Apple TV aggiunge al proprio catalogo Calls, una serie sperimentale assolutamente da non perdere

Calls è diversa da qualsiasi altra serie che abbiate mai visto, su Apple Tv o qualsiasi altra piattaforma streaming. La nove puntate di questa prima stagione si basano interamente su delle conversazioni telefoniche, rappresentante graficamente da un’elaborata direzione artistica e la trascrizione di ciò che i personaggi si dicono. Un concept che proviene in realtà dall’omonima serie televisiva francese creata da Timothée Hochet e prodotta da Canal+, che ora collabora con Apple per la realizzazione di questo remake americano.
Dietro all’intera operazione c’è il giovane regista uruguaiano Fede Álvarez, che negli ultimi anni si è fatto notare nell’ambito del cinema di genere con il remake de La Casa nel 2013 e il meraviglioso Man in the Dark del 2016.

L’impatto iniziale con la serie lascia senza parole. Questo perché Calls decide di non basarsi su classiche telefonate drammatiche o da thriller poliziesco: preferisce piuttosto prendere la strada della fantascienza e dell’horror per stupire lo spettatore ad ogni puntata. L’impressione iniziale è quella di essere davanti a una serie antologica, dove ogni puntata racconta una storia diversa, tuttavia nel proseguire degli episodi è possibile notare e delineare un filo conduttore non solo tematico, ma anche narrativo. Rivelare dettagli aggiuntivi sulla trama però sarebbe un vero peccato, quindi non ci dilungheremo oltre su questo fronte.

Il soggetto di partenza dello sceneggiatore francese Timothée Hochet rimane la base ancorante di Calls, anche se la sceneggiatura è stata riscritta, tra gli altri, anche da Fede Álvarez stesso.
Visivamente, le varie telefonate che compongono la serie di Apple TV, sono messe in scena attraverso una rappresentazione astratta di linee e forme geometriche in continuo movimento. Le grafiche generano non solo un accompagnamento visivo alle conversazioni, ma aiutano in qualche caso anche ad inquadrare meglio, per esempio, la posizione geografica degli interlocutori o i vari fattori dell’ambiente esterno che entrano di sfuggita nel nostro orecchio. Ma queste sono solo, appunto, un accompagnamento alla storia che viene raccontata diligentemente dal magnifico cast corale, che vede voci note come quelle di Pedro Pascal, Aubrey Plaza, Aaron Taylor-Johnson e Rosario Dawson.

Parte fondamentale di Calls sono le prove attoriali degli interpreti, che in questa serie lavorano solo con le varie inclinazioni della loro voce. Le disparate (e atroci) vicissitudini recitate dagli attori sono quindi il principale modo in cui la serie interagisce con lo spettatore, che deve partecipare attivamente sia alla visione che all’ascolto.

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Come lo stesso Álvarez ha dichiarato a Variety:

“Mi piace quando guardi questo tipo di cose e devi per forza partecipare, e chiaramente questo show si basa interamente sulla tua immaginazione. Tutto quanto non è altro che un grosso test di Rorschach dove vedi quello che pensi di vedere […].”

Immaginare quello che sta accadendo ai protagonisti è allo stesso tempo terrificante e coinvolgente, e fa da un lato rimpiangere la mancanza di un supporto visivo classico alle scene descritte, mentre dall’altro fa ringraziare di non star assistendo a così tanto orrore. La sfida di Fede Álvarez e Timothée Hochet è quindi quella di riuscire a emozionare sintetizzando l’immagine cinematografica in un viaggio suggestivo fatto di astrazione e, a volte, pura psichedelia. Il Calls originale di Canal+ (di cui potete vederne un esempio a questo link), mantiene la stessa storia ma la comunica attraverso pretese produttive molto più basse, essendo assente tutta quella componente cinematografica che nella serie di Apple TV è in grado di tenere l’occhio impegnato.

