I manga del sensei arrivano anche in Italia, soprattutto grazie all’Osamushi Collection di Jpop, consentendoci di conoscere ancora di più l’amore del maestro per l’arte occidentale.

Parlare di colui che è considerato il “dio dei manga” non è assolutamente semplice, considerata la sua prolificità: si stima che Osamu Tezuka abbia scritto più di 700 storie, se teniamo anche in considerazione quelle che sono rimaste incomplete dopo la sua tragica morte nel 1989, avvenuta con la matita in mano fino all’ultimo istante. Un uomo così innamorato dei manga da abbandonare la sicura carriera da medico pur avendo concluso gli studi e ottenuto la laurea, per esordire a soli diciotto anni con il suo primissimo manga, Maachan no Nikkichō. In totale, più di quarant’anni dedicati al manga e all’animazione che dimostrano che il titolo conferitogli non è assolutamente immeritato: dal suo debutto, l’evoluzione della tecnica e dei contenuti dei suoi manga ha spianato la strada per l’attuale panorama del fumetto giapponese e questo è stato possibile anche grazie al grande interesse di Tezuka per l’arte occidentale, in particolare per cinema e letteratura. Da questi ambiti il maestro ha tratto a piene mani storie, personaggi, contesti per i suoi manga, che in seguito sono diventati iconici e hanno ispirato a loro volta altri grandi titoli.

L’opera che permise a Tezuka di farsi notare fu Shin Takarajima, una nuova versione del romanzo L’isola del tesoro di Stevenson, nella quale il mangaka cominciò a mostrare l’influenza che le produzioni occidentali (in particolare quelle americane) esercitavano su di lui. In questo fumetto, infatti, non solo l’ispirazione veniva da un classico della letteratura inglese, ma anche dal cinema, del quale Tezuka cercava di riprodurre le inquadrature, tanto che la disposizione delle vignette sembra quasi come veder scorrere una pellicola cinematografica. Il tutto disegnato in un tratto curvilineo, semplice e tuttavia caratteristico del sensei: personaggi dall’anatomia deformed, i loro occhioni e i dettagli accennati che li rendono perfettamente riconoscibili erano già elementi tipici di figure come Topolino e Betty Boop, ammirati da Tezuka e per questo presi a modello. Un approccio simile per quanto riguarda la sequenzialità di scene e vignette avviene anche in un successivo adattamento di un romanzo occidentale, stavolta russo: con Delitto e Castigo (1953), Tezuka, ora ben avviato nella sua esperienza di mangaka, ripropone lo stesso dinamismo cinematografico attraverso inquadrature statiche, come quelle una telecamera fissa, o sequenze di scene corali in cui possiamo seguire le azioni di numerosi personaggi in una volta sola.

Tezuka

Tuttavia, non bisogna credere che Tezuka non fosse in grado di creare opere da zero: per quanto le succitate traessero origine dalla letteratura occidentale, il maestro non le ricalca mai in maniera letterale riuscendo ad infondervi la propria vena creativa. Una creatività dominata da elementi ricorrenti, gli stessi che poi avrebbero dominato le scene del fumetto giapponese negli anni a venire: guerra, amore (non solo tra innamorati), fantascienza, tragedia, comicità, avventura… Tezuka si cimentò in diverse tematiche, senza relegare la propria fantasia a un unico genere. Un esempio più che calzante lo troviamo in Kimba, il leone bianco (Janguru Taitei, 1950), opera che segnò una svolta storica in quanto fu il primo prodotto animato a colori ad essere trasmesso in Giappone e il primo ad avere animali con personalità e atteggiamenti umanizzati (sarebbe scorretto dire antropomorfi, poiché mantengono completamente le fattezze animalesche in tutto e per tutto). Nella storia di Kimba, Tezuka sembra aver voluto inserire qualsiasi cosa potesse suscitare curiosità e divertimento nel lettore: comincia con eventi tragici quali la morte del re della giungla, padre di Kimba, e poi con il naufragio del leoncino che, dopo un anno in cattività, ritorna in Africa; prosegue quindi con le sue avventure, nelle quali sono sempre in agguato cacciatori e dissidi interni alla cerchia di Kimba, che vuole creare una società con gli animali della giungla non molto dissimile da quella che ha potuto vedere tra gli umani. Questi ultimi vengono rappresentati quanto più comicamente possibile, assumendo comportamenti esagerati dovuti alla loro caratterizzazione volutamente stereotipata. Kimba, il leone bianco, però, rimane ancora un’opera immatura e forse poco pensata da parte dell’autore, che probabilmente era più interessato a creare un senso di fascinazione attraverso i luoghi esotici e la presenza di animali parlanti come quelli dei cartoni occidentali, pur trattando temi come l’importanza della comunicazione tra “popoli” diversi per il mantenimento della pace e della sicurezza di tutti.

