Frankestein è ancora attuale su grande schermo?

Duecento anni fa stava per veder la luce uno dei primi romanzi fantascientifici: Frankenstein. L’opera letteraria di Mary Shelley faceva breccia nel cuore e nella mente dei suoi contemporanei, probabilmente – oltre che per la scrittura sublime e la narrazione efficace – per via di quel radicato senso di paura di un futuro metafisico, distante dalle comuni ideologie che la religione e la cultura del tempo prevedevano. Oggi Paul McGuigan (no, non è quello degli Oasis) sceglie di portare questa storia sul grande schermo, e lo fa in maniera esclusiva e lievemente autoriale, assumendosi tutti i rischi che un adattamento di questo tipo porta con sé.

Il suo racconto è pertanto fedele al romanzo solo a metà, con il regista che si ritrova a dover mescolare nel calderone una vastità di ingredienti, dimostrandoci quanto non basti conoscerne bene alcuni ed averli già cucinati, ma bisogna anche indovinarne l’accostamento. Questo Victor Frankenstein è un grande mix dal sapore agrodolce, caldo e croccante fuori, ma freddo e molle all’interno.
McGuigan – che ricorderete tutti per Slevin – osa nel voler proporre un adattamento tanto suggestivo, incentrato a livello di plot sulla figura dell’aiutante Igor, ma il suo avatar Daniel Radcliffe fatica a stare al passo con l’eccentrico Victor interpretato abilmente da McAvoy, che invece ricorda a livello macchiettistico l’Holmes televisivo (al quale fu proprio McGuigan a dare l’impronta) per poi degenerare molto presto in un’altra versione del Dottore, ovvero quella del Downey Jr. cinematografico dell’opera di Guy Ritchie.

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L’ambientazione londinese, così gotica e “sporca”, e lo stile steampunk dei dettagli medici, lo rende un giocattolone assai simile a Sherloch Holmes, ed oltretutto lo rivediamo per la scelta del genere in cui compare l’action, qualche scazzottata, una frizzantezza di fondo ed una sottile vena romantica.
Questo semmai è un po’ più splatter. Non un megasplatter alla Tarantino, perché di sangue ce n’è ben poco, ma un vero e proprio trionfo di interiora da far invidia ad un mattatoio. In un contesto di questo tipo primeggia naturalmente la fotografia, vero punto di forza del film. Dopo questa lista di premesse più che accettabili, ed una prima fase godibile, la pellicola di McGuigan inizia a soffrire di Alzheimer e sembra quasi dimenticarsi della sua organizzata costruzione. Improvvisamente il film diventa indisciplinato, vago, e si perde in una confusione di idee che ha l’aggravante di farlo risultare noioso. Tutto sembra non avere più una logica, ed il castello di carte creato dal regista crolla appesantendo la base, che inevitabilmente cede.

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La gigantesca maschera mostra le sue crepe, rivelandoci le brutture che nasconde. Il Victor di James McAvoj è in realtà meno brillante e divertente di quanto poteva sembrarci inizialmente, e comincia a saltare da una caricatura all’altra, fino a diventare la parodia di sé stesso; mentre Daniel Radcliffe sembra un bambino al quale hanno tolto la bacchetta magica ed ora non riesce più a mostrarci i suoi trucchi. La storia d’amore tra Igor e Lorelei è invece uno specchio per le allodole, un mero stratagemma per allentare la tensione (quale?) che tuttavia a questo punto valeva la pena approfondire, così come il personaggio di Roderick Turpin meritava una differente osservazione, ed anzi sarebbe potuto diventare una sorta di antivillain davvero interessante. Alla fine siamo talmente confusi che non riusciamo nemmeno più a stabilire un genere per questo film. Un vero peccato, perché ancora una volta si è persa l’occasione di realizzare qualcosa di buono, palesando le comuni difficoltà nel riportare in chiave steampunk alcuni classici. Forse una rivisitazione ugualmente moderna ma meno giocosa avrebbe generato risultati migliori, oppure più semplicemente il regista non è riuscito ad imprimere il proprio marchio sull’opera. Nella fiera del dubbio restiamo con la certezza di aver assistito ad un prodotto informe ed inconcludente, sentendoci affranti un po’ come Victor davanti alla sua creatura.  E magari  affranto lo è anche McGuigan.

Tiziano Costantini
Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.