Il calendario giapponese attraverso i secoli

In Giappone ancora oggi sussistono tradizioni legate allo scorrere delle stagioni, al movimento di stelle e pianeti e ai cambiamenti della natura. Acquisendo procedure e metodi dalla Cina già da metà del VI secolo, il calendario giapponese antico prevedeva una suddivisione specifica, ora non più utilizzata a causa dell’adozione del calendario gregoriano ma comunque affascinante. A questo modo di contare giorni, mesi e anni, se ne sono poi aggiunti altri nel corso della storia, più o meno ufficiali e comuni.

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Gli anni secondo il calendario giapponese

Il calendario giapponese antico Wareki è un calendario lunisolare che venne abolito con l’inizio dell’era Meiji, nel 1873, ma che scandì anni, mesi, giorni e perfino le stagioni in modo molto simile a quello cinese, del quale era fondamentalmente il risultato a seguito di alcune variazioni dei calcoli.

Per quanto riguarda il conto degli anni, possiamo identificare le epoche storiche del Giappone soprattutto in base alla posizione della capitale o comunque del luogo in cui si trovava il potere centrale: per esempio, dal 710 al 784, la capitale si trovava nell’odierna Nara, per poi essere spostata nell’attuale Kyoto, che presta quindi il suo nome antico al periodo Heian; quest’epoca venne seguita dal periodo Kamakura e così via. Un periodo storico però può contenere regni sotto diversi imperatori, ciascuno dei quali sceglieva un nome simbolico, principalmente per dare un segnale di rottura. Tale tradizione venne stabilita nel 645 dall’imperatore Kotoku, che diede inizio all’era Taika, letteralmente “l’era del grande cambiamento”.

Mesi e stagioni

E in effetti, dopo l’enorme influenza dei costumi cinesi e l’introduzione del Buddhismo nel periodo Nara, che cambiò drasticamente non solo la visione filosofica e religiosa ma anche la vita del Paese, possiamo osservare soprattutto nel periodo Heian l’adozione e il rigido rispetto del calendario giapponese su base cinese, specialmente nell’ambiente della Corte imperiale.

L’anno cominciava il suo corso intorno a febbraio, poco prima dell’inizio della primavera, come per il capodanno cinese, che quest’anno cade il 12 febbraio. Dopodiché, al contrario di come vengono chiamati oggi, i mesi possedevano un nome tradizionale, come in Cina: ora i mesi vengono chiamati letteralmente primo mese, secondo mese e così via, mentre nel calendario giapponese antico i loro nomi indicavano le loro caratteristiche o un evento stagionale particolare che li contraddistingueva e che segnava determinati momenti della quotidianità.

Ad esempio, proprio l’odierno febbraio veniva chiamato mutsuki, che si può tradurre come “il mese della concordia”, poiché si celebrava il nuovo anno con la famiglia riunita; satsuki, che corrispondeva a giugno, era “il mese dei primi germogli di riso”; fuzuki invece coincideva con l’attuale agosto, durante il quale si festeggiava il Tanabata (festival ancora oggi molto sentito) e, poiché per questa festa si scrivono i propri desideri su dei cartigli chiamati tanzaku, era un’occasione per migliorare la propria grafia, perciò questo mese è identificato dal suo nome come “il mese della scrittura”.

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On the Star Festival, many people write a wish to the strip of paper and display it.

Come possiamo intuire anche grazie alle opere scritte, stampe e dipinti giunti fino a noi e perfino grazie a kimono e accessori, la natura aveva un ruolo fondamentale nel conto del trascorrere del tempo. Il calendario giapponese dunque divideva ulteriormente i mesi in un totale di 24 micro-stagioni, dette sekki, oltre alle normali quattro stagioni Haru (Primavera), Natsu (Estate), Aki (Autunno) e Fuyu (Inverno). Erano quindi segnati non solo i giorni di equinozio e solstizio, ma anche i rapidi cambiamenti climatici come la caduta della brina o l’aumento delle temperature con l’approssimarsi dell’estate, o ancora il risveglio degli insetti in ibernazione.

