“Klaatu Verata Nikto”

C’era un uomo con un sogno. L’uomo era il giovanissimo cineasta appena ventenne Sam Raimi, il sogno quello di realizzare uno dei film horror più stralunati e visionari che la storia del cinema avrebbe in seguito mai ricordato. Un sogno che parte da lontano, nel 1979, condiviso con l’amico e inseparabile collega Bruce Campbell, che diverrà poi a tutti gli effetti il suo attore feticcio e simbolo della sua produzione cinematografica più iconica. Raimi realizzò un piccolo cortometreggio, “Within in the Woods“, una breve storia che conteneva tutti gli elementi di quello che sarebbe poi diventato Evil Dead (La Casa), una sorta di prototipo che, nonostante il bassissimo budget per la produzione, già evidenziava l’estro dell’allora imberbe regista, e che convinse degli investitori a finanziargli il primo Evil Dead, uscito nel 1981

Nasce così il personaggio di Ash, protagonista assoluto del film, ma in questo primo capitolo, non ancora in grado di rubare completamente la scena alle vicende generali, che vedono un gruppo di amici isolarsi all’interno di una casa nel bosco per passare un piacevole week-end insieme.

Il primo Evil Dead conservava ancora una certa drammaticità e i toni erano quasi totalmente cupi. La malvagia presenza demoniaca evocata dall’incauta lettura del Necronomicom (il libro dei Morti rilegato in pelle umana e scritto con il sangue), trovato nella baita dalla combriccola, trasforma in men che non si dica la vacanza in un incubo senza via di fuga, un inferno messo in scena da Raimi con grandissima carica visionaria. Evil Dead era un horror diretto e concreto, capace di stordire lo spettatore con un tripudio di grida e suoni disturbanti, vorticosi giri della macchina da presa, esplosioni di sangue, frattaglie dense e sature.

Nel 1987, esce The Evil Dead 2, una sorta di “requel” come lo definisce lo stesso Bruce Campbell in una recente intervista. Ovvero una via di mezzo tra un reboot e un sequel. Il film infatti riprende le vicende del primo Evil Dead dove si interrompevano. Nel finale il nostro Ash veniva sopraffatto dall’entità demoniaca, con quella prospettiva in prima persona e quel movimento di macchina che è diventato uno dei marchi di fabbrica della serie. Vedremo in Evil Dead 2 la continuazione di questa scena, ma non dall’inizio della pellicola.

Il seguito de La Casa infatti racconta nuovamente le vicende da capo. Probabilmente a causa di qualche problema legato ai diritti, non è stato possibile utilizzare il materiale del primo capitolo, cosicché i primi 15 minuti del film sono una sorta di “riassunto/revisione” degli eventi già trascorsi, in cui però sono eliminati dalla scena tutti gli altri personaggi, e solo Ash e la fidanzata Linda raggiungono la baita. Che dire di The Evil Dead 2 (La Casa 2) se non che probabilmente è il miglior episodio della saga. Un horror unico nel suo genere, che esaspera ancora di più lo stile del primo e dona finalmente l’iconica personalità tragicomica al personaggio di Ash.  Raimi sfrutta la grande espressività dell’attore e trasforma Evil Dead in qualcosa di diverso rispetto al primo capitolo.

Uno strano, e per i tempi avanguardista, connubio tra un film slasher, horror e comedy, in cui tutto è terribile e grottesco, ma nulla si prende sul serio fino alla fine. Come un novello Buster Keaton, Bruce Campbell combatte il male come fosse l’attore di una classica commedia Slapstick, con una espressività del viso e del corpo volutamente sopra le righe e tutta la casa infestata si adegua alla sua performance. La scena in cui Ash combatte contro la propria mano, ormai posseduta dal male, è da antologia, così come quella in cui si separa dal corpo martoriato del nostro eroe, mandandolo letteralmente a fanculo e provocando una caccia al topo inquietante, disgustosa e tremendamente divertente allo stesso tempo. Come non citare la risata collettiva di Ash con tutti gli “arredi della baita”, con la testa di cervo e la lampada sul comodino che si “scompisciano” dalle risate. Uno dei momenti più folli surreali e divertenti della storia del film di genere. Ma troppi ne potrei ricordare. Evil Dead 2 era un grandissimo film, con un finale imprevedibile.

Alla fine dei “giochi” Ash esorcizza il male leggendo dei passaggi del Necronomicon e rispedisce l’entità demoniaca dalla dimensione da cui proviene. Non senza conseguenze però. Il vortice interdimensionale inghiotte pure il nostro sfigatissimo signor Williams catapultandolo niente meno che nel Medioevo. Così con un enorme “WTF!”, Evil Dead 2 lasciava spiazzati gli spettatori ancora storditi dal pirotecnico spettacolo di ironica ed estrema violenza imbastito da Raimi.

