Stefano Caselli è un grande fumettista nostrano che si è fatto conoscere anche in ambiente internazionale grazie ai suoi fantastici lavori per la Marvel. L’abbiamo incontrato all’ARF 2015 e come di rito, non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di rivolgergli qualche domanda.

Hai collaborato con grandissimi autori statunitensi: com’è lavorare oltreoceano e quali differenze ci sono rispetto a fare fumetti in Italia?

La prima cosa è che ti raffronti con supereroi conosciuti a livello mondiale, ed è una cosa che pochi altri mercati ti permettono di fare. Personaggi italiani o francesi sono molto conosciuti in Europa, ma a livello globale un po’ meno.
A livello tecnico invece la differenza principale è che si hanno tempistiche molto più ristrette per quanto riguarda gli albi mensili.

Qual è stata la testata, fra tutte quelle a cui hai lavorato, che più ti ha entusiasmato e che più ti ha formato come artista?

Ogni lavoro che ho fatto è sempre stata un’emozione, un’avventura nuova. Quello che mi rimane nel cuore per tutta una serie di motivi è stato Hack/Slash, uscito una decina di anni fa per la Devil’s Due. Fu un personaggio che co-creai con Tim Seeley, un fumetto horror che mi fece fare il salto di qualità.

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Negli ultimi anni Marvel sta pubblicando sempre più testate, quanto è vasta la programmazione delle prossime saghe? La Casa delle Idee ha davvero pianificato tutto da qui fino a cinque/sei anni? Se non puoi rispondere almeno levaci una curiosità da nerd: come funziona la redazione di Marvel e come si creano i cicli narrativi?

Allora, innanzitutto per non creare spoiler, loro non ci svelano tutto, nemmeno a noi disegnatori che lo scopriamo di volta in volta. Magari a volte abbiamo delle preview di cose che devono uscire dopo mesi, però non sappiamo la programmazione della Marvel quale sia con precisione. So che lavorano per cicli di quattro-cinque anni, con delle riunioni fra i cosiddetti “architetti”, che sono gli scrittori che studiano l’universo Marvel nel quale si dividono poi le testate, cercando di capire per ogni personaggio cosa succederà. Ma io da disegnatore lo scopro man mano che il lavoro procede.

Ci puoi dare un parere personale sul ciclo che Marvel inaugurerà dopo Secret War, che un po’ contraddice il principio di continuity di Marvel ed è più simile al lavoro di DC, che ogni tanto propone dei reboot nelle proprie serie?

I reboot e i rilanci in realtà avvengono abbastanza regolarmente, perché espandendo tanto la storia a un certo punto è fisiologico cercare di contrarla un po’, anche per venire incontro ai lettori che già ti seguono e per permettere a quelli nuovi di unirsi.
Quello che succederà secondo me sarà quindi una cosa positiva, perché permetterà di iniziare nuovamente tutta una serie di testate da un punto di partenza più facile per i lettori.

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Tu interverrai nel memoriale dedicato a Paolo Morales, uno dei fondatori della scuola romana del fumetto. Che ricordi hai di lui, e quali altri sono stati i tuoi maestri?

avengers_assemble_9_hulk_sheepish-300x227Mi fa molto piacere questa domanda perché Paolo è uno di quelli che ha cambiato profondamente la mia vita di artista, sia professionalmente che umanamente.
Mi ha fatto innamorare del fumetto e del cinema in una maniera che mai avrei creduto. Io pensavo di amare già il cinema, poi ho scoperto proprio un’adorazione grazie a Paolo.

La scuola romana del fumetto mi ha formato e mi ha fatto capire che ci sono davvero grandi professionisti del settore e ricordo tutti con grandissimo affetto. A tutti devo un pezzetto di quello che sono oggi, quindi non me la sento di stilare una classifica.
Di Paolo ricordo che era uno che mi incoraggiava quando pensavo di non farcela. Gli bastava dare un’occhiata a ciò che stavo facendo, darmi una pacca sulla spalla e una parola di conforto e mi riprendevo. È stato importantissimo. Di lui era impressionante la semplicità: era poco cervellotico e molto pratico, ti correggeva spiegandoti perché ti stesse correggendo, e i suoi insegnamenti me li porto ancora dietro. Lui diceva una cosa bellissima: “Non cercate di migliorare nelle cose in cui non siete tanto bravi, cercate di diventare fortissimi nelle cose che vi vengono meglio”.

Quanto pesa nella formazione di un’artista l’insegnamento fumettistico di tipo scolastico e quanto è importante il lavoro sul campo?

spidey_CaselliLa scuola ti permette di conoscere il mestiere, perché come in tutti i campi dell’artigianato ci sono delle regole: un’orefice deve seguire delle regole per fare un gioiello, la stessa cosa deve farla un fumettista, ci sono regole che vanno studiate.
Poi purtroppo la professionalità non si può insegnare, ed è quella che a lungo termine fa la differenza. Ci sono disegnatori bravissimi che non sono riusciti a concludere niente perché poco professionali e persone che invece si sono dimostrate serie, puntuali e appunto professionali, che hanno ottenuto risultati e che sono riusciti ad affermarsi. Ma ripeto, quella non si può insegnare.

Prima di lasciarci, domanda un po’ di rito: tu sei un punto di riferimento per i giovani autori che guardano con ammirazione al fumetto americano. Quali possono essere le regole d’oro per riuscire a sbarcare oltreoceano?

Innanzitutto tanta umiltà. Poi, sembra banale, ma bisogna conoscere l’inglese molto bene. Ma fondamentalmente, serve tanta tenacia e, ancora una volta, umiltà.

 

Eugene Fitzherbert
Vittima del mio stesso cervello diversamente funzionante, gioco con le parole da quando ne avevo facoltà (con risultati inquietanti), coltivando la mia passione per tutto quello che poteva fare incazzare i miei genitori, fumetti e videogiochi. Con così tante console a disposizione ho deciso di affidarmi alla forza dell'amore. Invece della console war, sono diventato una console WHORE. A casa mia, complice la mia metà, si festeggia annualmente il Back To The Future Day, si collezionano tazze e t-shirt (di Star Wars e Zelda), si ascolta metal e si ride di tutto e tutti. 42.