Giorni e ore

Un’altra peculiarità del calendario giapponese è quella di avere i giorni della settimana anch’essi associati ai pianeti, al sole e alla luna (perlopiù usati per fini astrologici fino all’era Meiji) e le ore del giorno che prendevano il nome dagli animali dello zodiaco cinese: topo, bue, coniglio, drago, serpente, cavallo, capra, scimmia, gallo, cane e maiale. Dunque il giorno era diviso in 12 ore totali della durata di 120 minuti e ognuna di esse era adibita a specifiche attività.

A partire dall’epoca Heian si prestava molta attenzione alle singole ore e ai giorni in cui svolgere determinati eventi o rituali, per evitare di compiere azioni infauste e attirare a sé la buona sorte. In particolare, si faceva riferimento ai cosiddetti rokuyou, sei giorni che ancora oggi sono tenuti in considerazione dai più superstiziosi e scaramantici quando si tratta di organizzare eventi come funerali, matrimoni o impegni lavorativi di grande importanza.

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Per esempio, il tomobiki, il “giorno che attira gli amici” permetteva di gestire gli affari più importanti sia al mattino che alla sera, evitando solo il mezzogiorno. Inoltre era bene non tenere dei funerali, poiché l’anima del defunto avrebbe potuto “attirare” a sé qualcuno dei vivi. Oppure, c’è il taian, il giorno più propizio in assoluto, ideale per matrimoni, inaugurazioni, ristrutturazioni o acquisti di una certa importanza (una casa, un’automobile…).

Il calendario giapponese oggi

Tutto ciò non è scomparso completamente e può essere letto e riscoperto in grandi opere come il Genji Monogatari, ma il Giappone, così come la Cina, si è adattato al calendario gregoriano e dunque fa uso principalmente di quest’ultimo, mettendo da parte le suddivisioni e numerazioni più complesse.

Rimane ancora utilizzata la divisione degli anni per i “regni” degli imperatori: in questo momento, ad esempio, ci troviamo nell’era Reiwa, iniziata nel 2019 con l’ascesa al trono di Naruhito, che ha preso il posto del padre Akihito dopo la sua abdicazione, ponendo fine all’era Heisei. Le micro-stagioni ormai non vengono considerate, pur essendo ancora riconoscibili attraverso simbologie ed elementi naturali spesso inseriti come topoi anche in anime e manga, mentre alcuni eventi stagionali ancora rimangono molto sentiti, come la fioritura dei sakura o la colorazione delle foglie d’autunno, tanto da caratterizzare diversi prodotti in vendita, gastronomici e non.

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Il calendario lunisolare, insomma, è stato abolito e dunque è caduto in disuso ma in Giappone potranno godersi lo stesso i meravigliosi festeggiamenti del capodanno cinese, che dureranno tutta la settimana, grazie alle comunità presenti nelle grandi città che daranno il benvenuto all’anno del bue.

Torinese, classe '94, vive dal 2014 a Treviso. Un tempo faceva più spesso la pendolare per raggiungere l'università di Ca' Foscari di Venezia, dove studia lingua e cultura giapponese. Nel tempo libero guadagnato evitando i ritardi di Trenitalia, oltre a studiare e fare qualche lavoretto, spende e spande nella sua fumetteria di fiducia concentrandosi soprattutto sui manga, con alcune eccezioni per gli euromanga e le graphic novel; inoltre è entrata in una spirale di dipendenza da serie TV, dopo che con Netflix si è risolto il problema dell'attesa dei nuovi episodi, ed ogni martedì molla tutto per fare giochi da tavolo fino a notte fonda. Dopo un primo tentativo con un blog personale, entra in Stay Nerd nel luglio 2018 e qui comincia la sua prima esperienza come redattrice e caposezione anime e manga, nella quale cerca di trasmettere il proprio interesse per la cultura e le tradizioni giapponesi grazie alle conoscenze acquisite.

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