L’estetica al servizio del nulla

Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express) è il nuovo film di Kenneth Branagh (uscirà nelle nostre sale il 30 novembre), tratto dall’omonimo romanzo di Agatha Christie, che avevamo tuttavia già visto trasposto sul grande schermo nel ‘74 diretto da Sidney Lumet.
Di cosa si tratta quindi, di adattamento o remake? O entrambe le cose? Potremmo dire, in fondo, nessuna delle due.

L’opera di Branagh è un condensato di coralità, una mistura di estetica e tradizione che non giova a nessuno dei due fattori, che restano per lunghi tratti a guardarsi nel loro scorrere su binari paralleli, con l’improvviso omicidio che diviene la vera valanga che si abbatte sul difficoltoso tragitto intrapreso dal regista.

Avere a che fare con un racconto di Agatha Christie ovviamente non è cosa semplice, soprattutto se il romanzo in questione è così colmo di informazioni, di intrecci, tutti elementi che vanno riportati sul grande schermo con una cura maniacale, stando attenti al dettaglio, che non si perda nulla di vitale, né che si esageri rischiando di trasformare il tutto in un polpettone di difficile lettura.

La trasversalità di Branagh è di sicuro, a monte, uno degli elementi di forza di questo regista, che è così abile a differenziare e mutare il proprio stile, fattore che lo ha portato a dirigere negli anni film totalmente diversi tra loro per forma e genere. Assassinio sull’Orient Express è, dunque, un nuovo esperimento, un qualcosa con cui il cineasta non si era ancora confrontato. Una sfida nuova, e assai complessa.

Per cercare di uscirne vincitore, o quantomeno con le mani pulite, si affida ad un cast d’eccezione, comprendente nomi illustri come Michelle Pfeiffer, Johnny Depp, Willem Dafoe, Penelope Cruz, Judi Dench, Daisy Ridley e numerosi altri attori, cucendo su se stesso il ruolo principale, ovvero quello del detective Hercule Poirot. Lo script invece viene commissionato a Michael Green, uno che ultimamente non ha fatto altro che scrivere, da Blade Runner 2049 a Logan, passando per Alien: Covenant. E si vede. Forse tanto lavoro tutto insieme l’ha mandato in tilt.
Battute a parte, la più grossa pecca di questo film risiede proprio nella sceneggiatura.

La caratura autentica e corposa di quella che è forse la più grande giallista di sempre si perde all’interno di 114 minuti di attesa. Non l’attesa spasmodica con cui uno spettatore rimane incollato allo schermo gustandosi lo sciorinarsi degli intrecci degli eventi, cercando di scoprire il vero colpevole ed il movente, ma di attesa che succeda finalmente qualcosa, che il film entri nel vivo manifestando quelle tinte di un giallo denso, che è lecito aspettarsi.
Questo purtroppo non accade mai. I 12 personaggi principali non rappresentano – come sarebbe stato logico – il nucleo ed il motore dell’opera, ma rimangono distaccati e quasi spaventati dall’ingombrante figura di Poirot, il genio dell’investigazione che domina la scena.
L’introspezione di coloro che avrebbero dovuto trainare il film è quindi piatta e marginale, scialba, priva di mordente, e col passare del tempo la curiosità dello spettatore anziché accrescere finisce per diminuire. Branagh e Green disseminano sugli scompartimenti qualche indizio, ma in maniera forzata e non troppo coinvolgente.

I passeggeri del treno fanno del proprio meglio per cercare di emergere sulla scena, a partire da Michelle Pfeiffer che sembra ringiovanita di 20 anni e che regala un dinamismo e una frizzantezza incredibile, o la sempre integerrima Judi Dench, o ancora il monotematico ma sempre efficace Johnny Depp, eppure tutto questo non basta, poiché corroborato da una laboriosità non altrettanto valida in fase di sceneggiatura, la cui fiacchezza fa crollare tutto il castello di carte creato da Branagh.

Questi dal canto suo ci regala una regia importante e solida, che fa dell’impatto visivo il suo primo grande maggiordomo. Assassinio sull’Orient Express è il trionfo dell’estetica, con un’ambientazione che riesce a uscire dalla claustrofobia di uno script improduttivo grazie all’eleganza dei dettagli, alla fotografia e alla scenografia mirabili, incantandoci con le vedute di Istanbul prima, e delle montagne innevate poi. Emblema della cura di Branagh è proprio il suo Poirot, l’emanazione del suo modo di agire, con quei baffi così ordinati ed un look di tutto punto: un’interpretazione sentita e di una precisione maniacale, probabilmente anche troppo, che gli fa perdere un po’ di naturalezza ma che a conti fatti resta uno degli aspetti migliori del suo adattamento.
Purtroppo, Poirot a parte, tutta questa accuratezza e dedizione alle rifiniture, si manifesta con un puro esercizio di stile che manca di sostanza e bada esclusivamente all’effetto. La carne sul piatto, quella muscolare degli attori e della loro introspezione, è fredda e non è cotta bene, e il coltello del regista non taglia come dovrebbe fare un giallo, perché non può affondare su un tessuto dalla consistenza troppo dura, lasciandoci con la fame di chi osserva un bell’impiattamento ma si deve accontentare di guardarlo.

 

Verdetto:

Assassinio sull’Orient Express non è, sostanzialmente, né il remake del film di Sidney Lumet, né l’adattamento del romanzo di Agatha Christie. La regia di Branagh è precisa e va a pescare le rifiniture, regalandoci un’estetica stupefacente e cucendosi addosso il ruolo più delicato, quello di Poirot, che tutto sommato si rivela convincente. Tutto questo però rimane fino a se stesso, poiché la sceneggiatura di Green rappresenta una mistura piatta e scialba, priva di mordente, che non sa scandagliare l’animo dei personaggi, vero punto nevralgico di un’opera corale come questa e sopratutto di un giallo che vive degli intrecci e dell’introspezione psicologica. Una bella pietanza che ci lascia però con una fame incredibile.

Assassinio sull'Orient Express - Recensione
5.5Voto
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