Parole giapponesi intraducibili: conoscete anche queste?

Molti di voi avranno già visto parole come mono no aware, komorebi, tsundoku o ikigai spuntare di tanto in tanto su social e articoli online (compresi i nostri!), con tanto di immagine poetica di accompagnamento perché effettivamente molto evocative. Queste parole e altre espressioni giapponesi sono fondamentalmente intraducibili direttamente in italiano e necessitano, semmai, di intere perifrasi o spiegazioni: la lingua giapponese, anche per via della sua caratteristica più importante ovvero i kanji, è ricca di questi concetti spesso anche filosofici racchiusi in pochi caratteri di grande valore semantico.

Oggi vogliamo proporvi parole giapponesi intraducibili che magari non avete ancora avuto la fortuna di incontrare nel vostro errare per internet. Diteci quale per voi è la più evocativa o sentite più vicina alla vostra esperienza personale. È davvero facile avere familiarità con alcuni di questi concetti e forse approfondirete idee e parti del pensiero giapponese che non sapevate ancora identificare.

parole giapponesi intraducibili

Omoiyari

Con questa parola si esprime quel comportamento per cui agiamo o ci comportiamo con particolare riguardo nei confronti dell’interlocutore o in generale di terzi, specialmente se noi in primis abbiamo ricevuto attenzioni o qualcosa per cui esser grati e riconoscenti.

Un esempio molto semplice può essere ricondotto al momento del pasto: quando noi italiani diciamo “buon appetito!”, in giapponese, prima di gettarsi sul piatto, si esclama “itadakimasu” che è un’espressione formale per dichiarare che “si riceve umilmente” il cibo che si ha davanti. Da questo momento, può entrare in gioco il concetto di omoiyari: mangiare tutto, senza avanzare niente, è un modo per mostrare il nostro omoiyari, un pensiero verso chi si è prodigato a condividere il pasto con noi.

Omotenashi

Letteralmente significa “accoglienza, ospitalità” ma questa parola merita di trovarsi tra le parole giapponesi intraducibili perché indica tutto il cerimoniale e l’atteggiamento tenuto verso il diretto interessato, di solito un cliente.

In Giappone potrete notare che ci si prodiga molto nell’intrattenere e curare a dovere il cliente, per non creargli disagi cercando anche di prevedere una sua possibile necessità: ecco che allora, entrando in un negozio, abbiamo commessi che si inchinano a profusione e ci danno il benvenuto, un tassista ci apre la portiera della sua vettura, il resto che viene contato moneta per moneta per evitare errori, cameriere che si prodigano a darci tutto il necessario per la tavola… quando si entra in un’attività commerciale, state sicuri che come clienti verrete trattati da re.

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Nito-Onna

Questa è una di quelle espressioni che si riferiscono alle donne (onna), in particolare lavoratrici. Si sa che in Giappone diventare moglie e madre è ancora adesso considerato un obiettivo di vita da molte ragazze che si affacciano sul mondo del lavoro dopo la scuola, anche se con le dovute eccezioni lentamente in aumento.

Queste ultime sono quelle che forse si potrebbero indicare con il termine Nito-Onna, una delle parole intraducibili giapponesi più assurde della lista, perché serve a indicare una donna così impegnata e dedita alla propria carriera da non avere il tempo di stirare i vestiti e indossare dunque solo capi di maglieria che non necessitano di esser stirati. Insomma, è chiaro che in tale espressione si raccolgono diverse problematiche e convinzioni dure a morire sul ruolo della donna nel mondo del lavoro e dunque della società.

Yoko Meshi

Questa espressione è un gioco di parole giapponesi piuttosto interessante, di quelli davvero intraducibili e incomprensibili se tradotti letteralmente: “mangiare orizzontalmente”. Yoko significa “orizzontale”, mentre con Meshi si indica un pasto qualsiasi. Questa immagine è usata per evocare lo stress che si prova quando si parla una lingua straniera (lo abbiamo provato tutti almeno una volta!).

Ma cosa c’entra il mangiare orizzontalmente? Beh sicuramente non si tratta di una posizione comodissima per tenere in mano una ciotola colma di riso e le bacchette, ma queste parole dovrebbero far riferimento anche al modo in cui sono scritti libri, giornali e riviste in Giappone, cioè in verticale. Il discomfort, dunque, deriverebbe dal dover studiare e leggere, se non addirittura parlare, lingue come l’inglese scritte in caratteri latini e in orizzontale, con regole di pronuncia e di grammatica piuttosto diverse! Ecco quindi che con queste due parole, per quanto intraducibili, ci possiamo sentire più vicini ai giapponesi quando studiamo a nostra volta la loro lingua.

Tatemae e Hon’ne

Sì, stiamo barando inserendo due parole intraducibili in un solo slot, ma l’una sarebbe incompleta nella sua spiegazione senza l’altra, poiché si tratta di due concetti facenti parte della cultura e dei modi di fare giapponesi.

