disegnatore dilettante, che trova nell’incontro con Olivia la sua grande occasione per sfondare. Eric è invece un truffatore che, ingaggiato da alcuni rivali per sedurre e ingannare l’autrice, finisce per innamorarsene. Durante la notte di capodanno, dei duri litigi tra queste tre figure si susseguono fino al gesto finale che porta l’assassinio della Lake… Chi è il colpevole?

Così descritta, l’ultima fatica di Soderbergh (e dello sceneggiatore Ed Solomon, famoso per la saga di Men in Black), sembrerebbe un normalissimo crime fiction talmente altolocato e raffinato che non sfigurerebbe tra i libri di Agatha Christie. E forse le sarebbe piaciuto: le atmosfere gelide, candide, delle montagne innevate, una donna forte e di successo come protagonista (e vittima), una storia di intrighi e di speranze disilluse che gira intorno ad un misterioso assassino. Invece, questo plot consueto e canonico non deve trarre in inganno: in Mosaic c’è ben poco di tradizionale. Prima di tutto per il fatto, tenetevi forte, che non è una serie da consumare sullo schermo di un televisore, magari rintanati sotto qualche coperta calda sul divano, no: nasce come prodotto fruibile tramite una specifica app, chiamata appunto Mosaic. E se questo già non vi ha colpito, aggiungiamoci pure che l’intera vicenda è stata pensata per essere seguita attraverso uno sviluppo non lineare. Infatti, nelle intenzioni iniziali, una volta visto il prologo, lo spettatore avrebbe potuto decidere che strada intraprendere per proseguire la storia, optando per la prospettiva di un personaggio a scelta tra quelli disponibili. Non solo: oltre alla normale fruizione, sarebbero comparse schede di approfondimento, contenuti aggiuntivi, info e appendici, come se fosse un autentico Cluedo o, per restare in tema, un gioco scaricato tramite app. L’idea nasce dall’intenzione, neanche tanto velata, di mostrare prospettive diverse e restituire la sensazione di una storia vissuta da più persone contemporaneamente, così da permettere all’utente di avere la visione d’insieme più ampia possibile, da qui il titolo Mosaic.

La natura, oseremmo dire, quasi videoludica di Mosaic prevedeva che esso fosse fruito esclusivamente tramite mobile e il passaggio sul format delle serie tv è stato successivo, nato da un’abbastanza spudorata esigenza di far quadrare i conti. HBO è stata felice di poterci mettere sopra le mani e di offrire qualcosa di nuovo al suo pubblico sempre affamato di novità, cosa che non ha esitato di fare anche Sky Atlantic dalle nostre parti. Purtroppo, com’è prevedibile pensare, questa scelta azzoppa completamente il progetto trasformandolo in una narrazione sequenziale troppo simile a tante altre e che, anzi, lo danneggia. Ben altra cosa è, infatti, guardare una storia su uno schermo ridotto rispetto alla visione su un televisore in full HD e questo scarto si avverte nettamente fin da subito. La regia, pensata per le comode dimensioni di un iphone, si muove di conseguenza e l’inquadratura cerca di simulare costantemente quella di un telefono, come se lo spettatore fosse sempre lì a riprendere la scena. Il che, attenzione, non implica una bassa qualità dell’immagine. Anzi, spesso troviamo delle pregevolezze estetiche mica da ridere che riescono, nonostante tutto, a restituirci una percezione totale degli ambienti. In questo senso, è illuminante cosa Soderbergh riesca a fare per replicare sensazioni specifiche senza incappare nel tranello della pochezza. Quello che disturba è il passaggio a uno schermo più grande e più stabile: si balla troppo e la nausea rischia di attanagliare lo stomaco in molte occasioni. Il consiglio, per godersi pienamente Mosaic, è quello di servirsi dell’app, ma dato che non ne esiste una versione in italiano (e chissà mai se uscirà) probabilmente, per tutti noi abitanti del bel paese, l’esperienza resterà comunque monca e la rivoluzione ferma a metà. O, almeno, chi vorrà imbarcarsi nell’esperienza (altamente consigliata) della versione originale potrebbe soddisfare le proprie aspettative. Per gli altri, invece, nisba.

Queste considerazioni aumentano i sospetti (non poi tanti) sul fatto che la serie sia stata trapiantata a forza su una piattaforma che non gli competeva, così da avere qualcosa da lanciare nel calderone delle serie tv e poter spendere un nome quasi sempre sinonimo di audience (Soderbergh). Decisione che rischia di rivelarsi un boomerang capace di stroncare il progetto su entrambi i fronti, mettendone da una parte a nudo l’incapacità di rientrare nel rango della serialità e, dall’altra, la possibilità di figurare come esperienza immersiva. Non a caso, bastano queste prime due puntate per intuire che il prodotto ha delle lacune evidenti dal punto di vista televisivo. Per esempio la trama (troppo banale e priva del necessario mordente) e i contenuti non sempre all’altezza, in alcuni casi pretenziosi, oltre che una performance attoriale decisamente sottotono da parte dell’intero cast, fatta eccezione per Sharon Stone. La Stone, infatti, dopo aver passato almeno un decennio praticamente in ibernazione tira fuori una prestazione per certi versi sorprendente. Sembra trovarsi a suo agio nei panni della scrittrice Olivia Lake, personaggio che le permette, tra l’altro, di affrontare attraverso una certa sfumatura metanarrativa l’idea della vecchiaia, della solitudine e dell’ormai intrapreso viale del tramonto. La parte è scritta per lei e si vede: ogni volta che appare sulla scena riesce ad imprimere una moltitudine di sensazioni differenti, assomigliando contemporaneamente ad una figura materna, ad una donna sensuale, ad un’anima sola e tormentata e ad un’artista bramosa di lasciare la propria eredità intellettuale. Visto come si sono messe le cose per Mosaic, per questo suo essere ibrido che alla fine non lo porta da nessuna parte, la Stone diventa l’unico motivo valido per guardarlo. Anche se, trattandosi solo delle prime due puntate, non è detto che non possa migliorare, ma a causa di questa duplice natura (app e serie tv) il suo destino potrebbe essere già segnato.

Cosa ci è piaciuto?

L’idea di partenza, questo connubio tra mobile e serialità, il tentativo di mostrare la prospettiva di tanti personaggi contemporaneamente. Cosa che però rimarrà a noi negata, dato che in Italia l’app non è arrivata e, a questo punto, non arriverà mai.

Cosa non ci è piaciuto?

Il passaggio di formato mostra tutte le lacune del progetto e trasforma la visione in un qualcosa di mutilato, a cui manca il giusto contenitore che dia un senso al tutto. Di fatto, non c’è motivo di vedere la serie senza l’app, che comunque rimarrà un privilegio ad uso e consumo degli americani. Che senso può avere questo progetto per noi poveri, sfigati italiani? La sensazione è che Mosaic sia stato preso, tagliato e impacchettato come ulteriore prodotto da sparare nella giungla sempre produttiva delle serie tv, che tanto il pubblico mica protesta.

Continueremo a guardarlo?

No. Senza l’app, Mosaic rischia di rimanere una grande incompiuta, una visione mancante di un pezzo (il più importante) e che promette, al massimo, di far aumentare la frustrazione per quello che poteva essere. Sul televisore, l’unica cosa che merita di essere vista è Sharon Stone, in stato di grazia. Per chi fosse veramente interessato all’esperimento, il consiglio è quello di scaricarsi la versione mobile e studiarsi l’inglese.

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