L’uomo che ci ha donato un Multiverso.

Il Sorridente Stan Lee non c’è più. 

Poche parole, così dolorose da scrivere, perché molti di noi True Believers, cresciuti col suo volto sulle pagine dei fumetti Marvel, nelle convention e nei film dei supereroi, ci eravamo convinti in maniera irrazionale che l’uomo che aveva creato quasi dal niente la Casa delle Idee non sarebbe mai andato via.

Invece Stan Lee ci ha lasciati. 

Difficile dire in poche parole cosa rappresentasse per il lettore di fumetti Stan Lee, l’uomo che all’inizio degli anni sessanta fu in grado di rivoluzionare il mercato dei supereroi. Per chi è cresciuto leggendo le gesta di Capitan America, di Iron Man, di Thor, dei Fantastici Quattro e dell’Uomo Ragno, Stan Lee non era solo un autore di fumetti. Era The Man, il volto affabile e la voce calda che ti salutava con affetto prima di ogni albo di fumetti. Era un mondo, un cosmo. Un Multiverso che tutti noi lettori, noi veri credenti come lui era solito salutarci, portiamo nel cuore. 

Perché essere dei creativi, inventare mondi e personaggi, pone le persone di fronte a uno strano dono: viene concesso di immaginare migliaia, forse milioni di universi, di donarli agli altri perché possano sognare, pur rimanendo saldamenti ancorati a questa realtà. Universi dove gli dei camminano tra noi, mondi dove esistono cavalieri vestiti di rosso e oro, mondi dove anche i più umili possono diventare eroi, vuoi grazie a una pozione magica o al morso di un ragno. 

E Stan Lee non si è limitato a questo, a donare un numero incredibile di universi ai suoi lettori. Lui è riuscito a portare avanti un concetto, una rivoluzione. A proporre qualcosa in grado di fare davvero la differenza.

Figlio di una coppia di immigrati rumeni, Stan Martin Lieber nacque nel 1922 a New York. Sin da giovane aveva dimostrato di amare la scrittura, influenzato anche dal cinema e in particolare dai personaggi di Errol Flynn. Appena sedicenne entrerà come garzone nella Timely Comics. Sarà qui che, dopo appena un anno, firmerà la sua prima pagina, un breve riempitivo di Captain America, utilizzando per la prima volta il nome d’arte che lo renderà famoso. Le sue doti non passano inosservate e ben presto verrà nominato editor, diventato il più giovane in assoluto a ricoprire questo ruolo nella Timely. 

Dopo la guerra e dopo aver svolto il suo ruolo nel conflitto, Stan tornerà alla sua casa editrice, ora rinominata Atlas Comics. Sono anni di crisi per il fumetto statunitense, accusato di traviare le coscienze dei giovani e di allontanarli dalla retta via. Gli anni sessanta non iniziano sotto i migliori auspici per la Atlas, ora rinominata Marvel.

La DC Comics dominava il mercato ed è a questo punto che le cose per Stan prendono una svolta. Incaricato dall’editor in chief Marin Goodman di inventarsi qualcosa per rimettere la Marvel in carreggiata. 

Era un periodo di profonda frustrazione per Stan, indeciso su cosa scrivere e come giocare le sue carte per quella che poteva essere tanto la sua fine quanto la sua grande occasione. Spronato dalla moglie, il Sorridente decise di scrivere qualcosa che gli piacesse davvero. Face Front, la scelta fu quella di parlare di famiglia e, per farlo, si avvalse dell’aiuto del Re, Jack Kirby, dando vita nel 1961 ai Fantastici Quattro.

I Fantastic Four erano qualcosa in più di un semplice gruppo di supereroi. Era una famiglia, strana e a modo loro disfunzionale, che si trovava a far fronte comune contro le avversità, come nella vita reale. Certo, nel mondo di tutti i giorni i pericoli maggiori erano le bollette e le spese, mentre Reed Richards e i suoi dovevano far fronte a mostri e nemici di ogni tipo. Ma il parlare di famiglia funzionò, toccò le corde più profonde del pubblico americano, proponendogli in maniera diversa dal solito qualcosa che conoscevano, un valore fondante della loro etica e della loro nazione.

