Cosa succede quando una scrittrice canadese, di fama mondiale, si misura con la distopia? Semplice, nasce un piccolo capolavoro del genere come The Handmaid’s Tale, al 37esimo posto dei cento libri più contestati del penultimo decennio secondo la American Library Association, da cui è stata tratta lo scorso anno l’omonima serie, vincitrice indiscussa dell’ultima edizione degli Emmy Awards.

Prodotta da Hulu e diretta, tra gli altri, da Bruce Miller (The 100) e Reed Moreno (Kill Your Darlings), la serie è disponibile anche in Italia, su TimVision, col titolo Il racconto dell’ancella. Tornata alla ribalta grazie all’uscita della serie, l’opera di Margaret Atwood si è spesso trovata al centro di dibattiti e controversie: è stata osteggiata più volte dai genitori canadesi, contrari all’introduzione del libro nel programma scolastico perché ritenuta eccessivamente cruda e dai contenuti violenti, ma è stata anche di ispirazione alla protesta silenziosa di un gruppo di donne, presentatesi davanti al Senato texano vestite da ancelle per protestare contro il taglio di fondi proposto dal presidente USA Trump nei confronti della Planned Parenthood, un insieme di associazioni che sostengono l’educazione sessuale nelle scuole, l’accesso gratuito ai servizi medici e la legislazione abortista.

Cos’è che crea tanto scalpore? Perché è un’opera che è stata ed è ancora capace di creare polemiche dall’eco così ampia?

“Now there has to be an us. Because now there is a them”

La Atwood, che ha partecipato attivamente alla riprese, ci racconta di Gilead, nuova America trasformatasi da terra della libertà e della democrazia a teocrazia dittatoriale, in cui sono i passi del Vecchio Testamento a dettare legge, attraverso un consiglio di comandanti, un esercito composto da Custodi e una polizia segreta (gli Occhi); tutti ingredienti topici della distopia letteraria, uno dei filoni più fortunati della science – fiction.

Eppure la stessa scrittrice, in un’intervista rilasciata al Guardian nel 2003, tiene a specificare che i suoi libri non sono incasellabili nelle fila del genere fantascientifico, ma in quella definita speculative fiction (narrativa speculativa).

Per la Atwood non si tratta solo di una questione semantica, ma la differenza sta nella effettiva possibilità di accadimento degli eventi: potrebbe accadere (speculative fiction), non potrebbe ancora accadere (science fiction), non potrebbe proprio accadere mai (fantasy). Si tratta di romanzi che esplorano le diverse direzioni che l’umanità potrebbe prendere e che, descrivendo la peggiore delle alternative possibili, fungono da monito e da chiave di lettura per il mondo contemporaneo.

In un articolo, pubblicato sempre dal Guardian nel 2011, la Atwood parla per la prima volta del termine “ustopia”, parola creata dalla combinazione di utopia e distopia, l’immagine della società perfetta ed il suo esatto contrario, perché, a suo avviso, ogni realtà possibile contiene la versione latente dell’altra.

Sin dall’uscita, nel 1985, di The Haindmaid’s Tale, l’autrice canadese ha messo in chiaro la questione coi suoi fan, che l’avevano già eletta ad icona della science fiction, rispondendo loro che non gradiva minimamente essere identificata come un’icona, giacché è un tipo di atteggiamento che invita all’iconoclastia. In Movin Targets, raccolta di saggi pubblicata nel 2004, sottolinea ancora una volta questo scarto, scrivendo che tutto ciò che avviene nei suoi libri, non solo è possibile, ma può anche essere già accaduto, indi per cui non si può parlare di fantascienza.

La sua paura di essere categorizzata e inserita in un ghetto letterario è in realtà il riflesso della volontà di difendere le sue opere da un’eccessiva febbre di definizione in generi e tipologie tipica di un certo approccio di critica e pubblico diventata normale di questi tempi. 

