Disponibile gratuitamente su Xbox Game Pass, Call of the Sea è un’avventura in prima persona con matrice lovecraftiana

Se c’è un merito che a distanza di tre anni possiamo ancora trovare nel film di Guillermo Del Toro, The Shape of Water, è di aver preso l’immaginario dello scrittore H. P. Lovecraft per costruirne, una volta tanto, non una storia dell’orrore, ma una d’amore. Siamo abituati infatti a vedere le rappresentazioni dei racconti di Lovecraft sempre in una chiave spaventosa e inquietante, quando i temi proposti dall’autore di Providence possono in realtà essere base anche per diversi generi narrativi. Insieme probabilmente a quello del cyberpunk, il genere del “horror lovecraftiano” è diventato negli ultimi anni uno dei più visti in ambito videoludico. Poche sono state però le opere che sono riuscite a trovare un loro pubblico (Bloodborne in primis) e tante quelle che hanno fallito nel tentativo di mettere in scena i miti del ciclo di Chutlhu. Un genere non è fatto solo di estetica, ma soprattutto di temi. E Call of the Sea ne è l’esempio perfetto.

L’opera di debutto dello studio indie Out of the Blue compie un’operazione molto simile a quella del film di Del Toro, prendendo una direzione diversa dall’immaginario più horrorifico di Lovecraft per raccontare la storia di un matrimonio. La nostra protagonista è una donna che parte alla ricerca del proprio marito dato per disperso, partito a sua volta per cercare una cura alla misteriosa malattia che affligge la consorte da tutta una vita. Norah ha passato la sua esistenza con la consapevolezza che la sua malattia un giorno l’avrebbe sopraffatta, come accaduto a sua madre prima di lei. Il marito, Harry, ha invece vissuto col senso di colpa di non star facendo abbastanza per aiutare la propria amata, e per questo ha l’impeto di partire per raggiunge un’isola del Pacifico che potrebbe contenere le risposte al malessere della moglie.

E quindi ci ritroviamo in viaggio per ripercorrere i passi del nostro compagno, nella speranza di ricongiungerci e di ritornare a casa. Il gioco si pone sin da subito come un’avventura in prima persona che ha come obiettivo principale raccontare il rapporto di coppia dei due protagonisti. Il personaggio di Norah, intrepretato dall’attrice Cissy Jones (famosa nell’ambito indie per aver prestato la voce alla Delilah di Firewatch) è dotato di una bella parlantina, che usa per commentare quello che troviamo nel corso del nostro viaggio sull’isola. Ogni azione che compiamo ci porta più vicini al risolvere il complesso rompicapo su cosa è effettivamente successo prima del nostro arrivo. La malattia della protagonista, un tempo estremamente debilitante per lei, scompare nel momento in cui inizia a sentirsi effettivamente utile per la prima volta della sua vita. Quello di Norah non è quindi solo un viaggio alla ricerca del marito, ma anche alla ricerca di sé stessa.

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Come già detto, Call of the Sea è un’opera che prende molto dal lavoro di H. P. Lovecraft, sfruttandone i contenuti ma cambiandone completamente il genere. Non siamo quindi di fronte a un videogioco horror, ma a un’avventura dai tratti strettamente romantici. Nonostante la presenza dei temi classici del genere, come la paura dell’ignoto o la discesa verso la follia, l’obiettivo dell’opera non è mai quello di spaventare. Call of the Sea non rappresenta l’ignoto come una forza necessariamente malefica, ma piuttosto come un modo per imparare a conoscere meglio sé stessi. Questo tema viene sviluppato brillantemente dalla sceneggiatura, che pone molta attenzione all’evoluzione del personaggio di Norah, pure con qualche caduta didascalica verso la fase finale del gioco.

Call of the Sea non è infatti un titolo privo di difetti, che si fanno sentire soprattutto sul piano ludico. Il gioco ci pone davanti a una serie continua di enigmi e puzzle che a lungo andare possono snervare e risultare gratuitamente complicati. Nonostante sia vero che la loro presenza pone una sfida necessaria allo sviluppo del personaggio di Norah, dal punto di vista strettamente di design è impossibile non notarne i limiti. Uno dei principi del puzzle design prevede che il giocatore non debba cercare di capire cosa fare, ma come farlo. In Call of the Sea ci troveremo spesso a non capire con esattezza il nostro obiettivo a causa di una mancata comunicazione efficace da parte del gioco, che spesso non offre gli elementi necessari per la risoluzione dei propri puzzle. Non stiamo parlando di nulla di impossibile, ma rimanere saltuariamente bloccati in un gioco incentrato così fortemente sulla sceneggiatura, non fa bene per i ritmi del racconto.

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Call of the Sea rimane ad ogni modo un indie di alto rilievo, abbastanza coraggioso da ribaltare l’horror di Lovecraft per raccontare una storia più intima e originale, anche grazie a una direzione artistica funzionale ad accentuare le meraviglie dell’ignoto, piuttosto che i suoi elementi più inquietanti. Fallisce, purtroppo, nel trovare una sua dimensione ludica, che avrebbe giovato di sezioni puzzle più snelle o perlomeno impostate meglio. Per i possessori di Xbox Game Pass rimane comunque un gioco su cui puntare gli occhi.

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