Il lato autoriale del manga

Ormai, sono lontani gli anni in cui le produzioni nipponiche si affacciavano nel nostro paese tra tremori e imbarazzi. Di sicuro, i più attempati di voi ricorderanno le epoche dei manga riprodotti per simmetria assiale, con le pagine girate da sinistra verso destra per renderle più adatte ai gusti occidentali, degli anime tradotti con improbabili voci durante gli anni ’80 e altri magnificamente adattati da doppiatori entrati di diritto nella storia, spesso con versioni che si discostavano moltissimo dagli originali (qualcuno ha detto “Cavalieri dello Zodiaco”?), e le sigle cantate da artisti nostrani, talmente bravi da dare vita a degli autentici miti che ancora riecceggiano nel secondo decennio del ventunesimo secolo. Questi fattori hanno contribuito a “giapponesizzare” il belpaese, rendendolo un luogo dove le opere provenienti dall’impero del sol levante (e non solo) trovano terreno fertile per attecchire, conquistare ed affascinare migliaia di lettori. Anzi, potremmo anche dire che ormai ci siamo assuefatti, che le nostre papille gustative sono talmente abituate a quel genere di sapore che ingeriscono il pasto senza neanche guardare cosa c’è nel piatto. Importiamo e consumiamo di tutto e spesso, purtroppo, anche lavori non all’altezza del nostro palato. All’interno di un tale marasma informe, simile a un calderone ribollente, è difficile individuare i prodotti che hanno valore e distinguerli da quelli che invece non ne hanno. Diventa necessario un criterio di selezione più preciso, che dia risalto al lato autoriale del fumetto giapponese spesso nascosto sotto la superficie di quello più commerciale, che lo allontana dall’orizzonte dei lettori meno avveduti. Non a caso, BAO Publishing si è mossa in diverse occasioni in quella direzione e continua a farlo portando dalla nostre parti Ryuko, l’ultima fatica di Eldo Yoshimizu.

Ryuko è una donna determinata, forte e capace, capo e leader assoluto di un’organizzazione criminale che fa capo alla Yakuza, la potente mafia giapponese. I suoi affari, ereditati dal padre, sono così ramificati ed estesi nel mondo che arrivano a intaccare perfino il Medio Oriente, terra spesso sottoposta a tensioni e ribaltamenti di governo. Proprio uno di questi colpisce il regno di Forossoyah, centro dei traffici e degli scambi commerciali sul Mar Nero. Il re Jibril viene spodestato e, prima di cadere nelle mani dei militari ribelli, riesce ad ottenere un incontro con Ryuko e le chiede di proteggere sua figlia Barrel, appena nata. Lei acconsente, seguendo i dettami del suo onore, ma afferma che la bambina sarà cresciuta secondo le regole dell’istituzione che rappresenta.

Diciotto anni dopo, Barrel è diventata una giovane simile in tutto e per tutto alla sua tutrice, tant’è che vorrebbe abbandonarla per andare in cerca della sua strada, cosa che lei non accetta. Proprio mentre sono occupate in un diverbio, il quartier generale del loro clan viene preso d’assalto dai militari. Durante lo scontro, le due saranno costrette a separarsi, ma Ryuko viene a conoscenza di alcuni segreti riguardanti la sua famiglia che prima ignorava. Decide così di tornare a casa, in Giappone, per fare luce su alcuni misteri che la vedono protagonista insieme ad altri pericolosi personaggi. E questo è solo l’inizio di un volume a fumetti tanto peculiare che proveremo, facendo del nostro meglio, a descrivere lasciando intatte tutte le sensazioni che ci ha trasmesso, assolutamente uniche e indefinibili attraverso stilemi canonici.

Il nome di Eldo Yoshimizu potrebbe dir poco a molti di voi, soprattutto a chi mastica manga mainstream da una vita, mentre emozionerebbe chiunque abbia una conoscenza, anche sommaria, del sottobosco creativo delle nuvole parlanti in Giappone, “humus” gremito di capolavori che troppo spesso sono ignorati e figuriamoci trasportati oltre i confini nazionali. Nonostante questo, Yoshimizu merita la vostra curiosità, se non per le sue opere almeno per le scelte importanti e in controtendenza che ha preso nella sua carriera. Stiamo infatti parlando di un artista a tutto tondo andato ben oltre il mondo della carta per toccare quello della scultura, diventando mangaka in un secondo momento ma seguendo uno stile personale difficile da inquadrare.

