La seconda stagione di Stranger Things non ha tradito l’attesa

E così Stranger Things è tornato in tv. È tornato con una seconda stagione la cui attesa ha creato un’aspettativa quasi messianica, visto lo straordinario successo della prima stagione, e complice l’ondata mediatica che lo show dei Duffer Brothers è riuscito a creare. Ad una prima occhiata a qualcuno di voi non avrà detto nulla, sono sicuro. Vi sarete persi nei riferimenti alla culltura nerd degli ’80 e, complice una storia tutto sommato molto elementare, vi sarete detti: “no, non mi piace, non fa per me”. Ci sta, non vi stigmatizzeremo per questo, ma la verità è che Stranger Things è stato, e per grazia degli dei del Ferun, è, uno dei prodotti televisivi più interessanti e meglio costruiti degli ultimi anni. La ricetta del successo è semplice, ci potreste compilare un foglio: attori giovani ma capaci, una verve divertente e divertita nel mood dei migliori prodotti degli anni ’80 (quello stile, intendiamoci, che ha fatto la fortuna di “robette” come I Goonies, Stand by Me, Indiana Jones, Grosso Guaio a China Town e via dicendo), un giusto compromesso tra narrazione e durata, e tanta, tantissima cultura pop.

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Ora detta così sembra facile, prendi gli ingredienti, li butti in una ciotola, et voilà, possiamo tutti correre a Hollywoo(d) a cercare il successo. Ma non è così, è la misura che fa la differenza. Non è casualità, è una chimica precisa, esatta, una scienza. Più o meno componenti di un solo ingrediente avrebbero potuto significare il disastro, e invece la prima stagione di Stranger Things ha quel pregio di mescolare tutto con le giuste dosi, complice un certo raziocinio di fondo che, infine, ne ha conclamato il successo. Ora la seconda stagione è tra noi, e per inciso è semplicemente bellissima.

Bellissima perché in qualche misura fedele a sé stessa, ma in fondo diversa. Anche qui c’è una tecnica che potrebbe fare scuola. Prendi quello che c’era prima e ne migliori ogni singola componente. La espandi, la raffini e cerchi di dare ad ogni parte una nuova rifinitissima identità. In Stranger Things 2 succede quello, e che Pelor mi tappi la bocca, dovrei spoilerarvi così tanta roba per farvi capire il tutto che… cazzarola fate prima a vedervela e basta!

Posso però farvi un piccolo ma semplice esempio: Terminator 2 (che per altro nella serie di becca almeno un paio di citazioni. Almeno). Terminator 2 è un film perfetto in questo senso. È la summa del cinema action degli anni ’80, ma anche un compendio di buona parte del cinema fantascientifico di quegli anni. Terminator 2 è Terminator, ha la grinta, il carattere, l’attore e finanche le tematiche del primo film. Ma contemporaneamente ha una struttura e un’identità propria e indipendente. Terminator 2 riprende la trama del suo predecessore, e racconta ancora di quella che è la battaglia degli esseri umani contro le macchine, sempre più presenti nel nostro mondo come veri e propri mostri. È un film sul terrore dell’apocalisse, sulla sensazione di minaccia che viene da un altro mondo e, alla fine, finisce per essere persino un racconto di crescita, proponendo al suo pubblico un eroe giovane e ribelle, in pieno stile anni ’80, ma anche di salvezza e redenzione. La redenzione del robot, del T-1000, del mostro.