Tezuka

Sarà con opere quali La principessa zaffiro (Ribon no kishi, 1953) che potremo cominciare a intravedere una maturazione dell’artista sotto vari aspetti. Nel caso della protagonista di quest’opera, infatti, ci troviamo di fronte ad un personaggio molto particolare: Zaffiro è una principessa che si comporta da vero maschiaccio, assumendo anche l’abbigliamento maschile e il ruolo di cavaliere della giustizia per il proprio regno, minacciato dal perfido Duca che mira a prendere il trono. È palese come Zaffiro sia stata sicuramente fonte d’ispirazione per la maestra Riyoko Ikeda nella creazione della sua Oscar ed è sempre grazie a Zaffiro che nascono gli shoujo che conosciamo oggi. La sua storia d’amore, nella quale alla fine prevale il suo lato femminile, ha tutti quei tratti innocenti che caratterizzeranno questo e molti altri generi. Infatti, sono presenti numerosi elementi tipici delle fiabe occidentali: un regno, la famiglia reale a cui appartiene la protagonista, il principe di cui si innamora, perfino il destriero e il piccolo aiutante (nel caso di questo manga, l’angioletto), gli animali del bosco e i nemici dai poteri magici oscuri. Inoltre, Tezuka ribadisce quegli stessi valori che abbiamo visto in precedenza (fratellanza e unione), aggiungendovi un accenno di emancipazione femminile nella figura di Zaffiro, che decide di non rinunciare al suo essere donna e allo stesso tempo protettrice del proprio regno, al contrario delle regole stabilite.

Tezuka

Come si può evincere dalla sua esperienza d’amore piuttosto superficiale, tuttavia, Zaffiro era poco più che una bambina. Tezuka mise al centro di molte sue opere ragazzini in grado di fare cose straordinarie per la loro età e che per questo venivano a contatto col resto del mondo affidandosi solamente alla propria morale e alle proprie emozioni. Uno di questi, tra i più famosi in assoluto e ancora oggi rimasto nel cuore di molti fan del sensei, è naturalmente Astro Boy (Tetsuwan Atomu, 1952). Il piccolo robot costruito dal dottor Tenma ricevette anche i complimenti di Walt Disney in persona, poiché incarnava gli stessi valori dei suoi personaggi: innocenza, eroismo, giustizia, pacifismo, bontà, coraggio. Senza contare il suo design, che pur avendo un tratto più geometrico, richiama fortemente quello di Topolino (con indosso solo dei pantaloncini e le scarpe), mentre il suo background è molto simile a quello del nostrano Pinocchio: non solo condividono le origini artificiali ma perfino la breve esperienza nel circo. Tuttavia, Astro è un robot, potremmo dire un “burattino del XXI° secolo”, che si distingue quindi da quello di legno per la sua perfezione, tale da consentirgli di provare emozioni umane. La fantascienza di cui è permeato questo manga fu ciò che gli permise di distinguersi e di divenire il primo anime chiamato con tale nome prodotto dalla Mushi Productions, lo studio d’animazione di Tezuka fondata nel 1961.

Tezuka

Nonostante l’impegno con la Mushi Productions prima e la Tezuka Productions poi, il maestro non trascurò carta e pennino, continuando a produrre manga di varia natura, nei quali infondeva sempre la sua personale visione delle cose. La storia dei tre Adolf (Adorufu ni tsugu, 1983), per esempio, dimostra ancora una volta quanto Tezuka si lasciasse ispirare da qualsiasi cosa incentrando la storia ancora una volta su dei ragazzini: Adolf Kamil e Adolf Kaufmann, la cui amicizia sarà indissolubilmente legata alla persona del più tragicamente famoso Adolf Hitler. Considerato uno dei suoi maggiori capolavori in quanto a maturità e complessità, anche qui la fanno da padroni il senso di giustizia e il grande pacifismo di Tezuka, che disse riguardo l’opera: “Se insegui quello che la società ti fa credere che sia il vero principio di giustizia, ti accorgerai che esso conduce a una sorta di egoismo dello Stato. Questo è sempre stato il mio soggetto preferito e l’ho ritratto molte volte. Ma La storia dei tre Adolf è il lavoro in cui sono riuscito a renderlo proprio come intendevo”. Tra l’altro, ne I tre Adolf, Tezuka rispettò molto attentamente i fatti storici, coinvolgendo non solo personaggi e avvenimenti europei ma anche giapponesi, come il caso dell’invasione della Manciuria da parte del Giappone, in una forte critica nei confronti del proprio Paese.

La poliedricità della fantasia dell’autore, perfino quando si trattava di avvenimenti storici, è infine ulteriormente confermata e sublimata nell’opera che lo accompagnò per tutta la vita, La fenice (Hi no tori), cominciata nel 1967 e portata avanti per oltre trent’anni. Probabilmente fu l’opera a cui più si sentì legato, poiché tornava sempre a lavorarci nel corso degli anni fino a raggiungere ben dodici cicli narrativi. Un’opera cosmica, che richiama in tutto e per tutto i racconti epici occidentali e i testi tradizionali sulle origini del mondo, ricca di simbolismo a partire dalla stessa fenice nel titolo: uccello presente nella mitologia occidentale e orientale, è la riprova di come entrambe le culture convivano armoniosamente nell’immaginario tezukiano, immortale come tutte le opere del dio dei manga anche attraverso i manga di successo di oggi.

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