Memorie agrodolci di un’infanzia ferita

Capita di avere per le mani un fumetto che a una prima occhiata desti un po’ di sospetto, come un retrogusto fastidioso alla fine di bicchiere d’acqua rancida. Capita anche che questo fumetto non solo devi leggerlo, ma devi leggerlo anche attentamente per scriverci la recensione. E capita che sfogliandolo distrattamente non ti lasci prendere per niente dalla grafica, dai color,i e vorresti solo che il lavoro lo facesse qualcun altro. Purtroppo capita.

Poi, arrivi alla fine della centoventesima tavola, che ti sei sciroppato in meno di un pomeriggio, scrutando attentamente ogni particolare, sei lì che guardi la quarta di copertina di un libro chiuso sulle ginocchia e fissi il vuoto, mentre dentro di te ti ripeti: ‘Ma quanto sono coglione?’, una volta, due volte e ancora e ancora…

Perché questo è quanto mi è capitato leggendo Perché ho ucciso Pierre. Ed è stato una rivelazione.

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Un viaggio nel tempo

Perché ho ucciso Pierre è un’opera a quattro mani, quelle di Olivier Ka, scrittore e sceneggiatore francese, e di Alfred (al secolo Lionel Pappagalli), disegnatore e autore di fumetti, a cui se ne aggiungono altre due, quelle di Henri Meunier per i colori. Bisogna sottolineare che il vero padrone del racconto è però il solo Olivier Ka, che si è preso tutto lo spazio necessario per analizzare, sublimare e sconfiggere i demoni che lo tenevano inchiodato dalla tenera età di nove anni.

L’Autore si prende la briga di raccontarsi e ci raccontarci la sua infanzia, il suo rapporto con i suoi genitori e con i suoi nonni, la presenza quasi impalpabile del fratello, il suo mondo visto da una prospettiva bassa e distorta, quella di un bambino imberbe e un po’ ingenuo. All’interno della narrazione, scandita dalla crescita dello stesso protagonista, assume via via più importanza la religione cattolica, quella rifiutata dalla mamma e dal papà e invece così amata dai nonni, religione che si coagula in maniera quasi catartica nella figura di Pierre, giovane e istrionico prete che incrocia la strada di Olivier, iniziandolo a un  nuovo modo di vivere la parola di Dio e la chiesa.

Pierre è da subito una presenza voluminosa all’interno della vita del piccolo Olivier, che lo ammira e lo idealizza come il prete che tutti dovrebbero conoscere, fuori dagli schemi, sinistrorso, ambiguo e ridanciano, a cui piace cantare e raccontare storie. La presenza dell’uomo ecclesiastico diventa quasi costante, una variabile incondizionata che ricompare a ogni pagina, fino al momento più crudo e crudele del libro, quello che scatenerà tutta la mestizia e la disperazione di Olivier, cancellando in una sola mossa praticamente tutta la sua infanzia: dopo quel fatidico giorno al campo scuola di Fiume Felice, l’intera faccenda prende una piega di quelle che non vorremmo mai vivere sulla nostra pelle.

Non mi spingo oltre, per evitare ogni forma di anticipazione, perché arrivarci da soli, insieme al protagonista del racconto, è un’esperienza drammatica e raggelante, che è bene fare partendo senza nessuna previsione alle spalle.

La storia è una sorta di confessione, un album dei ricordi, una piccola e spostata seduta di psicanalisi spicciola, dove il protagonista/autore cerca di capire se stesso, il suo trauma e trova solo una soluzione per ovviare al dolore ce lo attanaglia, nonostante siano passati quasi 30 anni dal fattaccio: scriverlo, metterlo su carta e lasciare che le immagini facciano quello che la parola soffocata e lacrimante non riesce ad evocare.

La brutalità della vicenda, e le sue conseguenze a lungo termine, sono quanto di più doloroso ci si possa immaginare, arrivano là dove forse non vorremmo mai mettere piede, in quegli anfratti bui dell’animo umano, dove le infanzie spezzate urlano senza sosta in cerca di conforto, di qualcosa che sicuramente non avranno mai. E non importa se Olivier in età adulta ha una famiglia, è equilibrato, è circondato da amici, perché dentro di lui, Pierre è ancora lì, il più orco degli adulti, ad aspettarlo.

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Parole, immagini, colori

Leggere Perché ho ucciso Pierre mi ha riportato indietro ai vecchi interrogativi da lettore accanito di fumetti: cos’è veramente un fumetto? Certo, non sono un guru, o uno che ci vive o che l’ha studiato a scuola, ma sicuramente ho letto abbastanza saggi e molti più comics da essermi fatto un’idea di questo mezzo di comunicazione multimodale, in cui vive un connubio tra immagini e parole.

Nel caso del racconto in questione, mi sono trovato di fronte a tante parole, spesso in prosa semplice, come se fossero state estrapolate da un racconto, racchiuse in tante cornice e incollate sui disegni di Alfred. In questo frangente, il rapporto parola-disegno è invertito, per certi versi, non è paritario ma pende a favore della prima.

Il risultato è straniante, perché le immagini, potenti nella loro costruzione e nella loro semplicità, intervengono immediatamente a rafforzare ogni frase, la sottolineano, colorando il racconto e donandogli una dimensione in più, quella grafica.

Tra l’altro, l’adattamento per immagini è estremamente legato alla vicenda, sottolineando quasi con fragore i sentimenti del protagonista, man mano che questi si schiudono una virgola dietro l’altra, raggiungendo delle vette artistiche intense e irripetibili. C’è una sequenza in cui Olivier, ubriaco, resta vittima di se stesso in una specie di allucinazione, e in quel caso le tavole di Alfred rasentano quasi l’avanguardismo, diventando spezzettate, inclinate, folli, tanto quanto la mente del protagonista, senza però perdere quello stile infantile e grossolano che le caratterizzano fin dal primo segno.

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In questo caso è giusto parlare quindi di romanzo grafico, perché è effettivamente questo: un lungo racconto in cui un disegnatore, amico del protagonista scrittore, ha aggiunto quel qualcosa in più che forse con le sole parole non si sarebbe potuto raccontare.

La narrazione è ben scandita, senza scadere nelle banalità, o nell’eccessivo piagnisteo, per quanto dolorosa sia la vicenda e per quanto doloroso sia stato evocarla. Ogni piccolo passo verso la ‘morte’ di Pierre è ben ponderato, un tassello che spiega il motivo di questo viaggio indietro nel tempo, fino a oggi, fin quando forse questa vicenda verrà una volta per tutte conclusa.

 

Eugene Fitzherbert
Vittima del mio stesso cervello diversamente funzionante, gioco con le parole da quando ne avevo facoltà (con risultati inquietanti), coltivando la mia passione per tutto quello che poteva fare incazzare i miei genitori, fumetti e videogiochi. Con così tante console a disposizione ho deciso di affidarmi alla forza dell'amore. Invece della console war, sono diventato una console WHORE. A casa mia, complice la mia metà, si festeggia annualmente il Back To The Future Day, si collezionano tazze e t-shirt (di Star Wars e Zelda), si ascolta metal e si ride di tutto e tutti. 42.