La più grossa preoccupazione dietro all’approccio di Calls può essere infatti quella di annoiarsi facilmente davanti a delle conversazioni telefoniche, ed ecco perché la serie sceglie una durata delle puntate molte breve (tra i dieci e i venti minuti, di perfetta fruizione su una piattaforma come Apple TV) e uno stile grafico in grado di tenere alta l’attenzione dello spettatore.
Anche i sottotitoli, che in altri contesti sarebbero un semplice abbellimento aggiuntivo, in questo caso trovano il loro posto all’interno dell’economia del racconto, essendo in grado non solo di mantenere il ritmo della conversazione, ma anche di comunicare stilisticamente vari fattori come disturbi della linea o il soffocamento della voce dei personaggi. Calls è doppiato in italiano, ma se masticate abbastanza bene l’inglese vi consigliamo caldamente la sua fruizione in lingua originale. In questo senso è inoltre consigliabile seguire la serie senza sottotitoli italiani, ma leggendo direttamente la trascrizione inglese che appare su schermo, essendo in questo caso non solo un aiuto alla comprensione del testo, ma anche una vera e propria parte integrante della costruzione dell’immagine. 

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Eliminando la classica messinscena cinematografica, Calls riesce a vivere di una struttura estremamente minimale dove però ogni elemento trova il posto giusto nell’insieme più grande dell’operazione. Un’opera sperimentale che si conferma senza ombra di dubbio uno dei contenuti più interessanti di Apple Tv, e si pone sin da subito come pietra miliare del panorama televisivo contemporaneo.
Per chi volesse indagare più a fondo sui contenuti e la storia, vi rimandiamo al paragrafo dedicato agli spoiler.

Calls – Sezione Spoiler

La prima puntata di Calls riesce ad essere un perfetto sunto di quello che si andrà a vedere. Dramma, fantascienza e puro orrore si uniscono in un’esperienza spiazzante quanto unica. In pochissimi minuti, Fede Álvarez riesce a stabilire i toni della serie ed angosciare lo spettatore con il mistero che si aggira all’interno delle telefonate. Mostri, persone che si sdoppiano e perdono la pelle, terremoti e il cielo che si apre: il primo episodio è la fine del percorso narrativo che la serie, dalla seconda puntata, s’impegna di raccontare dal suo principio.

Calls gioca col mistero e il ribaltamento di prospettiva in modo simile al cinema di M. Night Shyamalan, nascondendo allo spettatore informazioni riguardo ai fatti portati in scena finché non è strettamente necessario rivelarlo. È infatti un piccolo peccato che la serie, verso la fine della stagione, inizia a passare parecchio tempo a “spiegare” al proprio pubblico quello che sta succedendo: un pizzico di mistero e interpretazione personale in più non avrebbe fatto male.

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Altro modo intelligente con cui Calls esprime i propri contenuti è il medium stesso con cui lo fa: il telefono. La riflessione anni ’90 del Ringu di Kōji Suzuki, sul male che si esprime attraverso i nuovi linguaggi tecnologici, ritorna nella serie di Álvarez in una nuova forma audiovisiva che si distacca da gli altri lavori dalle tematiche simili. All’interno della narrazione della serie, a causa di un marchingegno scientifico ideato da uno dei personaggi del racconto, la telefonia permette alle persone di comunicare con il futuro o con il passato, provocando confusione e paradossi in giro per il mondo. Ma a differenza di prodotti come ad esempio Black Mirror, Calls non demonizza la tecnologia a scopo moralistico o ammonitorio: il lato ingegneristico e fantascientifico della questione viene messo in secondo piano, e a farla da padrone sono i legami e i conflitti fra i vari personaggi. Le paradossali situazioni a cui assistiamo non solo altro che un pretesto per il confronto con l’impossibile: con una persona che non c’è più, con un figlio che deve ancora nascere o con un sé stesso del passato.

In questo modo la serie di Apple TV emoziona non solo terrorizzando lo spettatore, ma anche facendolo commuovere ed empatizzare con scenari completamente surreali. Ci mette nei passi di persone ai confini della realtà, dove una lacrima per la paura o per la tristezza è inevitabile.

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