Il successo fu enorme e Goodman affidò a Stan altri lavori. Dal suo sodalizio con Kirby nacquero Hulk, gli X-Men, Thor e Iron Man, tutte testate che riscossero il favore e l’apprezzamento del pubblico. Solo in un caso, nel 1962, Lee e Kirby non riuscirono a trovare un punto d’incontro per un personaggio, un ragazzo del Queens che avrebbe trasformato per sempre il mondo del fumetto; ci volle la mano di Steve Ditko per creare l’Uomo Ragno, una vera e propria icona del comics elevato a cultura popolare.

Supereroi con superproblemi. Questo era il concetto che voleva Stan dietro a tutti i suoi personaggi. Mostrare ai lettori il volto più drammatico dell’eroismo, quella fragilità che accomuna tutti gli esseri umani. Puoi essere un gigante di giada, la reincarnazione di un dio norreno o un soldato perfetto, ma alla fine della tua avventura dovrai comunque guardarti allo specchio, affrontare la tua umanità e cercare di convivere con te stesso e con le tue debolezze. 

I suoi eroi erano diversi. Erano umani. Un concetto semplice ma rivoluzionario, un concetto capace di trasformare per sempre l’industria del fumetto. Un concetto capace di riscaldare i cuori e infiammare gli animi dei lettori, capaci di riconoscersi in Peter Parker, in Steve Rogers, in Steven Strange e Matt Murdock.

Gli anni di attività di Stan alla Marvel sono anche anni di grande fervore creativo tanto per il fumetto americano quanto per il sorridente, sempre sul pezzo per creare qualche nuovo personaggio, sempre e comunque capace di interpretare lo spirito del tempo per donare ai suoi lettori una nuova storia, un nuovo mondo e un nuovo universo da scoprire. Stan Lee e la Marvel, con le loro pubblicazioni, fecero qualcosa in più di dare vita a un universo di supereroi. Fecero una vera e propria operazione di mitopoiesi, plasmando una mitologia e creando un immaginario condiviso e universale per i lettori. 

Stan Lee era questo per il lettore di fumetti. Un uomo con la capacità di portare anche nelle vette del cosmo e negli abissi delle dimensioni più nere concetti familiari a tutti. La famiglia, le amicizie, l’amore; ma anche il lutto, lo smarrimento, la disperazione. Era, insomma, capace di unire due sfere emotive, quelle personale e quella universale, facendo sentire a tutti i suoi lettori ondate di empatia nei confronti dei personaggi che metteva su carta.

La Marvel, grazie al metodo di lavoro concepito dal Sorridente, arrivò ben presto a ribaltare le sorti del mercato. Negli anni in cui il temutissimo Comics Code imperversava, imponendo la sua rigida e stralunata censura sugli autori, Lee fu in grado di parlare di argomenti via via più scottanti all’interno dei suoi fumetti. La droga, l’alcol, la violenza domestica, uno a uno Stan e i suoi autori portarono sulle pagine dei propri fumetti questi argomenti, si permisero di osare, di fare del fumetto un mezzo di denuncia oltre che di intrattenimento. Nuff said.

Anche se da anni si era ormai defilato dal ruolo di editor e sceneggiatore, Stan Lee rimaneva una presenza costante per l’universo Marvel, il suo primo e migliore araldo, l’uomo che col suo sorriso ricordava a più generazioni di ragazzi che accettare la propria umanità era uno dei superpoteri migliori, quello che permetteva di rialzarsi dopo ogni sconfitta e di continuare a vivere.

E, nel frattempo, una nuova generazione di fan si affacciava al mondo, quella che lo conosceva per i suoi camei nei film del Marvel Cinematic Universe, che lo ha visto come un autista di scuolabus, un veterano che divideva l’idromele con un dio del tuono, un parrucchiere folle, un postino. E che ora non lo vedrà più. 

Sembra strano pensare che non vedremo più un cameo del Sorridente Stan. Che anche quelli probabilmente già girati in Captain Marvel e nel quarto film degli Avengers saremo costretti a viverli con un’emozione nuova, completamente diversa dal semplice affetto e dalla sincera simpatia che avevamo nel vederlo prima. Questa volta, nel vederlo sul grande schermo, tutti noi penseremo che quel sorriso non c’è più. Che l’uomo dietro quel sorriso, capace di donare ai suoi lettori decine, centinaia, migliaia di universi, ora non è più tra noi. Diretto, forse, in uno di quei mondi che lui stesso ha creato. 

Addio Sorridente Stan. Excelsior.

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