Durante questo ARF! Festival 2018, oltre alle tantissime interviste live, abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere anche con Gian Alfonso Pacinotti, in arte GIPI, noto illustratore, fumettista italiano.
Ecco il resoconto dell’intervista.

Vorremo iniziare chiedendoti subito un parere su questa quarta edizione dell’ARF!

All’ARF mi trovo bene, mi sembra che ogni volta cresca sempre di più. È un bellissimo festival e fa sempre piacere essere presente.

Parlaci un po’ del tuo ultimo lavoro fumettistico, La terra dei figli.

È un po’ difficile parlare del proprio libro aggiungendo cose a voce, anche perché quello che volevo dire l’ho messo nelle pagine. In realtà non è che volessi comunicare qualcosa in particolare, volevo semplicemente raccontare una storia.

Però è una storia molto diversa dalle tue precedenti, dove hai accantonato la tua voce personale.

Sì, ho levato di torno l’autobiografia, il racconto dei fatti miei perché ho un’età ed a un certo punto conviene farsi un po’ da parte (sorride n.d.R.). Anche perché non ho più nulla da raccontare su di me, ho già detto tutto. Quindi mi sono divertito molto a creare dei personaggi che con me non hanno niente a che fare, che hanno una vita propria e che, se possibile, i lettori possano leggere dimenticandosi chi ne è l’autore.

Quindi volevi semplicemente fare qualcosa di diverso.

Esatto; volevo cambiare modalità perché mi rendevo conto che ormai quella di prima era appunto vecchia, e non volevo più portarla avanti.

Del resto un autore deve sempre cercare di battere strade nuove, altrimenti…

Altrimenti ti rompi le scatole, come si dice nei salotti letterari.

L’ARF! ha organizzato una mostra in occasione dei trent’anni dalla morte di Andrea Pazienza. Tu l’hai conosciuto direttamente: ti vai raccontarci qualcosa di lui? Magari hai un anedotto che vorresti condividere?

In realtà non lo conoscevo poi così tanto, perché ho seguito un suo corso di dieci giorni di fumetto, e quindi non ero proprio un suo amico. È stato un maestro per me. Seguivo il suo lavoro e mi ha condizionato tantissimo in quello che ho fatto dopo e nella persona che sono diventato. Però non ho da raccontare chissà quali aneddoti su di lui. Diciamo che era esattamente quello che si vedeva dalle sue storie: un genio del fumetto, una personalità prorompente, uno dei più grandi disegnatori che abbia mai visto. Vederlo disegnare è stato illuminante e le poche cose che mi ha passato sono state importantissime, perché ci ho costruito sopra la mia vita.

A proposito di anniversari, sono passati dieci anni dall’uscita di quello che forse è stato il tuo primo bestseller, “LMVDM – La mia vita disegnata male”. Col senno di poi, visto che quello è stato il primo fumetto in libreria a vendere tanto, può essere stato in un certo senso l’apripista della “moda” del graphic novel che è venuta dopo?

No, non credo. C’erano già un sacco di autori che facevano tante belle cose. Io ho avuto l’occasione di parlarne in TV, perché la televisione aveva e ha ancora un potere enorme nella comunicazione. Potere che, all’epoca, ignoravo ed è stata una sorpresa anche per me, passare da vendere uno a vendere cento in un giorno. È stato abbastanza shockante, ma è così che funziona. Tra l’altro, viviamo in tempi in cui o il pubblico riesce a dare una carne all’autore o fa molta fatica a seguirlo. In realtà per me è un po’ avvilente avere coscienza di questa cosa, ma è chiaro che se io ho iniziato a vendere di più non era perché ero diventato più bravo ma solo perché i lettori avevano associato un paio di orecchie a sventola e i miei denti marci a quello che leggevano. Ora purtroppo è così. Tutti gli autori che conosco che vendono tanto sono persone che hanno fatto di se stessi un mezzo di comunicazione.

Questo però può anche avere un certo rovescio della medaglia, perché uno che sa vendersi bene…

Non credo sia il fatto di sapersi vendere bene. Noi viviamo in tempi in cui questa frase, “sapersi vendere”, è vista come un pregio. Per me non lo è, perché penso che un autore non dovrebbe sprecare nemmeno un millesimo del suo talento e delle sue energie per imparare a sapersi vendere. Penso solo che se hai voglia di raccontare storie e il carattere per farlo magari ti viene anche spontaneo metterci la faccia. La cosa che è inquietante è che ormai il metterci la faccia è diventata una cosa imprescindibile per vendere un po’ di copie.

Del resto, nell’epoca dei social…

Certo, oggi ancora di più.

Hai citato la televisione. Ultimamente hai collaborato al programma Rai Propaganda Live. Come ti è capitato di entrare a farne parte?

Marco (Makkox, n.d.R.) è un amico e mi ha chiesto di andare alla trasmissione sua e di Zoro, come ospite. Lui seguiva i corti che facevo tanti anni fa e mi ha detto “fammene uno, fammene uno”. L’ho accontentato e non mi sono più fermato. E adesso mi sto divertendo molto a fare questi corti. Sono libero, sostanzialmente faccio quello che mi pare, con pochissimi mezzi ed è divertente. E visto che è un periodo in cui non sto disegnando, ben venga quest’attività.

Quindi non c’è niente di cartaceo in cantiere?

No, qualcosa c’è. Sto scrivendo tante cose, ma disegni per adesso niente.

