Grande omaggio alle storie di Stephen King, Nel buio della casa, romanzo scritto a quattro mani da Fiore Manni e Michele Monteleone, racconta l’orrore che infesta e l’amore che salva.

I risultati di una ricerca pubblicata quest’anno da un gruppo di ricercatori e ricercatrici della Brigham Young University e della Arizona University hanno dimostrato che le coppie sposate che si sostengono a vicenda provano meno stress quando guardano film horror. La ricerca, che indaga sugli effetti positivi di una relazione sana sulla vita delle persone, ha rilevato che tenere per mano il o la propria partner durante la visione di scene orrorifiche aiuta a mantenere sotto controllo l’ansia.
Una buona notizia per le coppie amanti dell’horror, certo, ma cosa dire di quelle che l’orrore l’hanno vissuto in prima persona? Possiamo dire che – anche in quel caso – una relazione sana può aiutare a vivere (e sopravvivere) agli orrori. Se il lato pop dell’horror, infatti, ci ha regalato relationship goal come Morticia e Gomez Addams e la probabile costellazione poliamorosa formata dai membri della Scooby Gang, la cinematografia seria presenta invece, molto spesso, coppie problematiche in relazioni tutt’altro che sane.

buio casa

Di relazioni tossiche e degli orrori che si portano dietro ne sa qualcosa Dani Ardor, protagonista di Midsommar, film del 2019 scritto e diretto dallo statunitense Ari Aster. Il regista, che ha ripetuto in più di un’intervista come questo film sia nato in un periodo in cui egli stesso stava affrontando una separazione dolorosa, mette in scena una fiaba crudele e grimmiana, una rappresentazione di amore tossico, codipendenza e gaslighting da cui Dani – interpretata da Florence Pugh – uscirà solo per affidarsi completamente alle cure di un’altra entità – famiglia acquisita altrettanto manipolatoria. Lo stesso termine gaslighting, che indica una forma di manipolazione psicologica atta a spingere una persona a dubitare della propria memoria e percezione, deriva da un film del 1944 (a sua volta tratto da una pièce teatrale del 1938  già portata al cinema nel 1940) omonimamente intitolato Gaslight in cui Paula, interpretata da Ingrid Bergman, sposa un uomo – Gregory Anton – che attraverso violenze verbali e psicologiche porterà la donna a credersi cleptomane, malata, non meritevole delle attenzioni del marito, che l’ha in realtà sposata nella speranza di recuperare i gioielli della zia della moglie, da lui assassinata in precedenza.

Di manipolazione e di impotenza parla anche – da una diversa prospettiva – un classico della letteratura americana del diciannovesimo secolo: The Yellow Wallpaper, di Charlotte Perkins Gilman, è la storia di una donna reclusa dal marito in una casa di campagna per riprendersi dopo una diagnosi di depressione nervosa con leggera tendenza all’isterismo. La casa, attraverso le parole della protagonista, si rivela somigliare a una prigione con sbarre alle pareti, lucchetti, e cancelli impenetrabili e sarà la reclusione stessa la causa scatenante della pazzia della narratrice senza nome, intrappolata tra le mura con la sola compagnia delle sue fissazioni, un po’ come succede a un’altra celebre coppia sposata dell’orrore, forse la più famosa, creata dal più famoso scrittore dell’orrore contemporaneo.

Impossibile non citare Stephen King, parlando di coppie sposate e orrore: le relazioni tra coniugi sono una delle tematiche che ricorrono spesso nelle storie dell’autore – sposato da cinquant’anni con la collega Tabitha Jane King – e la coppia di sposi più famosi della sterminata bibliografia kinghiana non possono che essere Jack e Wendy Torrance, interpretati nella trasposizione del 1980 a opera di Stanley Kubrick da Jack Nicholson e Shelley Duvall. Tuttavia, coppie sposate più o meno disfunzionali sono presenti anche in romanzi meno universalmente conosciuti del Re, come La storia di Lisey – pubblicato nel 2006 e trasposto quest’anno in una miniserie in otto episodi per Apple TV – o il racconto lungo Un bel matrimonio, contenuto nell’antologia del 2010 Notte buia, niente stelle e ispirato alla storia vera di Paula Rader, sposata per trentaquattro anni con un serial killer, senza mai sospettare la vera natura del marito. È impossibile conoscere fino in fondo qualcuno – sembra affermare King – anche le persone che amiamo possono tenerci nascosta una parte della loro vita.

Ma che succede se la vita finisce, ma l’amore resta? Noah e Allison, separati dalla morte, uniti dall’orrore, lo scopriranno loro malgrado quando, dopo la morte della moglie, Noah diventerà il rifugio dello spirito della donna, unico a poterla vedere, a poterne sentire la voce, quasi che l’orrore dell’ultimo giorno sulla terra di Allison King non fosse mai avvenuto. Nel buio della casa, romanzo scritto a quattro mani dall’autrice Fiore Manni e dallo sceneggiatore di fumetti Michele Monteleone, è il terzo volume della nuova collana kinghiana Macabre di Sperling & Kupfer, una serie di romanzi – di cui questo è il primo italiano dopo Il banditore di Joan Samson e Prede di Gabriel Bergmoser – con atmosfere da Re del brivido. Con una narrazione che si dipana su due linee temporali – il 2015, con la voce di Allison che racconta la più classica eppure sempre efficace delle ghost story, e il 2019 in cui Noah, novello ghosthunter attraversa gli Stati Uniti in cerca di risposte ed espiazione – Nel buio della casa è una storia dell’orrore, ma anche e soprattutto una storia d’amore (del resto, come ci ha insegnato The Haunting Of Bly Manor, ogni storia di fantasmi è una storia d’amore), la storia di una coppia che deve dirsi addio, accettare il lutto, perdonare e perdonarsi.

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Dosando in maniera ottimale gli incastri attraverso cui si snoda la trama e l’alternarsi del dialogo tra le due voci narranti, Manni e Monteleone scrivono una storia dolceamara, in cui tutti gli elementi del genere – la casa infestata e i suoi ospiti oscuri, l’inevitabile tragedia, il mistero delle origini – sono presenti, rassicuranti nella loro canonicità. Verrebbe quasi da descrivere Nel buio della casa come un romanzo che conforta, che racconta A Classic Ghost Story (per parafrasare) in cui ogni persona – dalla neofita dell’horror alla lettrice impenitente dell’opera omnia di Stephen King – possa trovarsi a suo agio, trascinata dai due protagonisti in questa storia, da una coppia dell’orrore che, nonostante tutto – e abbiamo visto come sia difficile – non smette mai di amare.

Toscana emigrata a Torino, impara l'uso della locuzione "solo più" e si diploma in storytelling, realizzando il suo antico sogno di diventare una freelancer come il pifferaio di Hamelin. Collabora con case editrici, riviste online e enti pubblici, scrive post polemici su Facebook, abbandona la carriera di bookfluencer perché non riesce a fotografare i libri senza prima averli letti. Si trova a suo agio ovunque ci sia qualcosa da leggere o da scrivere, o un cane da accarezzare. Amante dei dinosauri, divoratrice di mondi immaginari, resta in attesa dello sbarco su Marte, anche se ha paura di volare. Al momento vive a Parma, dove si lamenta del prosciutto troppo dolce e del pane troppo salato.