E se le regole dell’Universo fossero sovvertite e l’ordine che noi conosciamo rispondesse a principi esattamente inversi? Se la realtà quantica si scombinasse – magari per un evento eccezionale – e la legge della probabilità lasciasse spazio alla legge dell’improbabilità? Allora avremmo “Yamazaki 18 years – kaiju edition”, firmato dal Gentleman Kaiju Club.

La genesi editoriale. Il Club negli anni ha vissuto alcuni cambi di formazione, arrivando all’attuale squadra composta da David Messina, Valerio Schiti, Paolo Villanelli e dalla new entry di Simone Di Meo (che per questa edizione realizza due splendide cover). Tutti e quattro hanno un loro percorso professionale nell’editoria a fumetti americana, con all’attivo collaborazioni con Marvel, Dc Comics e compagnia bella. Per quanto sicuramente prestigiosi, queste editori hanno – a volte più, a volte meno – imposto dei rigidi canoni ai quattro Kajiu, costretti ad adeguare il proprio stile a storie e personaggi già precisamente definiti. Da qui nasce l’esigenza di “Yamazaki 18 years – kaiju edition” e in generale del progetto del Gentleman Kaiju Club, un luogo simbolico dove essere artisti a trecentosessanta gradi e riscoprire il gusto del proprio mestiere. E, ultimo ma non ultimo, dove poter sciogliere le briglie della propria immaginazione.

A rendere coerente il folle volo nella fantasia del Club ci pensa Diego Cajelli, a cui è affidato il compito di coordinare le storie in un unico filo narrativo, scrivendone i testi. Cajelli ha il grande merito di portare a casa un lavoro difficilissimo con la naturalezza di chi non tradisce sforzi e di trasmettere una placida logicità in un sistema assolutamente illogico.

In questa ristampa, presentata durante Lucca Comics & Games 2018 dalla casa editrice Manfont, troviamo tutto l’universo espanso di “Yamazaki 18 years” (pubblicato sempre dalla Manfont nel 2016), arricchito da storie inedite e da un apparato editoriale che gode del contributo di tanti artisti vicini al collettivo romano, oltre che degli studi preliminari sui personaggi. Alla “Kajiu edition” si aggiunge anche il volume “Apocripha”, in cui gli studenti della Scuola Internazionale di Comics di Roma hanno avuto modo di farsi le ossa come fumettisti con i personaggi e i concetti dell’universo Yamazaki.

L’esperienza Yamazaki agisce su più livelli, supportata da una qualità del disegno e da un virtuosismo grafico che non teme confronti di alcun tipo. Le matite di Messina, così come quelle di Schiti e Villanelli si susseguono fluide e perfette, scandendo ogni tipo di emozione e di azione con assoluta naturalezza. Il nero, il grigio, il rosso sangue completano il tutto non caricando mai d’eccesso delle tavole già piuttosto complesse, che avrebbero probabilmente risentito di una cromia più variegata.

“Yamazaki 18 years – kaiju edition” è diviso in micro-capitoli, ognuno dei quali racconta un personaggio, le cui sorti sono intrinsecamente legate allo sconvolgimento del cosmo causato Incidente Bannister. Questo incidente ha visto in azione un fascio di energia, talmente concentrato e potente da ribaltare le stringhe quantiche che determinano la realtà. Insomma, una specie di Big Bang che dà vita a un nuovo sistema, solo molto più grandioso e divertente (e pericoloso) di quello a noi noto. Da questa scintilla divampa un caleidoscopio di situazioni che mischiano citazioni della cultura pop – e non solo, vedi i cameo di Hitler e Beethoven – e personaggi originali, tutti assoldati nella difesa della Terra. Ma difesa da cosa? Dai kajiu, of course, che hanno approfittato dell’incidente per prendere d’assalto il nostro pianeta.

 

A garanzia della sopravvivenza degli esseri umani, la fortuna ha voluto che insieme alla malattia l’esplosione abbia catapultato sulla Terra anche l’antidoto: la mastodontica Scarlett Baroness, la versione su larga scala e pink washed del ben più noto Barone Scarlatto, Asso dei cieli della Prima Guerra Mondiale.