La parola tatemae è composta dai kanji di “costruire” e “davanti” e infatti indica letteralmente la facciata che mostriamo davanti a tutti, sconosciuti, colleghi di lavoro, compagni di scuola e perfino amici e famiglia talvolta, per non deludere le aspettative sociali che vengono riposte in ciascuno di noi: dall’essere dei gran lavoratori o studenti modello all’evitare di dire anche un semplice no a un cliente e fare prima tutto il possibile per dimostrare coi fatti che una cosa non c’è o non è fattibile.

Hon’ne è il suo opposto, il nostro vero io, quello che riveliamo solamente a coloro con cui abbiamo un legame più intimo e di fiducia tale da non temere giudizi o ripercussioni. Anche se questo può fuoriuscire anche dopo una pesante bevuta (basti vedere i numerosi esempi in anime e manga, con personaggi ubriachi che, parlando un po’ a vanvera, spesso rivelano i loro veri sentimenti), si tratta di qualcosa che di solito è bene non mostrare per il quieto vivere e per dimostrare di sapersi adattare ai doveri sociali. Non tutti riescono a mantenere questa netta distinzione tra le due facciate e, come sappiamo, molti preferiscono allora ritirarsi dalla vita sociale, rigettandone questi schemi rigidi e artefatti.

Kuidaore

Tra le parole intraducibili giapponesi che vi proponiamo, ci è sembrato giusto aggiungere anche questa, perfetta per noi italiani buongustai. Se mai farete un giro per Osaka, è possibile la troverete scritta su guide turistiche o pubblicità, in linea con le priorità della città.

Famosa per il suo street food, nel quartiere di Dotonbori avreste l’imbarazzo della scelta tra i vari locali e ristoranti pronti ad offrirvi una spettacolare esperienza culinaria da coronare appunto con l’espressione kuidaore, cioè “rovinarsi, andare in bancarotta per aver mangiato fino allo sfinimento”. Insomma, il luogo perfetto per un viaggio gastronomico ha perfino il termine ideale per spiegare come mai non riuscirete a entrare più nei vostri pantaloni.

Takane no Hana

Sicuramente vi sarete soffermati spesso a osservare quel pezzo da collezione che starebbe benissimo sulla vostra mensola o quel cofanetto in edizione limitata, brossurato e con inserti speciali. Il problema di questi oggetti è che, spesso, sono fuori dalla nostra portata (soprattutto economica, ammettiamolo) e perciò non si può far altro che ammirarli e desiderarli da lontano.

Anche in questo caso abbiamo delle parole giapponesi apposta per voi: Takane no Hana indica esattamente questo concetto di desiderio irraggiungibile, bello da guardare ma impossibile da ottenere. Oltre agli oggetti, si può anche applicare alle persone, così belle e ammirevoli da sembrare troppo lontane dalla nostra dimensione perché possano anche solo notarci. Letteralmente, questa espressione si potrebbe tradurre “il fiore sul picco”, che è un’immagine molto bella per descrivere una sensazione che rasenta la disperazione, non trovate?

Shouganai o Shikata ga nai

D’altronde, in situazioni come quella precedente, l’unica soluzione sarebbe quella di rassegnarsi. Se non facciamo nemmeno in tempo a metter da parte la somma necessaria per prendere l’oggetto del nostro desiderio oppure veniamo respinti senza nemmeno passare dal via, non resta che esclamare shouganai e andare avanti. Shouganai significa che “non c’è altro da fare”, è così che le cose dovevano andare e bisogna semplicemente mettersi l’animo in pace.

Queste sono parole giapponesi considerabili intraducibili non perché sia impossibile renderne il significato in altre lingue, quanto semmai per il fatto che sono state usate anche in contesti molto più vasti e al di fuori del controllo dei singoli individui, acquisendo così un carattere simbolico ancora più grande: emblematico fu l’uso che ne fece l’imperatore Hirohito, commentando lo scoppio della bomba atomica su Hiroshima nella sua primissima conferenza stampa del 1975: tale terribile evento, per quanto sconquassante e ancora oggi un’enorme ferita per il popolo giapponese, era inevitabile perché accaduto in periodo di guerra. Shouganai.

Torinese, classe '94, vive dal 2014 a Treviso. Un tempo faceva più spesso la pendolare per raggiungere l'università di Ca' Foscari di Venezia, dove studia lingua e cultura giapponese. Nel tempo libero guadagnato evitando i ritardi di Trenitalia, oltre a studiare e fare qualche lavoretto, spende e spande nella sua fumetteria di fiducia concentrandosi soprattutto sui manga, con alcune eccezioni per gli euromanga e le graphic novel; inoltre è entrata in una spirale di dipendenza da serie TV, dopo che con Netflix si è risolto il problema dell'attesa dei nuovi episodi, ed ogni martedì molla tutto per fare giochi da tavolo fino a notte fonda. Dopo un primo tentativo con un blog personale, entra in Stay Nerd nel luglio 2018 e qui comincia la sua prima esperienza come redattrice e caposezione anime e manga, nella quale cerca di trasmettere il proprio interesse per la cultura e le tradizioni giapponesi grazie alle conoscenze acquisite.

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