Questo atteggiamento refrattario lo ha conservato anche nei confronti dell’etichetta “femminista” per i suoi libri: intervistata da Emma Watson, ha risposto che si tratta di un termine ombrello, utilizzato per indicare una miriade di definizioni. E, interrogata dal New Yorker sulla questione, ha ribadito che non vuole diventare portavoce di nessun tipo di ideologia o credenza particolare: avendo vissuto quella fase iniziale del femminismo in cui dalle stesse attiviste non erano visti di buon occhio l’utilizzo di “vestitini e rossetti”, ha quindi fatto esperienza di come un’ideologia, per quanto idealmente liberatrice, possa in realtà ridursi ad un insieme di simboli vuoti e gabbie semantiche.

“A rat in a maze is free to go anywhere, as long as it stays inside the maze.”

Margaret Atwood ha elaborato la prima stesura di The Haindmaid’s Tale nella primavera del 1984, dopo aver aderito ad un programma promosso dall’allora Berlino ovest che invitava gli artisti stranieri a visitare la città: rimase colpita e fortemente sconvolta da quella prima esperienza claustrofobica di un sistema di governo apparentemente utopico, ma autoritario. La riflessione su quelle che sono le libertà apparenti della società occidentale, parte esattamente da qui e si sviluppa in quelli che sono i romanzi successivi, in cui il tema centrale continua a rimanere il corpo della donna, il degrado politico, la religione e il problema ambientale.

Il  terreno ustopico per eccellenza diventa appunto il corpo della donna, proprio perché, dice la Atwood, la maggior parte dei totalitarismi di cui siamo a conoscenza, hanno cercato e cercano di controllare la riproduzione (limitando le nascite, esigendo le nascite, precisando con chi ti puoi sposare e come devono essere i bambini), la sfera più intima e delicata dell’individuo. Ciò che l’autrice porta alla nostra attenzione è “quanto sia sottile il ghiaccio su cui le nostre presunte libertà occidentali muovono i passi”, dato che, in un modo o in un altro, alla base della nostra società sta il compromesso per cui ogni individuo cede una parte della propria libertà per guadagnarne in sicurezza.

Questo è il motivo per cui la scrittrice ha scelto, coerentemente con la definizione di narrativa speculativa, di non inventare alcun fatto: “la regola per scrivere questo libro è stata una sola: non avrei messo in questo libro niente che l’umanità non avesse già fatto, da qualche parte, qualche volta, o per il quale non aveva ancora gli strumenti”.

Questo è uno di quei casi in cui vale il detto “la realtà è peggiore della fantasia”.

“I don’t need oranges. I need to scream”

Siamo in un futuro (non troppo) lontano in cui, a causa dell’inquinamento nucleare, è scoppiata una crisi procreativa: ormai solo pochissime donne sono fertili e, poiché “il meglio non significa il meglio per tutti, ma significa sempre il peggio per qualcuno” come ci informa il comandante Waterford, queste sono costrette a mettere il proprio corpo a disposizione delle famiglie benestanti e procreare per loro e con loro. Riprendendo il versetto 30 della Genesi, viene così giustificato l’utilizzo delle ancelle come incubatrici degli unici eredi della razza umana: durante la Cerimonia, esattamente come Rachele e la serva Bilhah, il padrone di casa giace con l’ancella, che partorirà poi il bambino che verrà affidato alla famiglia.

La voce che racconta e di cui seguiamo occhi e grida è quella di Offred, nome fittizio di June, che sta a significare “di Fred”, proprio perché le ancelle portano il nome del padrone a cui appartengono. Spogliate di ogni volontà e identità, vengono istruite nei “red center”, veri e propri centri di indottrinamento, in cui le ancelle vengono preparate alla loro nuova vita e a quello che è il loro unico compito: procreare.

Offred, interpretata dal Elisabeth Moss, reduce da Mad Men, e le altre ancelle, non parlano quasi mai, se non con formule di benedizione e saluto reverenziale. I dialoghi sono risicati, spesso fatti di soli sguardi e momenti di dialogo interiore, in voice over, che Offred porta avanti con se stessa, fatto di ricordi del marito, della figlia e della migliore amica. Attraverso questi flashback, durante i diversi episodi, veniamo a conoscenza della loro tentata fuga e della cattura di Offred, deportata nel red center e poi assegnata alla famiglia del comandante Waterford.

