Quando si parla di Piccoli Brividi non si parla soltanto di una collana di libri di enorme successo, con centinaia di milioni di copie vendute in tutto il mondo dal 1992, ma anche, in un certo senso, di un fenomeno di costume, qualcosa che è ormai entrato a far parte dell’immaginario collettivo di una generazione intera: quella dei ragazzi nati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90.

Già, perché è difficile che chi sia cresciuto durante l’ultimo decennio del XX secolo non abbia mai avuto tra le mani, neanche per sbaglio, un volume della collana ideata e scritta da R.L. Stine.

Ed è altrettanto difficile che, chi ne abbia divorato più di uno, non si sia poi in qualche modo avvicinato all’horror, da cui i Piccoli Brividi attingevano a piene mani, introducendovi, in un certo senso, i giovani lettori, mescolando però gli elementi classici del genere ad un umorismo di fondo utile a stemperare la tensione, nonché a tematiche tipiche del periodo della pre-adolescenza, target cui erano rivolti i racconti e, allo stesso tempo, elemento che accomunava i protagonisti delle avventure narrate, alle prese con mostri spaventosi, bizzarre creature e, soprattutto, colpi di scena che arrivavano spesso a stravolgere l’intera vicenda narrata, lasciando spiazzato il lettore ed invogliandolo a proseguire, concludere il volume e passare al prossimo. Con il tempo, la serie ha però conosciuto un certo declino, ed è nell’ottica di un rilancio del brand che si inquadra questo Piccoli Brividi, uscito nelle sale cinematografiche statunitensi lo scorso Ottobre, e sbarcato in quelle nostrane solo il 21 Gennaio, il primo capitolo di una serie il cui sequel è già stato annunciato.

Partiamo dalla premessa, quindi: questo Piccoli Brividi è un film per famiglie e (potenziali) nuovi appassionati, e non per ventenni nostalgici. Oltre a pochi riferimenti e qualche chicca (come le illustrazioni originali delle copertine dei volumi, ad opera di Tim Jacobus, a fare da sfondo ai titoli di coda), infatti, vi è ben poco che possa attirare l’attenzione di un qualsiasi lettore oggi cresciuto, a partire dall’assoluta mancanza di momenti in cui la tensione sale al punto da incollare letteralmente alla poltrona, per finire alla realizzazione dei mostri, che, seppur buona dal punto di vista tecnico, è ben lontana dall’essere in grado di terrorizzare una platea di spettatori con qualche anno di horror in più alle spalle rispetto a quelli cui è chiaramente indirizzato il film. Che può invece essere considerato, a tutti gli effetti, un’introduzione all’universo partorito dalla mente di R.L. Stine, con tutto il suo vasto campionario di mostri: dall’Uomo delle Nevi (non a Pasadena, stavolta) al pupazzo parlante Slappy, forse il personaggio più iconico della serie, e per questo scelto come principale “villain” del film, una sorta di nemesi del protagonista, lo stesso scrittore, R.L. Stine (interpretato dal sempre in forma Jack Black), che vive in una placida cittadina del Delaware con la figlia Hannah (Odeya Rush), a cui tenta con tutte le forze di impedire ogni contatto con l’esterno. Sarà però questo a far insospettire il suo nuovo vicino di casa, Zach (Dylan Minnette), un ragazzo appena trasferitosi in città, che, insieme a Champ (Ryan Lee), il classico tipo un po’ “sfigato”, porterà accidentalmente alla luce il segreto dei manoscritti di Stine. I tomi, infatti, se aperti, liberano proprio i mostri creati dallo scrittore. E’ così che saltano fuori tutte le creature più famose di R.L. Stine, che, agli ordini di Slappy, determinato a tormentare il suo creatore, reo di averlo imprigonato nel libro, attaccano la cittadina e prendono d’assedio la scuola, al cui interno si sta tenendo il classico ballo. Toccherà dunque a Stine, Zach, Hannah e Champ affrontare mantidi giganti, lupi mannari, zombi, gnomi e altre amenità, per imprigionarle di nuovo nei libri e ristabilire l’ordine in città.

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Il film, nel complesso, si lascia guardare: scorre abbastanza fluido per tutta la sua durata e riesce ad intrattenere. Funziona, insomma, anche grazie ad una serie di espedienti tipici dei racconti di Stine, come lo humor, mai troppo forzato e a tratti davvero divertente (anche se decisamente più abbondante rispetto a quello presente nella serie cartacea), e, soprattutto i colpi di scena, di quelli che, come detto, arrivano, inaspettati, a stravolgere l’intera storia. Anche se, contrariamente a ciò che succedeva su carta, il principale plot-twist del film viene ad essere parzialmente cancellato da un finale che (cliffhanger a parte, ad ovvia anticipazione del sequel) non può non lasciare deluso un fan di vecchia data della collana, abituato a chiusure decisamente meno scontate. Un peccato, ma comprensibile, almeno alla luce di quanto detto fin qui. Dopotutto, c’è da ribadirlo, stiamo parlando di un film per famiglie, che non si fa fatica ad immaginare trasmesso in TV il sabato pomeriggio.

Ed è in quanto tale che, in fondo, va giudicato.

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Dal punto di vista tecnico non c’è molto da dire. Come detto, il film fa quello che deve fare, senza spingersi oltre. Buono il 3D, buoni gli effetti speciali (soprattutto la realizzazione dei mostri, volutamente resi adatti ad un pubblico molto giovane, come detto), buona la prova degli attori, sia quelli meno esperti che il più navigato Jack Black. Niente di eccezionale per quanto riguarda tutto il resto. C’era da aspettarsi qualcosa di diverso?

Tirando le somme, dunque, cosa abbiamo? Un film che si propone come il principio di un nuovo filone di Piccoli Brividi, non più da leggere (o, almeno, non soltanto, visto che dal film è stato comunque tratto un racconto) ma da guardare. Non l’adattamento di una storia già nota, ma, come detto, la presentazione di un mondo che ai giovanissimi di oggi è pressoché sconosciuto (a meno che non abbiano avuto la fortuna di mettere le mani su qualche volume ereditato da fratelli e cugini ormai cresciuti), ma che, se vorranno, impareranno a conoscere un po’ alla volta, insieme alle creature che, di volta in volta, saranno protagoniste, insieme alla figura dello scrittore stesso.

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Un film che fa il suo per un’operazione intelligente.

La conclusione di questa recensione è invece rivolta a chi dei Piccoli Brividi ha fatto, in passato, un oggetto quasi di culto. Date una chance al film. Perché, se da una parte alzerete gli occhi al cielo per qualche momento un po’ così, o perché magari vi annoierete al terzo jumpscare che non fa paura, dall’altra volete mettere la sensazione di tornare bambini vedendo i vostri mostri preferiti prendersi la scena sul grande schermo?

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