A questo punto, Ash era il primo “ammazza-demoni” iconico all’interno di un genere in cui tutte le figure più famose erano negative, come Jason, Freddy Krueger, Leatherface e molti altri. Il primo vero horror-maniac “buono”, per quanto quello spirito un po’ “romantico” e maldestramente drammatico che aveva in Evil Dead 2, avrebbe lasciato il posto ad un Ash totalmente cinico, sbruffone e spavaldo nel terzo e ultimo capitolo della trilogia, Army of Darkness, conosciuto da noi come L’Armata delle Tenebre.

Raimi durante le riprese di Army of Darkness

Se le avventure di Ash ebbero un seguito dopo il secondo Evil Dead, lo si deve principalmente al successo che Sam Raimi raggiunse con Darkman, nel 1990. Raimi voleva cominciare infatti le riprese subito dopo ED2, nel 1987, ma non aveva le risorse. Furono gli incassi di Darkman a convincere gli Universal Studios e il produttore esecutivo Dino De Laurentiis a mettere insieme i 12 milioni di budget destinati al progetto (praticamente il triplo rispetto a La Casa 2). Il film subì ulteriore ritardo a causa di una disputa tra questi ultimi, che ebbero delle divergenze sui diritti del personaggio di Hannibal Lecter de Il Silenzio degli Innocenti.

Quando finalmente le acque si tranquillizzarono, il film venne distribuito, ed era il 1992. Army of Darkness riprendeva esattamente dove finiva il secondo film, che a sua volta come detto, era in qualche modo collegabile al primo, tanto è vero che esistono alcuni montaggi fan made che trasformano i 3 capitoli in un’unico lunghissimo film perfettamente scorrevole.

Ash si ritrova catapultato nel Medioevo, precisamente nel XII secolo, e viene catturato dai cavalieri del feudatario del luogo, tale Lord Arthur, convinti che fosse una spia di Enrico il Rosso, nemico giurato di Lord Arthur.

Ash si ritrova senza le fedeli armi: il fucile a canne mozze e la motosega. Se ci pensate, sono due armi divenute leggendarie che hanno ispirato l’equipaggiamento di una larghissima fetta di personaggi appartenenti a contesti horror in film, videogiochi e fumetti, che sarebbero arrivati successivamente (ma a loro volta recuperate da altri classici come The Texas Chain Saw di Tobe Hooper). Ma fortuna e spavalderia, mai come prima d’ora significative per la costruzione del suo personaggio, gli permettono di sopravvivere fino all’ottenimento del suo prezioso armamento. Esemplare la mitica battaglia dentro il pozzo. Ash, con il suo fare da “codardo fortunato”, che approccia ogni situazione di pericolo con un iniziale comportamento pavido pur uscendone sempre vincitore, viene gettato nelle prime battute del film di prepotenza in un pozzo, per divenire la vittima sacrificale della creatura che ne abita le profondità. Solo quando il mago di corte gli getta la celebre motosega succede che non solo il corpo di Ash, ma anche lo spirito, cambiano.

Raimi segue “l’arma impropria” con lo sguardo fino al suo incontro e fusione con Ash, come fosse una vera e propria trasformazione da “umano normale” ad eroe di matrice “supereroistica”. Ed ecco quindi Ash “tragicomico” lascia il posto a Hero Ash, spavaldo, forte, sbruffone e brillante.

Con l’Armata delle Tenebre la poetica di Raimi tocca le massime vette di surrealismo, modificando con maggiore decisione gli ingredienti della sua formula, probabilmente per portare le avventure di Ash ad un più nutrito e variegato pubblico. Ora la vena horror deve lasciar spazio anche al fantasy, all’avventura, e alla commedia in egual misura. Una ricetta da cui ancora una volta ricava un risultato unico, una favola horror, un film dark fantasy, che prende totalmente il volo dalla realtà e trova una dimensione -quasi fumettistica- propria. Intendiamoci, gli elementi della serie sono ancora tutti li, compresi i fantastici effetti speciali totalmente artigianali e splendidamente realizzati che fanno tutt’ora parte del fascino di questo film (e dei suoi prequel). Effetti speciali volutamente posticci e inverosimili per enfatizzare il carattere ironico di una pellicola che non si prende mai sul serio (ricordate gli scheletri che parlano o si muovono? Erano esilaranti) ma anche veramente “cool” quando serviva dare carattere e “credibilità all’incredibile”.

L’inventiva di questo film infatti non veniva solo fuori osservando la messa in scena e la regia (a mio avviso anche più sobria rispetto ai più sperimentali prequel)  ma anche la cura riposta in ogni minimo dettaglio e le invenzioni per realizzarlo al meglio. Per esempio, per far sembrare sempre accesa e in funzione la motosega, quando evidentemente era una specie di protesi leggera e vuota nella maggior parte delle scene, c’era un tubo che pompava del fumo di tabacco che partiva dalla gamba del pantalone di Ash fino alla motosega stessa, passando ovviamente per la camicia. Ma anche il make up, gli animatronics, e tutti gli effetti speciali  rappresentavano gli ultimi baluardi di un modo di fare cinema in via di estinzione, quando l’epoca della computer grafica (brutta) stava quasi per affacciarsi all’orizzonte. Raimi però ha sempre avuto un modo suo di fare le cose, e crede molto nella fisicità, nella plasticità e concretezza dell’effetto visivo, se si tratta di horror. Infatti anche in Drag me to Hell, film del 2009,  Raimi rinuncia spesso alla computer grafica quando può.