Con due linee temporali differenti, ripercorriamo la storia di June e della sua famiglia e, contemporaneamente, la Storia con la S maiuscola, quella che ci fa scoprire come si è arrivati alla creazione di Gilead, nome anch’esso biblico che rimanda ad una regione della Palestina particolarmente fertile. Ogni puntata ci regala una tessera in più del puzzle e cominciamo a capire solo dopo diverse puntate che la situazione catastrofica non riguarda solo l’America, ma anche altre nazioni, che cominciano a prendere in considerazione l’idea di seguire il modello di società di Gilead.

È abbastanza evidente da subito che l’unica religione ammessa è quella cristiana, in questo caso fondata su una pedissequa osservazione e lettura dei versetti biblici, che sono riferimento e base costitutiva stessa della società diventata a crescita zero. Il linguaggio fortemente simbolico è un rimando insistente alle Sacre Scritture, che circoscrivono linguisticamente la repubblica di Gilead, e ci ricordano quanto fondamentale sia la lingua, culla di ogni cultura e identità.

Così al saluto “blessed be the fruit” (sia benedetto il frutto), si risponde “may the Lord open” (possa il Signore schiudere), augurio e speranza di fertilità che le ancelle si scambiano tra di loro. Ed è una citazione biblica anche il nome Jezebel, una sorta di casa chiusa clandestina in cui gli uomini di potere si intrattengono con alcune prostitute, donne che, prima del rovesciamento della società così come noi la conosciamo, erano professioniste di vario tipo (giornaliste, professoresse universitarie, etc). Biblici sono anche i nomi delle “housekeeper”, le varie Martha (nella Bibbia, sorella di Maria che si occupa delle faccende concrete di casa), ed i nomi dei negozi (Loaves and fishes, Milk and honey, Lilies).

Unica bussola che ci viene concessa fin dall’inizio, per orientarci, sono tre colori, tre come le virtù teologali: le ancelle sono vestite di rosso, colore che rappresenta l’ardore della carità ed il sangue dei martiri, e di bianco, colore caratteristico della fede; le mogli sterili dei comandanti, che attendono che la Cerimonia dia i suoi frutti, son vestite di verde, colore teologale della speranza. Il resto delle immagini viaggia sui toni del nero (nere son le divise dei Custodi, gli abiti dei Comandanti e degli Occhi) e del grigio.

“Don’t let the bastards grind you down”

Sin dall’inizio, veniamo catapultati in un mondo in cui, per una donna, l’unica possibilità di tenersi stretti i diritti fondamentali è la capacità di procreare, messa al servizio dell’uomo che, seppur sterile, non viene mai tenuto in considerazione nell’equazione: la colpa, così come la virtù, è sempre della donna. Per arrivare al completo asservimento del corpo femminile alla società ed alla procreazione, viene dapprima tolta la possibilità alla donna di essere indipendente e di avere un’identità: ogni donna viene licenziata in tronco e mandata a casa, vestita in modo uguale a tutte le altre (l’abito cambia a seconda della capacità riproduttiva della donna) e, soprattutto, vige il divieto assoluto di leggere e scrivere – e sarà proprio attraverso la riappropriazione dello strumento scrittura, come metafora del corpo, che avverrà il riscatto femminile.

La trama, già di per sé seducente proprio perché attuale e possibile, è resa ancora più accattivante da una regia tagliente, essenziale, resa magnetica dall’interpretazione della Moss e da un cast altrettanto all’altezza. Con un’alternanza precisa di momenti di violenza e momenti di lirismo, rimaniamo incollati allo schermo dall’inizio alla fine, per scoprire se June terrà fede a quel “Nolite Te Bastardes Carborundorum”.

 

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