È infatti un esponente della cosidetta Scuola Gekiga, linea alternativa di fumetti nipponici, contrapposta a quella d’intrattenimento, che parla più dei personaggi che delle storie in sè, ritraendo personalità complesse, contradditorie e realistiche, anche considerata “per adulti“. Sono narrazioni crude, violente, con protagonista il lato oscuro della società e dell’uomo, che spesso non solo evita il divertimento in quanto tale ma perfino lo rifugge sistematicamente. Ma oltre ad essere un seguace di questo canone narrativo, Eldo Yoshimizu risulta ancora più particolare perché è lui stesso a pubblicare le sue storie, senza usare l’editore come intermediario verso i lettori, scelta che gli consente di mantenere la massima libertà artistica, e di non essere soggetto alle ferree pretese di un mercato folle e schiavo di topoi consolidati e a volte esautorati.

In questa prospettiva va analizzato Ryuko, come espressione autoriale di un artista che si ritrova a tu per tu con un foglio vuoto e decide di riempirlo seguendo i propri istinti, per fare qualcosa che si contrapponga volontariamente al marasma indefinibile di cui abbiamo parlato poc’anzi. Così, ci troviamo di fronte inquadrature impossibili,  silhouette ammalianti e disturbanti, chine profonde che sembrano prendere direzioni proprie, come se nero e bianco sulla pagina appartenessero a dimensioni distanti, ma non solo: gabbie folli e d’impatto, figure sensuali realizzate con visione anatomiche a metà tra l’improbabile e il plausibile, commistione che fa apparire il reale più affascinate del fantasioso, ambientazioni dal gusto vagamente distorto. È il modo di vedere il mondo dell’autore, piuttosto che una sua rappresentazione. Un noir vecchio stile non solo nei temi affrontati ma anche di respiro tangibile, genere che si fa storia ma anche contenuto, oggetto tattile dell’intera vicenda oltre che, per l’appunto, vicenda stessa. E poi ci sono loro, i personaggi. Personaggi che si muovono costantemente su un filo sottile, in bilico tra male e bene, spesso senza riuscire a separarli, figure alla ricerca di qualcosa: del torbido passato, di una redenzione immeritata, del proprio destino, di certezze in un presente pieno di sfumature in cui nulla è come appare.

È il vuoto, questo filo che li unisce, un vuoto profondo che il tratto di Yoshimizu pare sottolineare costantemente, anche quando parla di tutt’altro, il vuoto immortalato da un padre assente, scomparso senza lasciare traccia, una madre rediviva che sembra svanita nel nulla, una storia di cui si ignora l’esatta consistenza e ombre da inseguire, che potrebbero portare a qualcosa oppure condurre ancora una volta al niente. Quella che l’autore ci mostra è una strada lastricata di vacue sensazioni verso una meta nascosta dalla nebbia, la via che tutti gli uomini devono percorrere sperando solo che ci sia qualcosa alla fine. Una speranza cui aggrapparsi per dare un senso a quello che non ha un senso. Una possibilità di complettezza per riempire uno spazio lasciato vuoto da qualcun altro. E tutto questo attraverso intrighi, lotta, sangue e uno stile visivo unico al mondo. Ryuko è un fumetto che va oltre, che desidera farlo, e riuscendoci magnificamente bene.

Verdetto:

Immergetevi nell’arte narrativa di Eldo Yoshimizu, una mente capace di proporre prospettive e visioni personali e ricercate, con un manga che si fa prodotto autoriale di grande respiro. Assisterete a qualcosa di diverso da tutto il resto, osserverete un lato del fumetto giapponese che troppo spesso viene dimenticato a favore dei prodotti mainstream che monopolizzano il mercato con storie a volte tutte uguali. E vi unirete al nostro ringraziamento a BAO Publishing per aver portato la proverbiale montagna da noi.

Ryuko - Recensione
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