La morte e la solitudine di tutti i mostri sociali raccontati dal sempre sorprendente Maicol&Mirco

In libreria dal 21 giugno, L’Arcanoide – firmato da Maicol&Mirco e pubblicato da Coconino – è una favola per adulti, in grado di trasmettere emozioni complesse con una semplicità geniale. Ovviamente, se la capiscono i grandi, i più piccoli sapranno goderne altrettanto profondamente e – probabilmente – con maggiore facilità, data la loro dimestichezza con il mondo del fantastico e del favoloso. 

Torna, dunque, il lampo di ispirazione che coglie Michael Rocchetti – l’autore che sta dietro al duale Maicol e Mirco – che gli consente di mettere in piedi dei racconti sintetici, fulminei e perfetti così come sono. Dopo averci abituati a un formato autoconclusivo, basato sullo spazio concesso dalla tavola, nei suoi Scarabocchi, con L’Arcanoidesequel/prequel de Gli Arcanoidi del 2018 – ci porta per mano in un pianeta lontano e simbolico, dove si cimenta in una narrazione continua.

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Il formato che l’autore usa è quello dell’illustrazione a piena pagina, che colloca questo lavoro più nel campo del libro illustrato che del fumetto vero e proprio. Ma, al di là delle prerogative tecniche, L’Arcanoide è un volume prezioso, importante per la delicatezza dei temi che affronta e per la libertà con cui osserva e si emancipa dalle reference letterarie (tanto a fare paragoni ci pensa la critica, non l’autore).

Ricorda un po’ l’atmosfera sognante de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, salvo che fin dalle prime battute il sogno si trasforma in un incubo sospeso tra l’angoscia e la risata isterica. Eppure Rocchetti riesce sempre a evitare l’eccesso, accompagnando le riflessioni più intime e spietate con quel suo tono lieve, che ben interpreta il monito Paul Valéry, ripreso da Italo Calvino, che dice: “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume“.

Leggero come un uccello, la cui precisione e determinazione permettono il volo, Rocchetti plana nella più profonda disperazione umana e consegna al suo fortunato pubblico questa favola di solitudine e autodistruzione, oltre che di riflessione su cosa è e a che serve l’altro.

L’Arcanoide, chi è?

L’Arcanoide è un mostro che vaga su un pianeta completamente vuoto, fatta eccezione per la sua presenza. Il nulla che lo circonda diventa presto insopportabile, tanto da rendere necessario il tentativo di riempirlo con una poesia. La poesia del mostro parla di solitudine, in un gioco tautologico che insegue se stesso in una prospettiva potenzialmente infinita. Girovagando, il mostro incontra l’Eco, un pallido e insufficiente rimedio a questa inaudita desolazione. Qui decide di averne avuto abbastanza, e crea gli Arcanoidi.

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Gli Arcanoidi sono compagni silenziosi, anche perché morti. L’urgenza di circondarsi di presenze, però, innesca nell’Arcanoide primario un gioco di mutilazione letale: ma va bene, ciò che muore è stato vivo e tanto basta in un mondo in cui il nulla è così enorme da spazzare ogni altra certezza.

Vi ricordate Il Piccolo Principe? Nel suo viaggio il protagonista incontra, a un certo punto, un re. Questo re viveva su un pianeta talmente piccolo da essere l’unico abitante. E quindi – facilmente – re. Questo potrebbe essere il set up della nuova favola di Michael Rocchetti, salvo che le conseguenze sono decisamente più estreme.

Scrittura e immagine

Famoso per i suoi Scarabocchi, Rocchetti propone ne L’Arcanoide uno stile più morbido, sicuramente più posato e dai tratti meno nervosi. La forma diventa, dunque perfetta interprete del contenuto, meno graffiante delle vignette nero su rosso che hanno consacrato Maicol&Mirco sul web. La malinconia e la morbidezza del tema (pur tragico nel suo svolgimento) si riflettono in figure dai contorni geometrici e tondi, il cui dramma è diluito in campiture uniche, senza sfumature.

D’altra parte chi meglio di Rocchetti riesce a rendere, nel panorama del fumetto italiano contemporaneo, l’espressione dei suoi personaggi, senza in alcun modo servirsi della descrizione pedissequa ed esatta del reale?

Maicol&Mirco si conferma come uno degli autori più interessanti in circolazione, di un’intelligenza riservata e sempre sorprendente e dalla lucidità che sa esattamente cosa vuole dire e come dirlo. Soprattutto, da artista a tutto tondo – che non è “solo” fumettista e non è “solo” illustratore, ma è entrambe queste cose e qualcosa in più – ha trovato una strada unica e personale per esprimersi. La sua firma è riconoscibile, tenera,  crudele, paragonabile – ma non nella forma, quanto nelle intenzioni – a un primo Tim Burton, così abile nel raccontare l’attrazione verso il macabro insita nella purezza dell’infanzia. 

Un lettore abituato a interfacciarsi all’opera con la testa e non col cuore, potrà essere tratto in inganno dall’esca di un prodotto intellettuale. Si tratta, però, di un libro dal messaggio estremamente umano, quotidiano, reale: la solitudine dei numeri primi, il bisogno di amore e quell’insaziabile sete del prossimo che ci porta – che lo vogliamo o no – a essere animali (o mostri) sociali. 

Là, in quelle solitudini infinite, lui, eremita contumace, aveva imparato a stimare la compagnia degli esseri umani, aveva compreso i cani sempre ansiosi della presenza del padrone, aveva scoperto che l’altro è una forma di nutrimento, che l’uomo senza l’uomo muore di fame spirituale“. (Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa di arrabbiò con Dio). 

 

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