Anche sangue e smembramenti non mancavano ne L’Armata delle Tenebre, ma la chiave parodistica in cui anche le situazioni più truculente venivano declinate, davano un sapore diverso e più edulcorato alle atmosfere di questo ideale Evil Dead 3 (titolo che Raimi tra l’altro avrebbe voluto per il film). Ciò nonostante, non si avverte la cosa come un tradimento allo spirito originale della saga bensì come una sua evoluzione, in quanto segue un percorso già in via di sviluppo nel secondo capitolo. A seconda dei gusti, ognuno avrà il capitolo che riterrà quello con l’equilibrio migliore tra “realismo” “livello di gore” e tinte surreali, ma sia che Raimi decidesse di osare di più in una direzione o  in un’altra, ha sempre raggiunto risultati eccellenti.

Certo, si può pensare che la direzione ideale per il regista fosse proprio quella intrapresa da Army of Darkness, visto che è quella che ha deciso di portare alla sua massima espressione non appena ha avuto la possibilità di esprimersi in qualunque modo volesse (ricordiamo che Army of Darkness aveva un budget immensamente superiore ai capitoli precedenti). Ma si può anche credere che proprio questo sostegno produttivo gli abbia tarpato parzialmente le ali da questo punto di vista, costringendolo a dei compromessi. Personalmente però considerando la coerenza interna del film a livello stilistico, e al discorso fatto sull’evoluzione della serie, non lo credo affatto.

Un’altro grande merito di questo film è quello di creare nuovamente, delle vere e proprie scene divenute CULT e leggendarie (con più efficacia rispetto ai seppur ottimi Evil Dead 1 e 2, fin troppo “veraci” per il pubblico generalista). Spunti narrativi che a sua volta Raimi ha preso da altri illustri riferimenti, reinterpretandoli e fondendoli con il proprio personalissimo immaginario. Vogliamo citare il fantastico siparietto grottesco, crepuscolare, divertente e surreale di Ash con il suo “doppio cattivo e demoniaco” che poi diverrà la vera nemesi del film? Scena bellissima ma anche un vero tributo al film The Manster (1959) B-movie horror di George P. Breakston e Kenneth G. Crane di produzione giapponese/americana. Oppure la celebre scelta del libro Necronomicom giusto, da prendere dal suo altare SOLO dopo aver pronunciato la formula corretta.

Una scena in cui Raimi non si fa problemi a dissacrare il pathos creato inserendo gag come quella della famosa frase “Klaatu Verata Nikto“, omaggio al film del 1951, Ultimatum alla Terra di Robert Wise, in cui le parole per sbloccare il robo Gort erano quasi identiche a quelle de L’Armata delle Tenebre (Klaatu Barada Nikto).

L’Armata delle Tenebre è quindi il perfetto esempio di quello che spesso accade: è il film di genere, che viene dal “basso”, ma ha una potente esigenza creativa ed enorme consapevolezza dei propri mezzi e del proprio trascorso, che perpetua la storia del cinema e ne scrive delle nuove pagine per il futuro. Curioso pensare che probabilmente non sarebbe nemmeno dovuto essere l’ultimo per il regista. Del film infatti esistono diverse versioni, 4 per la precisione: una versione cinematografica europea, una americana, una destinata alla Tv statunitense e la Director’s cut.

Ogni versione ha qualche differenza che per lo più, corrisponde a scene tagliate, rimontante diversamente o censurate. Oltre a questo, esistono ben 2 finali differenti. Come detto poco fa, Raimi aveva in mente un epilogo diverso. Nel finale originale Ash, giusto per non smentirsi mai, dimentica quante gocce del magico composto donato dal mago deve prendere per tornare nel suo tempo. Prende quindi la dose sbagliata e così si risveglia in una specie di scenario post apocalittico inglese, gridando disperato esattamente come vediamo alla fine del film precedente, quando improvvisamente, si ritrova sperduto nel Medioevo.

Poteva essere un ottimo incipit per un ulteriore episodio. Che poi, in effetti, questo finale sarebbe stato perfetto per il tono divertito ma pur sempre pessimista della saga. Evidentemente però, la produzione e il pubblico che videro il film in anteprima lo giudicarono fin TROPPO pessimista, così la Universal costrinse Raimi a girare una nuova sequenza finale. Fu così che la versione più nota della pellicola divenne quella che si conclude molto più a tarallucci e vino, con Ash che torna nel suo tempo e sbaraglia l’ultimo demone all’interno dell’S-Mart in cui lavora, salvando la donzella di turno. Un finale meno coraggioso ma che quanto meno creò un altro celebre tormentone che, insieme al resto, contribui a far entrare L’Armata delle Tenebre nella leggenda:

“Dammi un po’ di zucchero, baby!”

 

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