Stranger Things 2 è Terminator 2, nella misura in cui quanto vi ho appena descritto è A TUTTI GLI EFFETTI, quello che vedrete in questa stagione. Già il solo fatto di potervene parlare con una lunghissima citazione corona il desiderio di Duffer Brothers si fare del loro show una monumentale e colorata bibbia della cultura ottantina. Questa stagione è così citazionista (ma in modo piacevole) e contemporaneamente così articolata e identitaria che non occorre spoilerarvi nulla. È Terminator 2. Il bello è che ancora una volta semplifichiamo. Che un solo film cult, a Stranger Things, gli sta abbastanza stretto. Ci sono riferimenti, che trascendono la citazione e finiscono per farsi parte del corpo della trama e dell’estetica, ma che non se ne stanno semplicemente lì a farsi scovare. È un po’, per intenderci, quel lavoro sottile ma semplice ed appagante che era stato fatto nella precedente stagione quando si affiancarono le vicende dei ragazzi a quello che è il mondo di D&D. Se ricordate (ma sono sicuro di sì), certe citazioni come “sottosopra” o “Demogorgone” erano estrapolate dalla cultura nerd dell’epoca per poi acquisire un nuovo e specifico significato nel corso della vicenda. Ecco, nella prima stagione questo lavoro era lapalissiano, in questa seconda stagione è tutto più grande ma, paradossalmente, più sottile e se avrete comunque bisogno di tenere a portata di mano un manuale di D&D (che male, comunque, nella vita non vi fa), dall’altro vi troverete a fare un giro velocissimo tra estetiche e tematiche riprese di peso da cult come Ghostbusters, Frankenstein, Poltergeist, Grano Rosso Sangue, Breakfast Club, Tremors, cazzarola potremmo andare avanti per ore. È un rimando continuo, ma mai fastidioso. Non è la strizzata d’occhio a la Guerre Stellari VII, che a lungo andare ti dà il voltastomaco, è un lavoro di fino. Passa dalla trama, investe i protagonisti, ne modifica perfino le fattezze, poi si fonde con la colonna sonora (in un raro stato di grazia per ciò che concede il mix tra i temi della serie e le musiche degli anni) e finisce, ovviamente, alla regia. Con un certo gusto per la fotografia dell’epoca, a cui non fa il verso a botta di neon colorati, ma che più semplicemente replica con un lavoro di fino, senza dare allo show un aspetto raffazzonato o artefatto.

Questo perché Stranger Things 2 ha una sua identità. Precisa, definita, affascinante. L’avevamo conosciuta durante il ballo della prima run, ed ora è finalmente in ghingheri per concederci un primo appuntamento. Uno di quelli seri, dove te la puoi giocare in tutto e per tutto. Gran parte dell’estro, va comunque detto, è ancora consegnato ai suoi piccoli protagonisti. Attori in miniatura, in una sorta di stato di grazia, che fanno spalleggiare (e ben oltre) da un cast adulto di tutto rispetto. È un racconto corale insomma, che ai suoi piccoli personaggi ne aggiunge di nuovi, un po’ più grandi, taluni inediti, altri ben noti. La sensazione è che per il peso dei suoi personaggi, misto all’ansia dello spettatore nello scoprire di più sulle vicende intime dei suoi beniamini, il racconto si diluisca, si sfaldi, ma è una sensazione lontanissima e, per fortuna, che mai si realizza. Come nella precedente stagione tutto confluisce verso un finale grandioso ed attesissimo, e in chiusura ci si sente di essere stati partecipi di una nuova bellissima avventura a cui, fortunatamente, sappiamo già ci sarà un seguito.

La storia, insomma, procede ritmata e piacevole. Anzi, mescola l’atteggiamento della prima stagione ad una nuova voglia di sorprendere. Ci regala più azione, più tensione, più mostri e si prodiga di ricollocare i suoi personaggi in uno schema nuovo e inedito, che talvolta sembra quasi voler dividere il gruppetto, ma quando succede capisci solo che è per dare ad ognuno di essi uno spazio più dignitoso, personale, privato. Ti ci fa affezionare, alcuni te li fa odiare, spesso ti fa sorridere o sperare. Sono quelle emozioni “fiche” che personalmente provavo tanto, tantissimo tempo fa. Ognuno di noi le ha avute, guardando con un parente o con un amico, sempre lo stesso film. Sempre lo stesso, con una certa forma mentis, mangiando un toast la domenica sera. Il mio era Indiana Jones e l’Ultima Crociata. Stranger Things è il mio personale “momento Indiana Jones”. È una sensazione rara questa qui, verso un prodotto dell’intrattenimento, e in quanto tale si fa perdonare persino le zoppicate, le leggerezze, quelle cazzatine messe lì che non ti fai proprio andare giù. Gliele perdoni. Ognuno di voi ha il suo “momento Indiana Jones”. Se come me siete figli di quel cinema, di quelle sensazioni, di quel tipo di narrazione, non ne resterete delusi. Non potete, gli eroi non deludono mai. “facile facile”.

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