Ma stai scrivendo con l’obiettivo di passare “dall’altra parte” e diventare sceneggiatore?

Sto facendo un libro che uscirà in Francia per Casterman e poi vedremo in Italia, e mi occupo solo dei testi. Poi sto lavorando a delle cose sparse che non so cosa diventeranno.

Come ti trovi a stare dalla parte delle sceneggiatore? Non è così scontato per un disegnatore. Penso per esempio a Leo Ortolani che ha spesso detto che non si troverebbe molto a suo agio nei panni dello scrittore.

No, io invece ho un atteggiamento differente. Non migliore certamente, perché Leo è un grandissimo. Ma io, ad esempio, non scrivo delle sceneggiature per fumetto tipiche. Nelle sceneggiature “normali” si danno indicazioni di vignetta per vignetta, che cosa c’è dentro e tanto ancora. Io scrivo principalmente come faccio per il cinema, quindi non do nessuna indicazione particolare.

Quindi lasci parecchio spazio.

Assoluta libertà. Ovviamente scrivo in un modo che spero possa ispirare il disegnatore, affinché riesca ad immaginarsi la scena che io vorrei, in modo che, quando lui legge, la prima immagine che gli salta in mente è quella che vuole disegnare.

Un processo di ispirazione diretta, quindi…

Esatto, un po’ come si fa anche nel cinema. Gli sceneggiatori non dicono mai al regista: “fammi il dettaglio di una mano”, ma scrivono in una maniera in cui, inevitabilmente, per raccontare quel momento lì devi fare il dettaglio di una mano. Quindi è una specie di truffa: dai la sensazione al disegnatore di essere completamente libero, quando in realtà non lo è.

Tu hai fatto cinema, fumetti e televisione. C’è un settore che ti piace particolarmente?

Beh, non mi sento di dire di aver “fatto” televisione, perché mi sono occupato della realizzazione dei corti, che è un po’ l’equivalente del cinema anche se è un cinema poverissimo. A dir la verità mi piace tutto, magari ho dei momenti in cui preferisco farne una rispetto ad un’altra oppure in cui me ne riesce una e l’altra no. Il cinema mi piace perché dentro ci sono tutte le cose che amo: la scrittura, l’immagine, il suono… Tutte cose che ho sempre maneggiato.

Forse ti sembra anche di poter fare di più…

In realtà è un concetto diverso, perché il fumetto non è inferiore a niente, è solo un altro mezzo espressivo con cui puoi fare altre cose. Nessun mezzo espressivo è inferiore all’altro: sono tutti pari e ognuno ha le sue peculiarità. Nella Terra dei figli, ad esempio, c’è una parte dove i ragazzini protagonisti trovano un quaderno illeggibile, cosa che puoi mostrare solo col fumetto. Non è possibile fare quella scena lì con un altro medium. Nel cinema invece hai il vantaggio che puoi gestire dei dialoghi molto lunghi, mentre nel fumetto distruggerebbero le scatole a chiunque.

Il famoso spiegone.

Esattamente. Sono tutti mezzi diversi, ognuno ha le sue caratteristiche, i suoi limiti, ma sono tutti ugualmente validi.

gipi intervista arf

Come ti sembra in questo momento il panorama del fumetto in Italia?

Non saprei. Non seguo tantissimo la scena attuale. Nel fumetto popolare già giravano un po’ di soldi, ma ora hanno cominciato a muoversi pure nel fumetto d’autore e, visto che viviamo in una società capitalistica, se girano i soldi attorno a un tipo di racconto verranno investiti su quel tipo di racconto, quindi altri autori avranno la possibilità di lavorare e, se sono bravi, di vendere, e di fare della loro passione un mestiere. I media non hanno mica iniziato ad interessarsi al fumetto perché improvvisamente hanno scoperto l’amore per il fumetto, ma semplicemente perché hanno scoperto che si vendeva. È sempre quello a muovere le cose.

Secondo te, rispetto a prima, cos’è cambiato?

È cambiato che io prima e Zerocalcare poi, in maniera maggiore, abbiamo cominciato a far girare soldi intorno al fumetto d’autore. Nel popolare i soldi c’erano e ci sono tutt’ora, però è un altro tipo di racconto.

Che consigli daresti ad un giovane fumettista?

Quello che dico sempre a questi ragazzi: imparare a guardare fuori da se stessi, imparare a osservare il mondo abbastanza attentamente e con un sguardo abbastanza originale. Il lavoro al tavolo da disegno resta comunque imprescindibile, ma per me è ancora più importante lanciare uno sguardo sulla realtà che ci circonda.

Elia Munaò, nato (ahilui) in un paesino sconosciuto della periferia fiorentina, scrive per indole e maledizione dall'età di dodici anni, ossia dal giorno in cui ha scoperto che le penne non servono solo per grattarsi il naso. Lettore consumato di Topolino dalla prima giovinezza, cresciuto a pane e Pikappa, si autoproclama letterato di professione in mancanza di qualcosa di redditizio. Coltiva il sogno di sfondare nel mondo della parola stampata, ma per ora si limita a quella della carta igienica. Assiduo frequentatore di beceri luoghi come librerie e fumetterie, prega ogni giorno le divinità olimpiche di arrivare a fine giornata senza combinare disastri. Dottore in Lettere Moderne senza poter effettuare delle vere visite a domicilio, ondeggia tra uno stato esistenziale e l'altro manco fosse il gatto di Schrödinger. NIENTE PANICO!