“Continuerò ad uccidere e non mi fermerò finché non mi troverai”

Una scia di delitti, un mistero insabbiato da tempo, fantasmi del passato che fanno ritorno. Su queste basi si costruisce l’anime ideato da Kastuya Ishida, per la regia di Kazuto Nakasawa e Yoshiki Yamakawa. B: The Beginning è una serie originale Netflix che fonde insieme gli elementi crime con i temi del fantastico.

Nel regno di Cremona, la Città Vecchia è teatro di una serie di sanguinosi omicidi, tutti firmati con un segno che riporta una B maiuscola con a fianco quattro segni verticali. La squadra dei RIS, non riuscendo a venirne a capo, richiama il detective Keith Flick dopo un congedo di dieci anni. Nella stessa città un ragazzo di nome Koku vive una doppia vita: di giorno è un liutaio con un orecchio naturale per la musica, mite vicino di casa di Lily, una giovane agente dei RIS; mentre di notte trucida delinquenti e assassini assumendo sembianze sovrumane. La storia vede come protagonisti Keith e Koku, un investigatore e un assassino, apparentemente tanto diversi ma loro malgrado legati tra loro. Le indagini di uno sulle vendette dell’altro sembrano fili che andranno a intrecciarsi in una trama sempre più fitta e contorta che porterà le loro strade a sfiorarsi e intrecciarsi più e più volte in maniera spesso inaspettata. Dodici episodi da vedere tutti d’un fiato, con picchi di suspense e giochi delle parti assieme a incredibili scene d’azione e combattimenti all’arma bianca, in grado di mettere d’accordo gli amanti del giallo con chi apprezza l’azione con elementi fantasy e fantascientifici.

L’ambientazione si costruisce in una pseudo-Italia in un futuro non troppo lontano. Non può non scappare un sorriso nel leggere le insegne in italiano con i kanji a fianco o nel sentir decantare le deliziose zeppole di San Giuseppe assieme ai panini con la crema di fagioli. Nonostante il mash-up culturale questo mondo immaginario risulta credibile, soprattutto grazie ai disegni, con scenari pieni e dettagliati, con un design ben definito per elementi che potrebbero sembrare futili, come le automobili per esempio. All’atmosfera che ricorda gli anni ’90 si affianca una tecnologia next gen. Questi contrasti rispecchiano bene l’anima della serie dove nuovo e antico, antiche profezie e ricerca genetica, convivono con una strana naturalezza. Il contrasto nuovo-vecchio purtroppo lo si vede anche nelle animazioni, talvolta fin troppo “digitalizzate”, difetto di molti anime contemporanei.

Si comprende bene che la vicenda sembra avere inizio al secondo atto di un dramma molto più grande. Questa sorta di “inizio spezzato” lancia in faccia allo spettatore una vagonata di interrogativi confondendolo un po’ ma rende la trama molto più densa, dandogli un corposo passato che inspessisce tutta la vicenda. Non è mai semplice parlare di una storia a sfondo investigativo cercando di evitare gli spoiler e di colpi di scena B: The Beginning ne ha diversi, tuttavia si manifestano in maniera piuttosto anomala. Di fatto ciò che apparentemente sarebbe un colpo di scena piuttosto banale è solamente il preludio per qualcosa di più eclatante, quando in un’investigazione l’informazione più sbalorditiva dovrebbe essere il nome dell’assassino in verità è quello della vittima. È decisamente pleonastico utilizzare la solita massima “niente è come sembra” ma non potrebbe essere altrimenti, perché il vero mistero, piuttosto che annidarsi dietro le indagini di un omicidio, sembra celarsi dietro i personaggi coinvolti e talvolta dietro l’investigatore stesso. Nonostante Koku, con i suoi strani poteri e la sua sete di sangue, pone diversi interrogativi sulla sua natura, col passare del tempo passa in secondo piano rispetto agli eventi passati che tormentano Keith giorno dopo giorno.

Lo strano quanto carismatico investigatore ricorda un po’ uno Sherlock che scrive mentalmente i suoi contorti ragionamenti, ma la sua calma apparente viene tormentata dai fantasmi del passato, dalla terribile perdita subita dieci anni prima che ha distrutto la sua carriera e che ha spezzato qualcosa in lui irrimediabilmente. Come Koku, anche Keith è ossessionato dalla vendetta, ma la affronta con le sue armi, con freddo intelletto e la sua visione trasversale degli avvenimenti, questa indagine sarà per l’investigatore un viaggio attraverso se stesso, mettendo in discussione il suo senso di giustizia, dividendosi tra integrità e sete di vendetta; il confronto con il serial killer che gli ha distrutto la vita smonterà la tempra di Keith pezzo per pezzo fino a privarlo delle sicurezze che lo hanno reso l’uomo che è sempre stato. Koku è invece la controparte sovrannaturale di tutta la vicenda, mostrandosi fin da subito non solo come un giustiziere, ma addirittura come una sorta di divinità odiata, temuta e venerata dai suoi diretti avversari, a lui si affianca l’immagine di Yuna, suo alter ego e unica ragione di vita, i due sono legati da un destino comune che affonda le radici in una realtà che va oltre la comprensione dei comuni mortali.

In conclusione

I personaggi sono ben strutturati e la narrazione sa giocare benissimo con la suspense che cresce esponenzialmente fino al potente finale di stagione. Non anticipiamo nulla, ma il doppio confronto finale che va a concludere il doppio ciclo narrativo dei due protagonisti è decisamente degno di nota. Una volta conclusa la dodicesima puntata ogni nodo è arrivato al pettine aggiungendo un piccolo cliffhanger che apre la strada alla stagione due dove, si suppone, si darà risposta alle piccole domande lasciate in sospeso. Si capisce bene che la vicenda di questa prima stagione è solo la punta dell’iceberg di qualcosa di più grande, ma fortunatamente non lascia gli spettatori in stato confusionale, piuttosto è un “punto e a capo” dove ci si aspetta un nuovo capitolo a seguito di una conclusione che è solo apparente. Se Netflix doveva azzeccarne una, siamo lieti che sia accaduto con questa piccola perla.

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