La serie di Joss Whedon compie vent’anni, ma resta uno dei migliori esempi di uguaglianza e tolleranza in circolazione.

Per ogni generazione c’è una prescelta e la prescelta dei millenials, almeno di quelli più vecchi, non può che essere Buffy Summers, protagonista della serie tv nata vent’anni fa dalle ceneri di un lungometraggio non andato poi così bene.

Come ogni primavera da un paio d’anni, al profumo di mimosa si mischia l’odore del reboot, della reunion, del revival delle serie della nostra adolescenza, con quell’accanimento terapeutico caratteristico di produttori e sceneggiatori che preferiscono accalappiare spettatori già addomesticati, piuttosto che ammansirne di nuovi con un prodotto originale. Per esempio, ci ha provato Amy Sherman Palladino con Gilmore Girls: A year in the life, rovinando il percorso di crescita durato sette stagioni delle protagoniste, ci proveranno a breve i tipi di NBC con una nuova stagione di Will & Grace, come l’episodio speciale uscito durante la campagna elettorale americana lasciava prevedere. Vorrebbe provarci Gail Berman, produttore esecutivo di Buffy e Angel che, in un’intervista a Hollywood Reporter ha dichiarato: “sarei davvero felice di essere chiamato da Joss Whedon per riprendere in mano la serie”, anche se l’autore non si è mai espresso su quest’argomento e, sinceramente, questa serie è scritta così bene che sarebbe difficile fare di meglio.

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Una sola ragazza in tutto il mondo

Diciamo due, visto che la leggenda di Buffy inizia nel 1992 con un film dallo stesso titolo della serie che fu un flop negli USA (complice forse il claim presente nel poster “she knows a sucker when she sees one”) e non arrivò mai in Italia. L’importanza di questo film, per quanto brutto, è stata quella di definire le intenzioni di Whedon, più volte lamentatosi dei cambiamenti messi in atto dalla regia: Buffy è nata per sovvertire la formula hollywoodiana della biondina che si perde in un vicolo buio e viene uccisa, il classico cliché da film horror; grazie a questo franchise vediamo per la prima volta sullo schermo la gioia di avere, usare e condividere il potere femminile.

Buffy è infatti la sorella maggiore delle Katniss Everdeen e delle Daenerys Targaryen di oggi, ma l’egregio lavoro di scrittura non riguarda solo la protagonista: le donne della serie sono complesse, complicate figure femminili mai stereotipate. Willow, Tara, Anya, Joyce, hanno una complessità psicologica difficile da credere, nonché il merito di detenere alcuni primati come uno dei primi casi di Sindrome da Lesbica Morta della storia delle serie tv. Per una serie che è stata presentata ai produttori esecutivi da Whedon come “High school as a horror movie”.

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Lei sola si ergerà contro i vampiri, i demoni, e le forze delle tenebre

Certo, ma il concetto nascosto, quello della scuola superiore come un film dell’orrore è ben più profondo, con gli elementi sovrannaturali della serie a nascondere metafore di disagi e ansie caratteristiche dell’adolescenza. La forza di Buffy risiede proprio nei livelli di lettura sovrapposti: è solo un teen drama con molti villain of the week, ma è anche una guida di sopravvivenza all’adolescenza che spiccia casa a prodotti confezionati appositamente come l’indimenticabile Settimo Cielo che ancora popola i nostri incubi (ma che ci riempie i cuori di gioia quando ci ricordiamo che Jessica Biel è riuscita a sopravvivere a nove stagioni di pipponi pastorali ricevendo come ricompensa Justin Timberlake in marito). Omosessualità, violenza, rapporti genitoriali complicati, sono temi affrontati in maniera diretta nella serie, ma anche attraverso situazioni apparentemente non relazionate: la reazione di Joyce quando la figlia le confessa di essere la cacciatrice è quella di una madre davanti alla notizia di un figlio omosessuale, dal rifiuto al suggerimento di “provare a non essere così”, all’allontanamento da casa.

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E se state pensando che il “mai ‘na gioia” sia un sentimento del nuovo secolo, ricordatevi che la prima volta che Buffy è andata a letto con Angel, lui ha perso la sua anima diventando un sadico assassino di innocenti (anche qua, significati nascosti a pacchi). Ma il conflitto più forte della serie è senza dubbio quello della protagonista, Buffy, divisa tra il desiderio di vivere un’adolescenza normale e i doveri della cacciatrice, alle prese con la coesistenza di frivolezza, femminilità e pensiero critico, così simili ai problemi di equilibrio di ogni donna che voglia realizzarsi completamente in una società che ancora si permette di prendere decisioni in sua vece.

La serie di Joss Whedon non ha mai avuto paura di usare situazioni paradossali per trattare temi importanti, sfruttando soprattutto i nemici di Sunnydale: Il sindaco Wilkins è una figura abusiva nei confronti di Faith, resa ancora più potente dalla mancanza di violenza sessuale: un uomo violento è in grado di fare del male con le parole, spesso in maniera subdola, facendo credere alla donna di operare per il suo bene. La rappresentazione del male non risparmia le donne: Maggie Walsh, il capo dell’Organizzazione è una donna manipolativa e subdola, che rinnega la sua femminilità e tutte quelle caratteristiche considerate “da donna” (e in realtà universali) come l’empatia in nome della scienza e della riuscita del suo progetto. Opposta eppure simile per rappresentazione di un modello femminile negativo (perché, ragazze e ragazzi, esistono modelli femminili negativi e femminismo significa anche poterne parlare senza essere tacciati di maschilismo) è Glory, una letterale succhiatrice di energia mentale la cui mancanza di insicurezze si rivela essere il più grande punto debole.

Lei è la cacciatrice

E sebbene nella serie ne siano comparse altre, da Kendra a Faith alle cacciatrici potenziali dell’ultima stagione, Buffy Summers resta la matrice di tutte le eroine spaccaculi, imperfette, reali, come tutte le donne del mondo, che possono sembrare insignificanti e si rivelato straordinarie, che non giudicano le altre donne, che non rinnegano il loro essere donne, che non scimmiottano gli uomini sperando di ottenere la loro approvazione. Buffy Summers è una donna che ama, soffre, combatte, ma non si arrende. Un esempio di cui abbiamo sempre più bisogno, tra eroine di cartapesta e fantocci della società.

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