È proprio dal Dna della baronessa, imprigionata in un laboratorio militare, che gli scienziati hanno sviluppato la tecnologia adatta a trasformare i soldati in creature abbastanza grandi da prendere i Mostri a calci nel sedere. Ecco che facciamo la conoscenza dei Kyodai Defender, una super squadra di eroi volontari sottoposti al processo di Macrosomia Accelerata Reversibile. Jean, Noah, Shin, Nangilla e gli altri hanno in comune una malattia, un dono, che consente loro di assumersi la responsabilità di difensori: sono tutti affetti dalla Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis(C.I.P.A.) che permette di sopravvivere ai dolori lancinanti della trasformazione.

Per giustificare l’impossibile, una lotta corpo a corpo tra adolescenti giganti e enormi kajiu provenienti dall’iperspazio, Cajelli, Messina, Schiti e Villanelli mettono insieme un bagaglio più che esauriente di temi, messaggi e sottotesti. Ingredienti imprescindibili di quest’operazione, però, restano una descrizione ineccepibile dell’azione, un senso dell’epica che non va troppo per il sottile e – ribadiamo – il gusto spontaneo dei suoi autori. Perché “Yamazaki 18 years – kajiu edition” non è solo un fumetto estremamente divertente per chi legge, ma è anche un’opera liberatoria per chi scrive e disegna. E questo è evidente, tavola dopo tavola.

Chiaramente, quando a portare su carta la propria esigenza espressiva è un gruppo di professionisti e non dei parvenu o mitomani del web, il risultato sarà un volume solido e appassionante in cui l’occhio esulta senza pausa: dal design degli eroi protagonisti, a quello dei mostri, delle città, degli aerei, dello spazio, ogni dettaglio è puro godimento estetico.

Allo stesso tempo, quando si riesce a prendere fiato nella raffica di missioni, inseguimenti e scazzottamenti, percepiamo che la struttura di questo spettacolo affonda le sue radici nella profondità archetipica, in cui permane il principio più classico dell’eroe.

Opposta a quella caduca e tragica dell’eroe (degli eroi), c’è una presenza costante, che torna nel corso di tutto l’arco narrativo: la Morte (dal bellissimo design di Chiara Colasanti), un’entità silenziosa e imparziale alla quale nessuno può opporsi. Nessuno, tranne il nostro Nangilla che, come il cavaliere bergmaniano, sfida la Signora Nera a giocare un’ultima partita prima della fine. Il titanico scontro di questi giganti-ragazzini con i kajiu, il loro consapevole destino di vittime sacrificali, l’impossibilità di scelta davanti a una malattia che può solo essere convertita in offerta, la necessità del dolore per la sopravvivenza, rendono il tutto umanamente profondo, complesso, toccante. A dispetto di chi costruisce un’intera poetica sul dramma personale, senza sforzarsi di trasfigurare la propria sventura in qualcosa di esaltante, estetico, universale, il Gentleman Kaiju Club imbastisce una tragedia esemplare, che si regge su un perfetto equilibrio di forma e sostanza.

L’Universo Yamazaki non parla un linguaggio suddito della letteratura, ma rivendica con orgoglio la materia fantastica di cui è fatto il fumetto. Non per altro, ha in comune con l’origine del cinema e in generale della cultura pop la scelta di mostri mastodontici che seminano il panico nelle metropoli: così si definiscono topos contemporanei dell’epica, tanto quanto il sacrificio dell’eroe affonda le sue radici nei grandi cicli classici.

Abbiamo bisogno di svago intelligente e di qualità. Abbiamo bisogno di non perderci dietro intellettualismi, che annebbiano il gusto mettendo al centro l’ego dell’autore piuttosto che il piacere del lettore. 

“Yamazaki 18 years – kaiju edition” colpisce in tre punti: la vista, il cuore la mente. Quando non è possibile cogliere immediatamente ogni passaggio logico (può accedere, richiede concentrazione), ci si può godere la bellezza dell’immagine, quando si riesce a recuperare il filo logico (per fortuna capita anche quello), è là che il kajiu si muove a passo lento verso sequenze struggenti di lutto, perdita e sconfitta.

 

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